Feste e ponti senza fare i conti

Sabato 3 maggio 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il fatto è che le festività cominciano il giorno prima e continuano il giorno dopo. Le festività delle quali è infarcito il calendario lavorativo italiano. Il giorno prima per quell’aria eccitata da sabato del villaggio. Il giorno dopo per quell’aria pigra e malata da reduci. C’è un giornale che ha una rubrica settimanale intitolata: “E’ lunedì, coraggio”. Ma più sono le feste, più sono i lunedì nei quali dobbiamo avere coraggio. E deve averlo soprattutto il lavoro.

 DA PASQUA A DOMANI Metti questa lunga festacchiona cominciata con Pasqua, proseguita con la Liberazione, protratta col 1° maggio e che si conclude domani (tranne che per i baresi, che hanno pronta pronta la festa patronale, ma san Nicola è altra storia). C’era un collega chiamato l’”ingegnere”: maestro nell’organizzarsi i ponti. Si studiava l’anno con un paio di mesi di anticipo: e sentenziava buono o cattivo a seconda dei rossi. Con un paio di giorni di ferie ficcati scientificamente in mezzo, dal 19 aprile scorso a domani 4 maggio, ci si poteva fare due settimane tutto compreso alle Maldive. Col Paese chiuso per ferie.

 Qualcuno ha calcolato che, tra civili e religiose, le feste del calendario italiano costino l’1 per cento della ricchezza prodotta (anzi non prodotta). Uno dice: tanto, non c’è il lavoro, che problema. Ma il lavoro non c’è anche per i lussi precedenti, nell’era in cui rossi erano pure epifania, san Giuseppe, ascensione, corpus domini, festa della repubblica, santi Pietro e Paolo, san Francesco, festa delle forze armate. Lasciamo stare Pasqua e Natale, mettiamoci anche ferragosto proprio per benevolenza. Ma cosa c’entrano ancòra capodanno, lunedì dell’angelo, tutti i santi, immacolata, santo Stefano?

 Non ci imbarchiamo neanche nella guerra civile fra “domenica sì”e “domenica no”, con mezza Italia che difende la domenica festiva con le barricate perché dice che deve andare a messa. Risale addirittura al 303 di Diocleziano, quando 49 cristiani scelsero il martirio perché “senza domenica non possiamo vivere”. Mettici anche le chiese con orari d’ufficio e uno deve andare a trovare il Signore quando sono comodi loro, mai la sera anche se ora si vive soprattutto di sera. Ma non puoi stare a discuterne nel Paese provinciale e contadino che magari a messa ci va sempre meno, ma la domenica non rinuncia alla guantiera delle paste (a Bari anche il polpo crudo).

 APERTI O CHIUSI In questi giorni si è però ripetuta anche la guerra molto di religione fra negozi aperti durante le feste e negozi chiusi. Con combattivi comitati a difesa dei diritti dei commessi e scatenati contro gli ipermercati crumiri peggio di quelli di Greenpeace a difesa (sacrosanta) delle balene. Come fanno ad andare a comprarsi un paio di mutande per conto loro? I commessi hanno ragione, specie se non li pagano come si deve, ciò che spesso avviene. Ma nessuno chiede cosa ne pensino i consumatori, che invece gli ipermercati li affollano.

 E però non solo i commessi. Da noi le banche continuano con sabato e domeniche chiuse. E i parrucchieri. E le pompe di benzina, ma quelle sono automatiche con l’extracomunitario pronto. E non ne parliamo degli ospedali, si consiglia di ammalarsi preferibilmente a inizio settimana. Neanche il pane, volevano darci, fino a poco fa. E i bus, molto molto a singhiozzo. Chiamata inutile in partenza per l’idraulico.

 Eppure è il tempo in cui accendiamo il computer e h24 possiamo parlare con tutto il mondo. E’ il tempo della tv senza interruzione parimenti h24. E’ il tempo in cui sono solo gli ultimi moicani del lavoro a tempo (appunto) indeterminato ad avere orari dall’ora tale all’ora tale con pausa pranzo, perché tutti gli altri (la maggioranza) sono senza regole. E’ il tempo in cui è mobile e flessibile tutto, non soltanto la coppia. E’ il tempo in cui i giovani fanno la pre-serata alle 23/24 e poi vanno in discoteca. Devono essere fissi solo i negozi mentre si diffondono nel mondo le città sempre aperte. Le città che non dormono mai e non sembrano morte di sonno. Le città che spingono il giorno un po’ più in là. Le città che dimenticano l’orologio anche perché è la gente, non meno mobile e flessibile nelle sue abitudini, che lo vuole.

 C’è chi dice che è sbagliato alterare il ritmo fisiologico del giorno e della notte, che diventeremo tutti gufi. Tutti gufi magari no, ma neanche tutti ingegneri come quel collega dei ponti. La festa è finita, ma noi continuiamo con le festività.