Voglio la cresta come Balotelli

Sabato 12 luglio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Scenetta al parrucchiere da uomo. Ragazzino di nove dieci anni col padre, comincia a frignare che vuole la cresta. Come quella di Balotelli, che a ogni partita cambia colore. E con la speranza (per il padre, per il parrucchiere e per se medesimo) che, più che una cresta, non scelga il modello Vidal, il centrocampista della Juve e del Cile la cui testa non è una testa, ma un parto cesareo di riga, compasso e laser. Più che una testa o una tavolozza, uno studio di architettura.

 GLI ITALIANI E GLI ALTRI Il ragazzino l’ha avuta (ovviamente) vinta: visto mai qualcuno di questi tempi dire no ai figli? Di sicuro sarà uno dei piccoli drogati di televisione, di quelli che in fasce già sanno cos’è il possesso palla. E la speranza è che non incappi in un Gianluigi Paragone, quello della “Gabbia “ sulla 7, altrimenti  vorrà fare il barbone, con tutto il rispetto per i barboni.

 Ma visto che sono anzitutto i calciatori il molto poco oscuro oggetto dell’imitazione, i campionati del mondo che si concludono domani sono stati una vetrina anche avvilente delle differenze fra noi e loro. Fra gli italiani e gli altri. E non perché l’Italia di Prandelli è stata rimandata al mittente al primo turno, può succedere, tanto Prandelli poi si è sùbito sistemato senza dire né ciuccio né bestia. Ma per manifesta depressione: i nostri sembravano come quelli che si sono appena svegliati e fra un occhio chiuso, uno sbadiglio, una ciabattata e la voce rauca, vogliono un caffè.

 Oltre che per le creste alla Balotelli, siamo imbattibili per le teste rasate tipo i buttafuori delle discoteche, quelli che mettono lì per tranquillizzare i clienti e invece basta vederne uno per decidere che è meglio andare in pizzeria. E i tatuaggi. Anzi, più che tatuaggi, un’ammucchiata di sgorbi da non sembrare tatuaggi, ma autospurgo. E per i quali i nostri sono più bravi di Messi e Neymar insieme. Involuzione della specie: dai capolavori del Rinascimento al tatoo, dal Paese più ricco di bellezze del mondo al Paese più scarabocchiato del mondo. Libero ciascuno di farsi abbruttire come vuole. Ma senza appello anche la sentenza, per vincere è meglio un minuto in più di allenamento in campo che uno in più sul lettino dell’incisore.

 Non è stato neanche il Mondiale delle morti apparenti, come quando da noi uno si becca una semplice entrata avversaria e sta mezzora stramazzato a terra rialzandosi perfettamente illeso solo quando vede che, nonostante tutti i rantoli, il 118 non arriva. Scene di vittimismo e di furbizia nazionale ai limiti del coma irreversibile, cui in Brasile hanno risposto con l’orgoglio maschio di chi non vuol dare all’avversario la soddisfazione di averlo appena appena sfiorato. Gente che non si lamenta nemmeno dopo una camionata. Mentre i nostri dovrebbero fare corsi di aggiornamento dai colleghi del rugby, quelli che devi sotterrare per sentirgli dire che si sono fatti un po’ male. E per i quali una qualsiasi scorrettezza è un disonore non una drittata.

 A LUCI ROSSE Non è stato neanche il Mondiale delle proteste, pur avendo avuto uno come l’uruguayano Suarez che mozzicava tutto ciò che di commestibile e non commestibile trovava a portata di denti. E pur avendo avuto il colombiano Zuniga che, più che con i piedi, di tanto in tanto pensa di infilare un ginocchio nelle costole del sopradetto Neymar. Né si sono visti quei capannelli attorno all’arbitro che da noi trasformano ogni fischio in un tumulto con incorporata eccitazione di pubblico: che poi si crepa di botte sulle gradinate e fuori ma si dice che quelli violenti non sono veri tifosi (saranno Jack lo Squartatore di passaggio).

 Non è stato il Mondiale delle luci rosse dopo un gol, quando da noi si sodomizzano per la gioia e si danno baci con la lingua sul sudore (se qualcuno lo butta in campo). Gioia contenuta, da uomini forti più che da accavallamenti di gruppo. Ed è stato il Mondiale di una tale allegria sugli spalti da chiedersi se davvero stessero vedendo la partita o ne stessero giocando una per conto loro tutti pittati come Cheyenne.

 Si dice che il calcio è il riassunto di una nazione. Si dice, dimmi come giochi ti dirò chi sei. Si dice. Certo, dovremmo smetterla di parlare sempre male di noi, anche perché non è che Mondiali non li abbiamo vinti anche noi nonostante tutto. Ma finché i nostri ragazzini vorranno imitare Balotelli e non, diciamo, un Buffon, i nostri campioni del mondo saranno al massimo i parrucchieri da uomo.