Un'opera pubblica? Raccomandati ai santi

Venerdì 25 luglio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

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Il cuore si apre alla speranza quando si legge che “partono i lavori”. Allora uno va all’apertura del cantiere per convincersi che non è tutta una palude, che qualcosa si muove. Non l’avesse mai fatto, roba da “chi l’ha visto”. Esempio (ma per dirne solo una) l’annuncio che a Bari è pronto l’ampliamento di via Amendola. Non è una via, è un calvario. Ma è fondamentale per l’ingresso in città. E del suo ampliamento si parla prima che l’uomo facesse l’impresa molto più semplice di sbarcare sulla Luna.

 Ma ora pare che ci siamo. E’ stato raccolto il via libera di tutti i soggetti interessati, come si dice. Una compagnia telefonica. Il Demanio. Il comando regionale dell’Esercito. La Provincia. Meno male che non ci sono gli ambulanti che vendono le borse e qualche posteggiatore abusivo. L’Italia è il Paese dei pareri, delle firme, dei visti, delle autorizzazioni, dei nulla osta. Sommandoli, tutto osta. Ma non è finita.

 Ogni opera ha bisogno dello studio di fattibilità, capire se si può fare. Ha bisogno del progetto preliminare. Del progetto. Del progetto definitivo. Del progetto esecutivo. Poi magari l’opera non si fa, ma le parcelle sono andate ugualmente. C’è anche bisogno del bando di gara. Poi la gara. Poi l’esame delle offerte. Poi la decisione sul vincitore. A questo punto in qualsiasi posto al mondo si dovrebbe partire con l’apertura del cantiere e lo spumante della prima pietra.

 In qualsiasi Paese ma non in Italia. Tanto per cominciare, non c’è opera pubblica la cui gara non sia seguita dal ricorso del secondo classificato. E se è accolto, il controricorso del primo classificato retrocesso a secondo. Tutti, a parole, contro la cattiva abitudine dei ricorsi, ma tutti pronti a farlo. Con tempi non calcolabili, in genere anni. Tanto che spesso, quando davvero si può partire, occorre rivedere i progetti perché nel frattempo l’opera è invecchiata, dato che il mondo cambia più velocemente dei tempi delle opere.

 Ma non è finita. Quasi sempre, mentre l’opera è in corso, subentra la cosiddetta “variante d’opera”. Cioè si scopre qualcosa per la quale bisogna cambiare, sia pure parzialmente, il progetto. Mettiamo: per l’avveniristico ponte sull’asse Nord-Sud a Bari, problemi geologici o simili. Stop al cantiere, nuova progettazione, approvazione della nuova progettazione, ripresa del cantiere. Un paio d’anni? Più o meno.

 Domanda: non si poteva studiare meglio la situazione prima? Chissà. Sempre che non ci sia la illegittima deviazione da parte dell’impresa dal progetto originario, per risparmiare o poter chiedere di più. Tutto conseguenza del meccanismo del ribasso d’asta, ci si offre di realizzare i lavori a un prezzo molto più basso di quello stabilito dall’asta in modo da vincere, e poi si vede. O poi si recupera.   

 Secondo dati ministeriali, per la progettazione se ne vanno da un anno e mezzo a quattro e mezzo. Per l’aggiudicazione dei lavori, da tre mesi a un anno. Per la realizzazione, da sette mesi a cinque anni e mezzo. Se tutto va bene. Se, per esempio, all’ultimo momento non arriva un “comitato del no” che blocca tutto perché si sospetta sempre che un filo d’erba ne possa avere danno (con tutto il rispetto per chi i danni li scopre davvero, ma possibilmente arrivando cinque minuti prima del danno).

 Manco a dirlo, va peggio al Sud. Media un anno e due mesi in più se l’importo dell’opera è inferiore ai 50 milioni di euro. Media tre anni in più se si superano i 50 milioni. Perché al Sud ci sono meno banche che finanziano. Perché al Sud c’è sempre un’amministrazione che a un certo punto non ce la fa a pagare. Perché al Sud si dice che ci siano peggiori politici (e ce ne sono, anche se tutte le peggiori ruberie avvengono al Nord). Perché al Sud la spesa dello Stato è inferiore rispetto al Centro Nord (pur dovendo essere il contrario se si volesse ridurre il divario). Perché i fondi destinati al Sud vengono sempre più spesso dirottati al Nord (tipo ai traghettatori dei laghi Maggiore, di Garda, di Como). Perché al Sud ci sono i fondi europei al posto di quelli nazionali (mentre dovrebbero aggiungersi non sostituirli) ma per ogni progetto è necessario un apporto del 35 per cento da parte dello Stato e del 15 da parte degli enti locali, e chissà perché non ci sono quasi mai. Perché al Sud i fondi europei devono essere spesi in tempi inferiori a quelli che ci vogliono per le opere.

 Doppio danno. E’ anche per questo che al Sud si scelgono soprattutto i piccoli progetti, quelli che non superano i 5 milioni e per i quali non c’è obbligo di tempi. Ecco allora la polverizzazione, tanti piccoli interventi e mai i grandi lavori che servirebbero. Ed ecco perché l’Europa ha deciso di non finanziare più le infrastrutture: spettano agli Stati, non facciamo furbizie. Sarà come sarà, ecco perché il cittadino barese risponde alla barese all’annuncio che per via Amendola è arrivata l’ora.