Togliamo la maionese da questa Unità

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Ha ragione il presidente Napolitano: esistono non cinque, quattro, tre Italie ma una Italia. E’ d’accordo soprattutto il Sud. Perché nessuno come il Sud vuole l’unità, come capita a chi desidera ciò che non ha. Importa meno, e in questi giorni si è visto, al Nord chi quell’unità la fece. Il Nord che ora disfa ciò che 150 anni fa impose col ferro e col fuoco al Sud. Patriottismo e interessi di poteri forti allora. Solo interessi di poteri forti oggi. Che come sempre abusano a danno degli altri. Eppure il Risorgimento è stato la seconda grande storia italiana dopo il Rinascimento. E non saremmo fra i dieci Paesi più ricchi del mondo se fossimo rimasti divisi. 
Ma ora fra le valli alpine c’è qualche furbetto del quartierino che vuole tenersi il suo dopo essersi preso il Sud. Contraddicendo il “nuovo cemento unitario” invocato dal presidente. Come in una famiglia non possono esserci figli e figliastri, così in un Paese non possono esserci privilegiati e danneggiati. E’ proprio la giustizia che i Mille di Garibaldi dissero di venire a portare al Sud da “liberare” dall’oppressione.

Tutto dimenticato 150 anni dopo sull’altare di nuovo dell’arroganza di un pezzo d’Italia verso l’altro. L’arroganza di un pezzo d’Italia che dal 18 marzo 1861 ha tanto schiacciato l’altro da avere oggi un’Italia unita disunita da un divario economico senza pari in Occidente. Il contrario delle “cieche partigianerie” e delle “risposte collettive” invocate dal capo dello Stato. Neanche questa occasione è stata colta nel Paese per raccontare verità che avrebbero potuto finalmente pacificarlo. Invece la mancata rivoluzione evangelica della verità ha acuito lo scontro con la Lega Nord che non festeggia perché vuole sempre di più. La cappa della retorica ha ancòra una volta annebbiato tutto. Retorica come la maionese che si mette sul pesce per nascondere che non è fresco. Una salsina. Che esaspera invece di rasserenare. 

Gli storici dovrebbero finalmente dire ciò che sanno e non dicono. Dovrebbero finalmente dire che l’Italia da unire fu unita con una fretta tale da non andare troppo per il sottile verso un Sud che era quasi metà della penisola e metà della popolazione. E dovrebbero finalmente dire che l’urgenza di uno sviluppo avviato già da tempo negli altri Stati europei fece scegliere di concentrare quello sviluppo al Nord. Ma il Nord che si rimpolpava significò il Sud che si spolpava. Ci fu molta superficialità, molta spocchia, molta malafede. Si può anche comprendere sia pure a fatica tutto ciò. Ma non si può tollerare che lo si deformi attribuendo al Sud inferiorità genetiche da selvaggi, come si fece allora e come qualche disturbato mentale fa ancòra oggi. 

Ora, le industrie sono come i soldi di cui parlava Eduardo De Filippo: hanno voce, si chiamano fra di loro, insomma si fa soldi dove già ci sono soldi. Le industrie vanno dove già ce ne sono altre. E’ l’effetto palla di neve: più rotola lungo il pendìo, più si ingrossa. E come dove c’è sviluppo si crea il meccanismo automatico di un ulteriore sviluppo, così dove c’è sottosviluppo si crea il meccanismo automatico di un ulteriore sottosviluppo. Dal quale è impossibile uscire se non rovesciando il tavolo, come sanno i Paesi colonizzati. E come i Paesi colonizzati dipendono dalla benevolenza dei colonizzatori e dalla beneficenza chic in visone, così le aree in ritardo dipendono dalla assistenza dello Stato, cui li si condanna a tavolino. 

Così è andata per il Mezzogiorno, altro che vizio di lamentarsi, di dipendere dagli altri, di parassiti senza spirito di iniziativa e senza voglia di lavorare. E’ il sistema rapido col quale le vittime vengono fatte passare per colpevoli. Vittime designate di un disegno che attribuiva al Sud l’agricoltura per tutti, il ruolo di grande mercato per i prodotti industriali del Nord, il privilegio di essere fornitore della manodopera a poco prezzo (l’emigrazione), l’omaggio di essere il serbatoio di voti in cambio di elemosina. Ciò che è avvenuto. E avviene. Questo non spiega però, dicono gli storici col nasino all’insù, perché il Sud non abbia avuto una forza in grado di denunciare e cambiare.

La responsabilità del Sud è aver lasciato fare. Le famose classi dirigenti meridionali hanno sempre barattato il consenso con i soldi pubblici: non disturbo se mi paghi il non disturbo. Anche questa è sudditanza che finisce per strisciare più che alzare la testa. E un trasformismo che Tomasi di Lampedusa capì bene quando disse che dopo i gattopardi sarebbero arrivati gli sciacalli, pronti a tutto pur di conservare il potere. Ma ora il Sud comincia a sapere. E Napolitano per primo vuole un Paese unito. Quest’anniversario ha fatto più bene che male al Sud perché ne ha riattizzato il fuoco sotterraneo. Intanto va avanti gloriosamente un secondo cattivo Risorgimento come il federalismo fiscale che vuole ripetere il sacco di allora. L’unità d’Italia fu fatta dagli occhi incantati dei giovani. Si spieghi tutto ai giovani di oggi, la scuola esca dalla sua maionese. Solo la verità può riaccendere quegli occhi incantati e rifare l’Italia.

 

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 18 marzo 2011

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