Dio benedica il professore

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

E poi, che vai a fare, il professore? E’ la frase puntuale come la morte quando il giovane di belle speranze si iscrive a Lettere o Matematica o chessò io all’università. Per dire: ti condanni alla mediocrità, al futuro più abbattuto possibile. Perché questo viene considerato il professore oggi: uno sfigato, un perdente, uno che è professore non essendo riuscito a essere di meglio. E non perché non sia importante. O capace. Ma perché vale poco visto che è pagato poco. Nel tempo in cui la scala sociale è costruita sullo stipendio mensile, non sullo spessore di una vita. Il professore veste dimesso, si sente a naso che è un frustrato, ha la faccia proletaria di uno il cui ancòra altisonante titolo è lontano mille miglia dagli sguardi comprensivi di cui è circondato. E del resto, uno che mediamente prende 1500 euro al mese, o è commiserato o è snobbato. Forse per questo ormai il professore è soprattutto professoressa, nel senso di larghissima prevalenza femminile. Insomma secondo stipendio in famiglia con quello del marito, solo allora si può respirare. 

IL FUTURO NELLE MANI - E comunque, parliamoci chiaro, il professore passa per uno che lavora poco, due mesi di ferie d’estate, e questo è Natale, e questa è Pasqua, e questi sono ponti e ponticelli. Aggiungendoci un raffreddore, tanto c’è la supplenza. Tutto meno che nel resto d’Europa, stipendio e ore di impegno. Una cattiva stampa che fa mancare al professore o alla professoressa la dignità del ruolo svolto. E invece il professore deve essere circondato dalla massima considerazione altrimenti non è. Perché i ragazzi passano con i professori più tempo che in famiglia, visto che a casa spesso si occupano di loro più la tv e Internet che i genitori al lavoro fuori. Perché dopo lo straordinario momento della creazione di una vita, ai professori è demandato lo straordinario momento della creazione di una conoscenza senza la quale “fatti fummo a esser bruti”. E perché un carattere, una personalità, una via si formano più a scuola che a casa o altrove. Perché insomma la ragazzina o il ragazzino consegnati alla scuola come vite vergini, sono restituiti come vite in grado di affrontare l’ingresso in società, le relazioni con gli altri, la condizione di cittadini. Sono restituiti come persone. Tutto questo è nelle mani dei professori. Insieme alle spiegazioni, alle interrogazioni, ai compiti in classe, alla disciplina, alla cura di un’età difficile, alla conoscenza degli stati d’animo, all’equilibrio delle differenze, al decoro della sacralità della Scuola. Con la “S” maiuscola. E insieme alla correzione dei compiti e alla preparazione delle lezioni, i compiti a casa dei professori. E insieme alle riunioni collegiali, agli esami di fine corso, ai colloqui con i genitori, alle attività complementari, al rapporto con i colleghi. Spesso in edifici e città e orari diversi. E, per le professoresse, con tutto il resto che l’esistenza quotidiana affida pilatescamente alle donne come loro incombenze genetiche, essendo invece fardelli scaricati da sempre e spesso senza ragione loro addosso. 

MILITI IGNOTI SOTTOPAGATI - E’ vero che la scuola (con la “s” minuscola) è anche un po’ vittima di se stessa, avendo il suo sindacalismo scelto la quantità che l’ha riempita di professori svuotandola di possibilità di trattarli meglio a fine mese. E’ vero che il folle egualitarismo da Stato comunista ha impedito di trattare in modo diverso materie e competenze diverse, dato che è più importante insegnare a parlare e scrivere in italiano che a cantare. E’ vero che la professoressa resta professoressa anche se non ci sono più alunni, benché anche gli altri statali non perdano mai il posto. E’ ve ro che ci sono lavativi che fanno perdere la faccia anche a chi non lo è, ma avviene ovunque. Ma un professore pagato di più non è soltanto un atto di riparazione verso chi è il primo interessato a lavorare meglio (se non, eventualmente, ancòra di più). E’ un atto di autotutela di chi gli delega il futuro, la qualità, la competenza, i progetti, i sogni del mondo di domani. Nell’album dei ricordi di ciascuno di noi c’è sempre una professoressa o un professore. E siamo anche come loro sono stati con noi. Una responsabilità pazzesca sottopagata da irresponsabili. I professori e le professoresse sono i Militi Ignoti di un sacrificio che la patria non merita visto come lo prende a calci. Paghiamoli di più: non è una spesa, è un sorriso per ringraziarli di tutto.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 12 marzo 2011

 
""