Tutto fermo fino a settembre

Sabato 26 luglio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Anche per morire, non vi riducete all’ultimo momento. Ad agosto non è detto che l’impresa di pompe funebri risponda e lo sterratore ha un solo turno. Vai in giro e campeggia ovunque l’avviso: Gli uffici resteranno chiusi per ferie dal 4 al 31 agosto. Buone vacanze. Buone vacanze un corno per chi ad agosto dovesse avere la demente idea di restare. Neanche ammalarsi, per carità, cercate di anticipare o posticipare: perché il medico di famiglia deve andare, e giustamente, in ferie, il sostituto non sai manco chi sia, gli ospedali chiudono i reparti perché non vuoi che anche lì si facciano le meritate ferie, e con l’appendicite ti attacchi, accettati solo i moribondi. E quanto alla farmacia, devi andare a trovarla dove morì Cristo.

 UN MESE DI PARALISI Se bisogna sapere cos’è la siesta per capire cos’è il Sud, bisogna farsi il pellegrinaggio dei “Chiusi per ferie” per capire quanto questo Paese non abbia Nord o Sud, quanto sia unificato nel peggio. La siesta, quel tempo sospeso fra le due e (almeno) le quattro del pomeriggio quando nulla succede, anche la circolazione sanguigna scende al minimo come marmotte in letargo. Vola solo la mosca imprigionata dalla tenda chiusa a riparo dal sole, ma non deve volare altra mosca. E quando eravamo bambini, in quelle due ore non si poteva scendere in strada a giocare a pallone, meno che mai fare casino in casa. Legge non scritta ma l’unica davvero rispettata.

 L’agosto italiano è una lunga siesta di un mese, proprio quando l’estate ti vorrebbe far godere un po’ di più la vita. Ma è in ferie il fruttivendolo, è in ferie il bar, è in ferie il parrucchiere, è in ferie l’estetista (e a mare con questi peli come faccio?), è in ferie il giornalaio, è in ferie il cinema, la tv manda roba del 1915-’18 e Renzi vorrebbe far lavorare il Parlamento. Si fanno provviste in quantità industriali temendo la carestia e poi finisce che metà roba la butti. Con chiunque parli, ti rispondono “Ci sentiamo a settembre”, quando il ritorno è così impastato e sonnacchioso che ci metti un altro mese per connettere frustrato dalla perdita dell’abbronzatura. E ci sono corsi per restaurarti dalla fatica del riposo. Triste triste, arriva il Natale.

 Né possono credere di fare i dritti quelli che dicono: che bello, ne approfitto per recuperare gli arretrati, quando non ho mai tempo. Tutti Robinson Crusoe, appena fuori di casa è il Deserto dei tartari. Atmosfera da “day after”, il giorno dopo la bomba atomica. Con i sopravvissuti che si adocchiano con la coda fra le gambe cercando un fiato, una piccola comunità che vuole passare da anticonformista ma è solo di sfigati. E se cerchi qualcuno a telefono, becchi certe segreterie da neurodeliri, o ti rispondono, scusa, ma non te ne puoi andare in vacanza. Non ne possiamo, appunto, parlare a settembre? Congestionandolo tanto che poi  ci vogliono tre mesi per smaltirlo.

 LENTEZZA E VELOCITA’ Un tempo le fabbriche chiudevano, specie al Sud era una carovana di emigrati che tornavano. Ora le fabbriche sono sempre aperte, e quelle che sono chiuse lo erano purtroppo anche prima. Con Internet la vita è una vita senza soste e h24, se qui è mezzanotte altrove è giorno e ci si può sentire in ogni momento, figuriamoci ad agosto quando altrove aprono le scuole e noi siamo sotto l’ombrellone. La vita è ormai un flusso ma noi siamo sempre in pausa, una sospensione perenne dei lavori. E poi è una catena di montaggio, resto aperto io ma a che serve se mi deve venire la depressione?

 Restano aperti solo gli ipermercati, quando non riescono a far chiudere anche loro perché distruggerebbero il piccolo commercio che intanto chiude per ferie. E sono posti inanimati ma pieni di vita, rifugio dei rimasti, Sos dei reduci, terra promessa dei profughi delle chiusure, gelido concentramento di dannati in attesa che là fuori la prima serranda si alzi e il primo sportello si rianimi. Sono l’artificiale frescura dei vecchi che prima la cercavano con l’orzata o la granita di limone su balconi che neanche ci sono più.

 Così tra siesta, controra, pennichella, intervalli, pause pranzo, ponti, chiuso per ferie l’Italia a servizio ridotto continua a issare la bandiera mediterranea della lentezza fra le preponderanti truppe nordiche e calviniste votate alla velocità. Le quali però, quando si sentono sclerate, disprezzandoci disprezzandoci vengono da noi per rigenerarsi. Vai a vedere che alla fine sembriamo i peggio ma siamo i meglio.