Troppi perdoni poche sanzioni

Sabato 5 luglio 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Malati di perdonite acuta. Ultimo caso, il calciatore Chiellini. Lo abbiamo visto tutti, il mozzico alla Dracula preso in area di rigore dall’attaccante uruguayano Suarez. E abbiamo visto tutti la faccia mezzo da terribile Hulk mezzo da bambino che ha avuto le botte con cui si è fatto tutto il campo implorando giustizia, la mano ad abbassare la maglietta per mostrare l’incisione dei canini sull’omero. Mentre il suo famoso naso, quello sul quale sistematicamente una partita sì una partita no becca una craniata, era più gonfio di una pagoda. E abbiamo visto tutti il mozzicante che, steso a terra, si teneva i dentoni come se, invece che per il fiero pasto, avessero urtato un palo di passaggio.

 NON SOLO CHIELLINI Abbiamo letto tutti che il recidivo morsista ha continuato a negare, tanto da far venire la voglia di prenderlo a morsi. Abbiamo letto di come il suo allenatore Tavarez, a chi gli diceva che in genere si gioca a calcio coi piedi non coi denti, ha risposto “non facciamo moralismi” (per le prossime partite convocherà solo giovanotti che escono di notte a succhiare colli). E abbiamo letto di come il presidente dell’Uruguay in persona, Pepe Mujica, ha detto che non possiamo pretendere che Suarez sia un filosofo o si comporti come un lord in campo. Filosofo o lord no, ma nemmeno spargimento di sangue.

 Ebbene, in questo ambientino, cosa fa immediatamente Chiellini? Dice pubblicamente di perdonare Suarez. E aggiunge che la punizione inflitta al suo addentatore è troppo severa (fermo nove partite della nazionale e quattro mesi di campionato). Addentatore che, dopo aver continuato a negare, smaltita forse la digestione, ha detto che sì, quel giorno aveva appetito, che chiede scusa e che non lo farà più, almeno con Chiellini. Tentativo, è parso sùbito chiaro, di vedersi mitigare la pena, cui ha cercato di aggiungere il peso di una foto con i suoi bellissimi bambini, punireste mai un papà così solo perché di tanto in tanto ha bisogno di affilarsi i dentini? Funziona sempre.

 Dalle stalle alle stelle, la madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ammazzato dalla bestialità di un ultra che il caso ha messo sulla sua strada. Un altro caso, purtroppo, in cui si esce di casa gioiosi per andare a vedere la partita, e non si torna più. Donna devastata dal dolore. E che molto nobilmente dice di riconciliarsi, di non voler vedere vendette o nuova violenza. Non un esplicito perdono per la mano che gli ha tolto un figlio, ma qualcosa del genere.

 CLEMENZA ALLA MODA Solo pietà per Antonella Leardi, la dolente madre di Scampia, il quartiere napoletano in cui l’umanità riesce a sopravvivere nonostante la colpevole assenza dello Stato. Ma non sempre il perdono è un modo per girare pagina, per evitare la scia lunga del rancore e dell’odio. Spesso il perdono raggiunge il risultato di banalizzare, di togliere valore alla sanzione, di stimolare un pentimento a scoppio ritardato, come la storia di Suarez dimostra. E spesso finisce per essere una forma di spettacolo, con la prima banale domanda da parte degli intervistatori: che fa, perdona? Come si direbbe: che fa, concilia? E se uno non perdona, va a finire che il reo è lui, che la vittima diventa un po’ colpevole. Di omesso perdonismo. Anche perché nulla è alla moda come il perdono.

 Come la bontà, il perdono dovrebbe forse essere solo privato, lasciando ad altri la responsabilità di giudicare a nome della civile convivenza. Perché i perdoni che incidono sulla difesa collettiva dalla violazione delle regole possono essere una istigazione a ripetere più che a evitare che si ripeta. Insomma il diritto all’oblio personale non dovrebbe mai tradursi in una consuetudine all’oblio generale. Come una prescrizione sempre latente, fa’ passare un po’ di tempo, confida nella labile memoria del passato, azzera tutto e ricomincia magari come prima. Un principio etico che rischia di tradursi in comodità, in troppo cattolica scappatoia. L’antiperdonite non è un appello al giustizialismo, ma alla giustizia.

 Vedi l’esempio degli italiani con le tasse. E vedi i periodici tentativi (per la verità ipocriti e ridicoli) di farle pagare a tutti. Magari con un numero telefonico, più che di delazione, di denuncia di un comportamento a danno di ciascuno. Ma con gli italiani non funziona. Perché gli italiani perdonano. E anzi, se non si fa pagare (in ogni senso) agli altri, un giorno non pagherò neanch’io. Merce di scambio e la giostra continua.