Il Sud conviene a tutta l'Italia

Venerdì 18 aprile 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Eppure il Sud conviene. Anzi se la vogliono fare, la facciano questa secessione al Nord, magari un po’ meno comica di quella veneta. Ignari di quanto dal Sud ricavano. Anzi forse per nulla ignari, si alza un polverone per ricavare di più. Oltre che per protestare contro uno Stato che, questo è vero, dà meno di quanto toglie. Ma a tutti. Anzi di più a chi meno già ha, cioè il Sud.
 Ci hanno provato prima col federalismo, che se non fosse stato in salsa leghista, non sarebbe stato neanche male. Dare più autonomia a Comuni e Regioni in modo che gestissero meglio i loro soldi, pagando con la non rielezione in caso contrario. Invece questo principio conteneva il retropensiero del Nord: ci teniamo i nostri soldi perché siamo stanchi di darli al Sud. Quante se ne sono sentite da quel galantuomo di Bossi. Poi sappiamo come è andata: lo Stato non ha ridotto le sue tasse come promesso (perché ha aumentato in modo infame la sua spesa), Comuni e Regioni hanno dovuto aumentare le loro per andare avanti. Esplosione generale del 130 per cento in più. Con danno ovvio ai meno ricchi: il Sud.
 Ma che una parte del Paese non possa recitare la commedia di chi dà perché il Sud ne approfitti, lo dimostrano quelli che studiano invece di essere ignoranti come lampioni e costruirsi i carretti armati. Srm, Società ricerche sul Mezzogiorno, Banco di Napoli (di proprietà, tranquilli, del nordico gruppo Intesa San Paolo). Risultato dello studio: per ogni 100 euro di investimento al Sud, si ha un “effetto dispersione” a beneficio del Centro Nord pari a 40,9 euro, nel senso che il Centro Nord ne guadagna in un modo o nell’altro tanto. Viceversa, per ogni 100 euro investiti al Centro Nord, lo stesso “effetto dispersione” a vantaggio del Sud è pari a 4,7 euro. Abisso.
 Inoltre. Il Sud importa per il 30,3 per cento delle sue necessità dal Centro Nord. Il Centro Nord importa per il 25,1 per cento dal Sud. Sproporzione, ancorché minore. Con quattro conseguenze.
 Uno: il Sud è molto più autonomo di quanto si creda, diciamo nient’affatto parassita come i più chiassosi nordisti favoleggiano (ma anche, siano sinceri, buona parte dell’opinione pubblica settentrionale più per pregiudizio che per giudizio). Due: ogni produzione o investimento al Sud si traduce in un beneficio di quasi la metà per il Centro Nord (ciò che non avviene al contrario). Tre: il Sud può fare a meno del Centro Nord più di quanto il Centro Nord possa fare a meno del Sud. Quattro: il Paese è molto più Paese di quanto si ritenga, ma con sangue del Sud molto più speso di quello altrui.
  Né dovrebbe essere una novità, se solo si ricorda quanto tempo fa già la Banca d’Italia fece sapere. E cioè che un euro di investimento pubblico al Nord diventa un euro e dieci di beneficio per l’intero Paese. Ma un euro investito al Sud diventa un euro e quaranta per l’intero Paese. Differenza di 30 centesimi per ogni euro, cioè tre volte se si punta sul Sud. Ciò che sgomina la tesi del cosiddetto “Sacco del Nord”, cioè saccheggio da parte del Sud di 50 miliardi l’anno a danno del Nord: 50 miliardi delle tasse nordiste che sarebbero passati e divorati dal Sud.
 Roba da gridare allo scandalo come si è fatto, e libro che lo afferma diventato una bibbia in mano agli scalmanati tipo Salvini (oltre a vendere qualche copia in più). Ma senza andare a vedere quanto di quei 50 miliardi tornino al Nord in prodotti acquistati dal Sud. Quanto di quelle tasse comprendano le tasse pagate al Nord da imprese settentrionali che fanno gli utili al Sud. Ciò che non era il Sud a dirlo, ma uno studioso neutro come il professor Savona, uno mai troppo tenero col Sud.
 La conclusione è che, appunto, il Sud conviene. Conviene perché il Paese può ripartire se cresce il Sud. Sud che, più che essere la malattia del Paese, ne può essere la terapia. Sud che, più che essere il problema del Paese, ne può essere la soluzione. Sud che, più che essere lo squilibrio del Paese, ne può essere il nuovo equilibrio. Ma per arrivarci occorre smettere di far finta perché una parte del Paese continui ad approfittarne (a proposito, la spesa pubblica statale è maggior al Nord che al Sud, il contrario di quel che dovrebbe avvenire stante il divario economico).
 Per arrivarci occorre anche, sia chiaro, che se ne convincano e se ne facciano portatori i politici meridionali. Perché ce ne sono molti che, dietro il fumo della difesa del Sud, operano perché il divario persista, rendendoli indispensabili elemosinieri di assistenza, quella che non conta più neanche su soldi sufficienti per sussistere. E che soprattutto il Sud non vuole più. Questo è appunto il peggiore Sud in combutta col peggiore Nord. Né bisogna andare troppo a capire in giro perché tutto il Paese sia peggiore: basta fare la somma dei fattori.
Eppure il Sud conviene. Anzi se la vogliono fare, la facciano questa secessione al Nord, magari un po’ meno comica di quella veneta. Ignari di quanto dal Sud ricavano. Anzi forse per nulla ignari, si alza un polverone per ricavare di più. Oltre che per protestare contro uno Stato che, questo è vero, dà meno di quanto toglie. Ma a tutti. Anzi di più a chi meno già ha, cioè il Sud.
 Ci hanno provato prima col federalismo, che se non fosse stato in salsa leghista, non sarebbe stato neanche male. Dare più autonomia a Comuni e Regioni in modo che gestissero meglio i loro soldi, pagando con la non rielezione in caso contrario. Invece questo principio conteneva il retropensiero del Nord: ci teniamo i nostri soldi perché siamo stanchi di darli al Sud. Quante se ne sono sentite da quel galantuomo di Bossi. Poi sappiamo come è andata: lo Stato non ha ridotto le sue tasse come promesso (perché ha aumentato in modo infame la sua spesa), Comuni e Regioni hanno dovuto aumentare le loro per andare avanti. Esplosione generale del 130 per cento in più. Con danno ovvio ai meno ricchi: il Sud.
 Ma che una parte del Paese non possa recitare la commedia di chi dà perché il Sud ne approfitti, lo dimostrano quelli che studiano invece di essere ignoranti come lampioni e costruirsi i carretti armati. Srm, Società ricerche sul Mezzogiorno, Banco di Napoli (di proprietà, tranquilli, del nordico gruppo Intesa San Paolo). Risultato dello studio: per ogni 100 euro di investimento al Sud, si ha un “effetto dispersione” a beneficio del Centro Nord pari a 40,9 euro, nel senso che il Centro Nord ne guadagna in un modo o nell’altro tanto. Viceversa, per ogni 100 euro investiti al Centro Nord, lo stesso “effetto dispersione” a vantaggio del Sud è pari a 4,7 euro. Abisso.
 Inoltre. Il Sud importa per il 30,3 per cento delle sue necessità dal Centro Nord. Il Centro Nord importa per il 25,1 per cento dal Sud. Sproporzione, ancorché minore. Con quattro conseguenze.
 Uno: il Sud è molto più autonomo di quanto si creda, diciamo nient’affatto parassita come i più chiassosi nordisti favoleggiano (ma anche, siano sinceri, buona parte dell’opinione pubblica settentrionale più per pregiudizio che per giudizio). Due: ogni produzione o investimento al Sud si traduce in un beneficio di quasi la metà per il Centro Nord (ciò che non avviene al contrario). Tre: il Sud può fare a meno del Centro Nord più di quanto il Centro Nord possa fare a meno del Sud. Quattro: il Paese è molto più Paese di quanto si ritenga, ma con sangue del Sud molto più speso di quello altrui.
  Né dovrebbe essere una novità, se solo si ricorda quanto tempo fa già la Banca d’Italia fece sapere. E cioè che un euro di investimento pubblico al Nord diventa un euro e dieci di beneficio per l’intero Paese. Ma un euro investito al Sud diventa un euro e quaranta per l’intero Paese. Differenza di 30 centesimi per ogni euro, cioè tre volte se si punta sul Sud. Ciò che sgomina la tesi del cosiddetto “Sacco del Nord”, cioè saccheggio da parte del Sud di 50 miliardi l’anno a danno del Nord: 50 miliardi delle tasse nordiste che sarebbero passati e divorati dal Sud.
 Roba da gridare allo scandalo come si è fatto, e libro che lo afferma diventato una bibbia in mano agli scalmanati tipo Salvini (oltre a vendere qualche copia in più). Ma senza andare a vedere quanto di quei 50 miliardi tornino al Nord in prodotti acquistati dal Sud. Quanto di quelle tasse comprendano le tasse pagate al Nord da imprese settentrionali che fanno gli utili al Sud. Ciò che non era il Sud a dirlo, ma uno studioso neutro come il professor Savona, uno mai troppo tenero col Sud.
 La conclusione è che, appunto, il Sud conviene. Conviene perché il Paese può ripartire se cresce il Sud. Sud che, più che essere la malattia del Paese, ne può essere la terapia. Sud che, più che essere il problema del Paese, ne può essere la soluzione. Sud che, più che essere lo squilibrio del Paese, ne può essere il nuovo equilibrio. Ma per arrivarci occorre smettere di far finta perché una parte del Paese continui ad approfittarne (a proposito, la spesa pubblica statale è maggior al Nord che al Sud, il contrario di quel che dovrebbe avvenire stante il divario economico).
 Per arrivarci occorre anche, sia chiaro, che se ne convincano e se ne facciano portatori i politici meridionali. Perché ce ne sono molti che, dietro il fumo della difesa del Sud, operano perché il divario persista, rendendoli indispensabili elemosinieri di assistenza, quella che non conta più neanche su soldi sufficienti per sussistere. E che soprattutto il Sud non vuole più. Questo è appunto il peggiore Sud in combutta col peggiore Nord. Né bisogna andare troppo a capire in giro perché tutto il Paese sia peggiore: basta fare la somma dei fattori.