Eppure c'è un nuovo popolo di formiche

Venerdì 6 giugno 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Sì, bisogna parlare chiaro ai giovani del Sud. Soprattutto dopo le ultime inquietanti cifre dell’Istat, l’istituto di statistica. Il 46 per cento non lavora in Italia. Ma al Sud sono il 60,9 per cento, più di uno su due, meno del 1977. Però vai a vedere e i dati si riferiscono alla fascia tra i 15 e i 24 anni, cioè giovani che a quell’età dovrebbero fare il liceo e l’università se decidono di studiare. E che se decidono di non studiare, sono fra i meno qualificati. Di che disoccupazione si parla?
 Chissà se è anche per questo che c’è il dramma, benché i giovani che escono dalle università non stiano affatto meglio. Ormai l’emigrazione non è più una scelta quando non c’è più nulla da fare, ma è la normalità, un ineluttabile appuntamento della vita. Altrimenti non si capirebbe perché parlano di voler andare via dal Sud anche i ragazzini della scuola media. E non si capirebbe perché sono sempre più quelli che vanno a fare l’università fuori, anche chi poi non ha un rendimento pari al sacrificio proprio e a quello delle famiglie. E allora, ne valeva la pena?
 Quindi un silenzioso esodo che non è più un’eccezione, un giorno dopo l’altro le città si svuotano del loro futuro, spesso senza che si valuti un’alternativa, senza che si provi a restare. Città di trolley e treni. Deserto umano oltre che economico, col Sud che ormai non fa più neanche figli. Un Sud che si limita a investire sul suo presente e non più sui suoi discendenti, quand’anche l’investimento sul presente sia possibile. Un disinvestimento. Come se, è stato detto, si sperimentasse la decrescita infelice di un territorio.  
 Ma per la prima volta non è diverso il Nord, i cui giovani vanno all’estero. Un Paese di giovani in fuga. Col Sud che però ancòra una volta nella sua storia ripercorre un destino di esodo, che sarebbe destino se non dipendesse dalle politiche a suo danno. E con una emigrazione cui il gelo delle teorie economiche attribuisce addirittura un valore salvifico, meno male che ce l’avete, anzi meno male che ve ne diamo la possibilità. Perché allenta le tensioni sociali del Sud dove il poco lavoro finisce per passare come una maledizione del cielo e non degli uomini. Ed emigrazione che nel dopoguerra ha risolto anche il problema della necessità di manodopera a poco prezzo per il Nord, quindi definita positiva pure per questo.
 Così si è fatto il miracolo economico italiano. Anche se il Sud è stato poi accusato di aver meridionalizzato l’Italia, danno e beffa. Così il Sud ha vissuto quella mutazione antropologica che ne ha fatto un popolo errante, un popolo dagli affetti lontani, un popolo che mai ha potuto unire le sue disperse forze. Così rischia di riviverla anche ora: vecchi che muoiono, giovani che partono, madri che non fanno figli. Anche se è tutta l’Italia il ventre molle di un Ovest in cui di nuovo c’è l’automazione che rende inutili le braccia. E c’è l’irruzione sulla scena mondiale di nuove potenze produttive che riducono la torta delle vecchie.
 Il vecchio mondo si è fatto trovare impreparato. Fino a perdere la ragione che avrebbe potuto far capire che era proprio nei suoi Sud la soluzione, terre ancòra vergini in cui c’è tanto da fare piuttosto che svuotarle come avviene per il Sud italiano. Avrebbero dovuto ricominciare da Sud.
 Eppure bisogna parlare chiaro ai giovani del Sud. Non tanto per ammorbarli con numeri che conoscono sulla loro pelle. Ma, anche a costo di rischiare il fanatismo o il moralismo, per dirgli che bisogna saper guardare al Sud non soltanto come un divario col Nord. Per dirgli che, nonostante tutto, il Sud è tutt’altro che la landa desolata dalla quale bisogna soltanto fuggire. Per dirgli, e dirsi, che il deserto può attendere. E che sono proprio loro i Mosè che potranno condurre il Sud alla sua traversata.
 Già avviene non meno silenziosamente dell’esodo. E protagonisti sotterranei ne sono giovani sui quali le luci non si accendono mai tanto quanto si accendono cupe su quelli che lasciano perché non puoi stare tutta una vita a consumarti nell’attesa che rispondano al tuo curriculum. I nuovi Mosè sono i giovani delle cosiddette “start up”, quelle piccole imprese nate su un’idea e un piccolo iniziale finanziamento pubblico. Sono i giovani che si mettono insieme per quella auto-imprenditoria tanto invocata dai soloni che blaterano contro un vizio dell’attesa di posto fisso che è solo nelle loro menti tanto severe col Sud. Sono i giovani che attraverso Internet dialogano col mondo e hanno capito come con Internet puoi lavorare col mondo pur stando nella cucina di casa. Questi giovani sono il nuovo popolo di formiche molto più folto e operoso di quanto si sappia.
 Basta cliccarci, su Internet, per scoprirlo. Alla larga dalla demagogia e dall’intrusione nelle vite degli altri. Ma ci sono esempi che possono dare coraggio. E c’è in loro altrettanta verità di quanta ce ne sia nelle cifre del catastrofismo.