Si fa presto a dire che c'č solo crisi

Venerdė 20 giugno 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

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Possiamo considerare mezzo vuoto il bicchiere. E allora ricordiamo che l’anno scorso la Puglia ha perso 81mila posti di lavoro. Significa che 81mila famiglie hanno dovuto arrangiarsi con la cassa integrazione, se il reddito in casa era solo uno e se la cassa integrazione era possibile. Significa che hanno cominciato a tagliare le spese. Infatti sono diminuiti anche i consumi. E se diminuiscono i consumi significa che un negozio dietro l’altro chiude, e prima dei negozi chiude un’azienda dopo l’altra, e se chiudono le aziende e i negozi si perdono altri posti: la trappola della crisi.

 Anzi i posti persi sono stati 127mila dal 2011. Più o meno come se lo stadio di Bari avesse fatto tre volte il pienone di disoccupati. Ovvio che in questo gelo le imprese abbiano ridotto gli investimenti. E riducendo gli investimenti abbiano allontanato la possibilità di ripresa e di recupero di qualche posto. Cosicché se non peggiora ancòra ci vorranno almeno dieci anni per tornare alla situazione di prima, quando già non si stava per niente bene. E quando già si emigrava, anzitutto i ragazzi.

 Un deserto. Col sacrificio di una generazione che poco alla volta invecchia senza aver mai conosciuto la certezza di un lavoro. Anche così i figli non nascono. Anche così è sempre più normale incontrare coppie di genitori man mano più anziani con i figli fuori e senza nipoti. Rottura della catena di trasmissione del futuro al fondo della quale c’è la malinconia delle foglie cadenti.

 Ma possiamo invece considerare mezzo pieno il bicchiere. E allora ricordiamo che nel primo trimestre di quest’anno le esportazioni pugliesi sono aumentate di oltre il 18 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2013, regione col più alto incremento in Italia. E se l’anno scorso era andata peggio, era a causa della crisi dell’Ilva che ha fatto crollare la produzione di acciaio. Il quale concorre comunque al dato positivo insieme ad eccellenze come l’automotive (componenti per auto), cioè quella meccatronica, meccanica più elettronica, il cui distretto pugliese è il principale e il più in salute d’Italia. Insieme all’aerospaziale (soprattutto Alenia ma anche Brindisi e non solo), al farmaceutico, all’agroalimentare.

 Agroalimentare significa leccornie della campagna e della tavola, miniera ancòra non valorizzata come si potrebbe. E terra anche come prospettiva di lavoro, se usciamo dalla vecchia mentalità secondo cui le braccia nell’agricoltura sono qualcosa di cui vergognarsi. Servirà solo a una botta di orgoglio, ma dalla Puglia parte un olio firmato Hermès, sì, il famoso marchio francese del lusso. Il cui titolare, Patrick Guerrand Hermès, fra gli uomini più ricchi del mondo, dal suo “buen retiro” in Salento manda questa prelibatezza in astuccio di legno di frassino nei grandi magazzini Harrods di Londra (mezzo litro a 50 sterline).

 Doveva venire il pur molto benvenuto Hermès a insegnare come si fa? Anzi in gran parte al “come si mangia” è legato anche il piccolo boom del turismo, che ha eletto ancòra la Puglia a meta italiana più ambita. E che anche quest’anno vedrà affluire non solo i pellegrini del sole e del mare, ma anche del bello, pur in una regione in cui troppa politica e troppa amministrazione hanno fatto finta di niente di fronte alle coste che si sbriciolavano. Mentre anche il cinema fa a gara per eleggerla a suo scenario, a suo fondale di suggestione e meraviglia.

 Intanto un’altra azienda tedesca cerca un nuovo sito (oltre quello che ha a Bari) per aumentare la sua produzione di guard rail, con oltre il raddoppio degli occupati. E un istituto professionale creato di proposito a Bari sforna ragazzi già “chiavi in mano” per l’industria: a dimostrazione che, nonostante tutto, si può se scuola e mondo produttivo la finiscono di andarsene ciascuno per proprio conto.

 E non è detto che la solidarietà verso l’immigrazione di cui la Puglia sta dando sia pure faticosamente conferma in questi giorni debba essere letta solo con gli occhi dell’angoscia. Scenari di guerra più che di pace trasmettono le terre al di là del Mediterraneo. Ma anche se le primavere arabe sono ancòra troppo ferme all’inverno, è l’Africa l’area che più cresce al mondo in questo momento. Avviene con tutte le ingiustizie e le diseguaglianze che riempiono i barconi della speranza. Ma anche con la prospettiva di una crescita delle loro importazioni calcolata almeno del 20 per cento l’anno prossimo. E soprattutto in settori come la moda, l’arredo, l’alimentare in cui il Sud e la Puglia possono competere senza complessi di inferiorità.

 E’ difficile il lavoro della fiducia quando il lavoro è soprattutto dramma come ora. A chi resiste occorre però raccontare che le crisi possono essere opportunità. E che non è solo un modo di dire che il bicchiere mezzo vuoto è anche mezzo pieno.