Fra petrolio e treno la vendetta del < No >

Lunedì 5 maggio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Essenziale è non dire sempre no. Che fare ora di fronte alla beffa del petrolio in Adriatico? Con la Regione Puglia, i sindaci, gli ambientalisti che hanno respinto qualsiasi ipotesi di ricerca nel tratto di mare italiano, ma con la Croazia che solo qualche metro più in là ha detto un sì grande quanto una casa. Anzi ha già aperto un’asta fra le maggiori compagnie mondiali. Risultato: all’inizio del 2015, fra qualche mese, potrà dare via libera alle piattaforme. E’ come per le centrali nucleari: l’Italia non le ha volute, ma si trova i confini assediati da quelle degli altri.

 Diciamoci la verità. Se c’era un mare che andava preservato dalle trivelle, questo mare è l’Adriatico. Troppo largo per essere un lago, troppo stretto per essere un mare. E però se ne doveva parlare in tempo con la Croazia e con gli altri dirimpettai, proprio perché è un mare che da loro non ci divide ma ci unisce. Come farlo ora, come chiedere al governo di aprire la vertenza internazionale che invoca il presidente del Consiglio, Introna?

 La zona interessata dal sì croato è considerata una piccola Norvegia di gas a Nord e una piccola Norvegia di petrolio a Sud. E a Sud è più vicina al Gargano di quanto lo siano le Tremiti. Quindi è come se il sì fosse italiano. Ma con gli utili del greggio estratto che andranno ai croati e l’eventuale inquinamento anche a noi. Beffa nella beffa, sono comprese le isole Pelagosa, un tempo del Regno delle Due Sicilie, poi della provincia di Foggia, poi dell’Austria, poi di nuovo dell’Italia ma in comproprietà tra Foggia e la provincia di Zara, passata alla Jugoslavia con la guerra.

 Alle manifestazioni “notriv” da Termoli a Monopoli aveva partecipato anche Lucio Dalla, memore della sua bellissima “Quant’è profondo il mare”. I governi sono sempre stati ondeggianti, ma sotto sotto sempre più per il sì. Ora pare che il Senato meditasse di vietare appunto ogni prospezione nella parte italiana, che in mare non significa niente come dimostrato. E quand’anche un giorno l’Italia (e la Puglia) cambiassero parere, la Croazia si sarebbe già preso da tempo il meglio.

 Se qui il no era più giustificato o addirittura obbligato, essenziale è non dire sempre no. Specie se si parla di energia, della quale l’Italia ha bisogno come il pane, visto che ci costa il 30 per cento più degli altri e rischia di mettere le nostre industrie fuori mercato. Vero è che la Puglia ha già dato, producendo molta più energia (per la patria) di quanto gliene serva. Ma per esempio, la Tap, cioè il gasdotto che dovrebbe portare da noi 10 milioni di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbajian.

 La “Gazzetta” ha seguito giorno per giorno la situazione, ora ferma al no di San Foca, marina salentina di Melendugno. E con la società internazionale Tap che , secondo richiesta, ha indicato altri undici approdi. La condotta, di un metro di diametro, non si vedrebbe in superficie. E la stazione di arrivo sarebbe più piccola di un casolare di campagna, dicono.

 Certo quel mare è bellissimo ed è bene andare con le pinze. Ma la Tap ha concluso i suoi rilievi secondo i tempi promessi, sottolineando la sua “buona condotta” (gioco di parole carino). Ha assicurato interventi sociali sul territorio a ricompensa, che non sarebbero estorsioni di altro tipo. Sacrosanta ricompensa, se solo si pensa al petrolio lucano per il quale alla Basilicata, secondo una infame legge nazionale, è rilasciata una percentuale sugli utili da mancia (ma perché trattare meglio il Sud?). E fra l’altro quello della Tap è un investimento estero nel momento in cui nessuno più vuole farne nella inaffidabile Italia.

 Vedremo come andrà, ma essenziale è non dire sempre no. C’è in gioco l’altro gasdotto dalla Grecia a Otranto. E a proposito di Otranto, che succede al suo sospirato porto turistico? Tutti d’accordo, mezzo miracolo, tutto pronto dopo decenni di mancato balzo in avanti, tranne il no della Sovrintendenza, anzi pare di un suo funzionario, un uomo solo contro tutti tipo Fausto Coppi. Ci saranno ragioni, nel Paese in cui l’anno scorso c’è stato il crollo del 16 per cento delle opere per infrastrutture, e ci sono opere incompiute per un miliardo e mezzo, soprattutto al Sud. Ma a modo loro ci saranno anche ragioni quando un sostituto procuratore non meno solo, un condominio, un gruppo di abitanti, un paesello bloccano opere che riguardano la vita di milioni di altre persone, da una strada a una centrale. No a prescindere, ideologia. Ai limiti del ricatto.

 Ne sanno qualcosa proprio i pugliesi ora sotto la beffa del petrolio. Pugliesi che si vedono bloccare il doppio binario dal Molise, anzi dalle “legittime richieste” delle comunità locali di una regione che tutta fa meno di 400 mila abitanti. Un Paese senza il senso civico di essere un Paese non è un Paese, è un’anarchia. Domanda: si può dire sempre no?