Il grande assente nelle città insicure

Venerdì 5 settembre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Un giardino, una strada o una piazza, certo. Ovvio che avrebbe un valore simbolico intitolarli al giovane albanese ucciso giorni fa a Bari: testimonianza civile della città che vuole reagire. Tutto lascia ritenere ucciso solo per aver difeso un ragazzino e la mamma dalla violenza di un bulletto di 15 anni. E in mezzo alla gente, non in una strada buia e isolata. Ma il bulletto pare appartenga alla famiglia del boss del quartiere. E il boss del quartiere non può accettare una reazione alla propria prepotenza dove comanderebbe lui. Bisogna uccidere anche per una sciocchezza per non mostrarsi debole e non essere spazzati da un altro clan. La sua stessa legge non ammette deroghe. A costo di distruggersi con l’ergastolo a vent’anni.
 E’ avvenuto a Bari, ma tanto per restare in Puglia poteva avvenire in qualsiasi altra città. La Puglia si è finora salvata da una deriva meridionale proprio perché il suo territorio non è completamente dominato dalla criminalità organizzata come altrove. Ma si può dire ancòra questo nella regione che, per esempio, è prima in Italia per minacce e attentati agli amministratori pubblici? Si può dire ancòra questo nella stessa Bari in cui questa estate si è sparato in mezzo alla movida pare per una lite? Si può dire questo in una città (e in città) in cui ogni posto auto è presidiato da ceffi di note famiglie e devi pagargli il caffè, dottore? Si può dire questo in una città (e in città) di case svaligiate? Si può dire questo in una città (e in città) in cui le esplosioni nei cantieri e i negozi a fuoco rivelano quanto sia generalizzata l’imposizione del pizzo? E gli scippi? E le aggressioni immotivate?
 Che Bari (con le altre città) sia insicura, è inutile dirlo. Forse così percepita dai cittadini più di quanto le cronache giustificherebbero. Ma così è. Ed è inutile impiantarvi sopra polemiche politiche, non essendo riusciti a rimediarvi né centrodestra né centrosinistra, quand’anche i sindaci ne avessero poteri. E tranne che a Bari si ritenesse di poter far paura a qualcuno col folklore dei cartelli in quattro lingue contro gli sguardi di sfida, buoni solo per apparire sui giornali.
 E anche se la gente si sente insicura, non è detto che qualcuno che ha visto o sentito collabori come per fortuna è avvenuto per la brutale esecuzione dell’altro giorno. Bene, il civismo si costruisce anche così. Ma cosa succede quando si spengono le luci della ribalta? Perciò la si smetta con la demagogia della omertà, dato che nessuno ha il dovere di essere eroe. Se in strada si vedono più posteggiatori abusivi che pattuglie di polizia, se la protervia della malavita scoraggia la buonavita, se la violazione sistematica delle regole (e l’altrettanto sistematica mancanza di sanzioni) prevale sul loro rispetto, se i vandali distruggono tutto ciò che vogliono, nessuno può prendersela con chi, invece di essere protetto, viene accusato.
 Non è una diserzione, è una legge di natura. Un motorino che venga bloccato in un’area pedonale vale più di cento convegni sulla legalità. Non siamo ancòra, a Bari e in Puglia, all’antiStato che sostituisce lo Stato, al territorio abbandonato al suo deperimento e con i registi che fanno i film (“Anime nere” in Calabria), si prendono quindici minuti di applausi a Venezia e domani è un altro giorno. Ma intervenire in tempo significa anzitutto Stato che funziona con le sue Volanti e le sue Gazzelle, anche se può sembrare la soluzione più banale e fascistoide. Stato che funzioni, ovvio, anche con la sua giustizia. Che funzioni, ovvio, anche con i suoi servizi. Ma che dia ai cittadini la sensazione, la percezione, di esserci. Il coraggio è anche uno stato d’animo.
 Poi va bene tutta la buonavita organizzata. I comitati antipizzo. Il volontariato. Gli Ammazzatecitutti. I don Ciotti. La mobilitazione sociale di cui il Sud sta dando sempre più prova dalla Sicilia alla Campania. E a Bari, nel quartiere dell’esecuzione, la chiesa e l’oratorio che raccolgono i ragazzi perduti senza collare. La scuola, che ne abbia i mezzi. Ma bisognerebbe allontanare dalle loro case i figli delle famiglie mafiose per consentire loro di non imitare i padri, o impedirlo. E non fargliene prendere eredità e pistole in base alla loro stessa legge.
 Che questo Stato sia inadempiente soprattutto al Sud, manco a dirlo. Con le sue forze sul campo sempre insufficienti, e non da ora. Con le sue procure lasciate abbandonate. Con i suoi troppi compromessi con le mafie. Con le complicità delle sue amministrazioni. Uno Stato disertore non può chiamare a raccolta nessuno. Tanto meno tacciare di mafiosità gente che lo sostituisce. Perciò una targa in un giardino, in una strada, in una piazza va sempre bene. Ma è ancòra nulla, purtroppo, contro il proiettile vagante.