Per gli studenti una formazione in nome del lavoro

Venerd́ 29 agosto 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Metti che uno dica: ragazzi, non vi iscrivete più a giurisprudenza. Se lo dice un professore, può essere una botta di cinismo. Se lo dice uno studente, può essere avvelenamento da diritto privato. Se non è né professore né studente, può essere stato colpito dal fatto che ci sono più avvocati in Puglia che in tutta la Francia. O semplicemente può aver capito che nulla all’università funziona più come prima, e non solo all’università.

 Non funziona più come quando si diceva: mi laureo in giurisprudenza, tanto offre molti sbocchi. Se non faccio l’avvocato, posso partecipare a una serie di concorsi pubblici. E comunque una facoltà così va sempre bene, un po’ di tutto e niente di particolare. Ma di concorsi pubblici se ne vedono sempre meno, essendo più facile in questi tempi di tagli che dalla pubblica amministrazione si esca più che entrarci. E comunque non c’è azienda che oggi si accontenti di lauree di grande tradizione ma di scarsa specificità.

 Insomma, ragazzo che cerchi lavoro: è questo il sistema rapido più per mandare domande in giro che per ottenere risposte. Soprattutto al Sud, dove il lavoro è ancòra più dramma sociale che altrove. Ovvio che giurisprudenza vale quanto qualsiasi altra facoltà scelta con lo stesso criterio.

 Chissà se deve averlo capito Stefania Giannini, ministra della Istruzione. Che come tutti i ministri che l’hanno preceduta, la prima cosa cui ha pensato è una riforma della scuola, nel Paese in cui a scuola non fanno in tempo a capire l’ultima riforma che già se ne trovano un’altra. Facendo sospettare che la precedente riforma non fosse gran che visto che la si riforma immediatamente.

 Lasciamo stare l’abolizione delle supplenze, una sfida in un sistema finora salvato proprio dalle supplenze. E lasciamo stare la ferma intenzione di non trattare i docenti tutti allo stesso modo ma di premiarne il merito, in un Paese in cui tutti lo dicono ma nessuno lo fa. Lasciamo stare anche l’apertura delle scuole agli sponsor privati, col rischio di danneggiare il Sud dove ce ne sono meno. Tanto di guadagnato se la ministra l’imbrocca.

 Non per scivolare nel benaltrismo, ma ciò che più conta è altro. E tanto ovvio che non si capisce perché qualche riforma non l’abbia riformato prima. Anzitutto l’inglese alle elementari, in un’Europa bilingue in cui l’Italia è l’unico Paese monolingue. E non come ora, spesso con insegnanti generici che insegnano inglese avendo bisogno di conoscerlo loro.

 Poi l’introduzione alle elementari dell’informatica, in un mondo in cui si fanno con Internet oltre metà dei lavori che prima si facevano diversamente. E spesso standosene comodamente a casa. Grande opportunità soprattutto per il Sud, perché Internet cancella la geografia, in una certa misura elimina i divari territoriali. Quindi può essere addirittura la soluzione della questione meridionale. Se stando a Minervino Murge o a Vernole o a Monterotaro puoi lavorare con gli Stati Uniti o col Giappone, conterà sempre meno vivere in posti con meno infrastrutture, meno attrezzati di altri come il Sud. Visto che i nostri ragazzi ora nascono con i tastini al posto delle dita, la domanda è perché si sia aspettato tanto.

 Poi la storia dell’arte già nel biennio dei licei e non solo dal terzo anno, nel Paese col più alto numero di opere d’arte al mondo. E la musica ad elementari e medie, con professori che non confondano uno spartito con un testo di giudaico antico.

 Ma la vera riforma di questa riforma, se riuscirà a sopravvivere al Parlamento, è la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, estesa oggi solo al 9 per cento degli studenti. Cioè non passare tutte le ore di scuola a scuola, ma in laboratori o aziende dove già cominci a confrontarti praticamente con ciò che potresti fare domani. E possibilmente impararlo. E non solo alle scuole professionali, come istituti agrari o industriali, ma anche nei licei in cui è meno sicuro ciò che si vorrà fare da grandi, anche se prima lo si capisce, meglio è.

 In Germania avviene in oltre la metà delle scuole, e tanto più all’università. Anche per questo la Germania è la Germania. Evitando quanto avviene normalmente da noi, con le aziende che non si fidano delle università e del loro pezzo di carta, sottoponendo gli assunti a corsi di aggiornamento che per le università sono una sconfessione bella e buona. E basta pensare, per capire la bontà dell’innovazione, al felice esempio dell’istituto Cuccovillo di Bari, che in collaborazione con la multinazionale Bosh sforna ragazzi chiavi in mano, cioè in grado di mettersi sùbito al lavoro, come avviene.

 La ministra ha presentato la sua riforma come “una rivisitazione rivoluzionaria delle regole del gioco che guarda ai prossimi trent’anni e non ai prossimi tre”. In Italia diventa rivoluzionario ciò che è solo di buon senso. Ha aggiunto che i giovani che cercano lavoro non devono sentirsi cittadini a metà. Auguri (interessati) alla ministra.