Con Mennea e Modugno le due anime della Puglia che vola

Martedý 26 Agosto 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Figuriamoci che in redazione non tutti potevano chiamarlo a telefono. Anzi nessuno, tranne Carlo Gagliardi, capo dei servizi sportivi e sapiente mediatore di mille problemi. Perché lui dall’altra parte rispondeva come al solito scorbutico. E sospettoso, quanto sospettoso. Del resto, non potevi aspettarti altro da uno che aveva sempre la faccia di chi ha appena perso il treno. E che, parlando di se stesso, diceva che doveva prendersela con qualcuno per ottenere risultati. Insomma doveva essere sempre in guerra con tutti.

 Questo era l’errore umano che senza avere il fisico scientificamente costruito dei campioni dell’Est né quello strepitoso degli afroamericani ha detenuto per 17 anni il record mondiale sui 200 metri e detiene ancòra quello europeo dal 1979. E’ un anno che se ne è andato troppo giovane per morire e neanche poi stanco, dopo essersi allenato ogni giorno per 5-6 ore e per 5482 giorni consecutivi senza Natale o Pasqua, dopo aver corso 528 gare, dopo aver vinto un oro e due bronzi alle Olimpiadi. Uno che ogni giorno ripeteva serie di 60 metri per 25 volte e di 150 metri per dieci, carico mai sostenuto da nessun altro atleta finora conosciuto.

 Più che presuntuoso, arrogante, antipatico (che pur era) era maniacale: anzitutto verso se stesso. Vivendo da emigrante a Formia una vita tanto piena di invidie e gelosie altrui quanto solitaria allorché, spente le luci degli stadi, restava con la sua fatica e con i suoi denti stretti. Ma a chi lo accusava di essere un disadattato, rispondeva che disadattati erano loro. Rinfocolando la polemica sulla cattiva coscienza dell’atletica chi si faceva di doping mentre lui per vent’anni si era fatto solo di acqua minerale e neanche gasata.

 Fu la dimostrazione magnetica, imbarazzante, contagiosa, cocciuta che con la forza di volontà si può tutto. Sembrava arrancare quando correva, la schiena ingobbita, le gambe storte. Eppure, furono 200 metri di rabbia e di poesia quelli dell’oro di Mosca. Ed era solo quarto su quella curva affamata che poi volò nella felicità ma con la solita smorfia di dolore finale.

 Mai un ragazzo del Sud era sfrecciato così veloce. Questo tormentato asceta magro, tirato, ruvido era nato a Barletta e si chiamava Pietro Mennea. Diceva: soffri, ma sogni. E’ stato il Sud che ce l’ha sempre fatta e ce la fa col sacrificio, il Sud che pietra su pietra ha innalzato muretti a secco e cattedrali al cielo.

 Ma c’è un altro Sud. Il Sud della gioia di vivere e della travolgente felicità mediterranea. Il Sud dell’impeto e della grinta. Il Sud dell’inno alla fantasia. Il Sud non meno contagioso della creatività. Il Sud di chi nella sua carriera ha scritto e inciso 230 canzoni, partecipato a 38 film, a 7 fiction per la tv, a 13 spettacoli teatrali, vinto 4 Festival di Sanremo, venduto nel mondo 60 milioni di copie dei suoi dischi e 22 di una sola delle sue canzoni (terza assoluta nella storia).

 Aveva un paio di baffetti truffaldini ed era un “fimminaru” (sciupafemmine) questo artista anch’egli emigrante che quando sul palcoscenico di Sanremo attaccò con la sua “Nel blu dipinto di blu” frantumò tutto un passato di svenevoli mamme e di non meno svenevoli eterni amori. E invece di portarsi le mani sul cuore come tutti gli altri, agitava tanto le braccia che non riuscivano a tenerle in video. E il pubblico in piedi elettrizzato impazzì sventolando i fazzoletti. E qualcosa di inarrestabile e di fulminante si impadronì del teatro come un ciclone. E si ebbe sùbito la percezione che un’altra era cominciasse, che non era esagerato parlare di rottura epocale nel 1958 del boom e del futuro che sembrava anch’esso cantare in quel blu dipinto di blu.

 Tanta fu la sorpresa che il celebre maestro Gorni Kramer tuonò: ma che pazzia è questa canzone? Non ha stile, non esiste. Eppure il suo interprete vi aveva trasfuso la tradizione popolare e di cantastorie del suo Sud. Iniettandovi un surrealismo e una musicalità, una sorta di urlo liberatorio che saliva da terre di passione. E che divenne presto universale perché tutto il mondo ha bisogno dei suoi Sud.

 Quel pazzo si chiamava Domenico Modugno ed era nato a Polignano. Forse sembrano tanto lontani, ma sia lui che Mennea furono non solo due modi di essere Sud, ma anche due innovatori ciascuno nel suo campo. Anzi tutti due furono, ciascuno col suo Sud della stessa provincia, dei Mr Volare che fanno ancòra volare di orgoglio tutti noi.