Il prezzo piange ma tu non ridere

Sabato 6 settembre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Deflazione. Ma come, ci lamentavamo quando i prezzi salivano, e ci lamentiamo anche ora che scendono? Questo significa deflazione, contrario dell’inflazione. Il fatto è che i prezzi scendono non perché scendono i costi essendo più bravi a costruire una casa, a fabbricare un computer, a sfornare pacchi di pasta. I prezzi scendono perché compriamo meno. E compriamo meno non solo perché non abbiamo soldi a disposizione. Ce ne sono meno di sicuro. Ma anche chi potrebbe non spende perché è depresso, non ha fiducia, magari teme nuove tasse (soprattutto sulla casa). Allora si trattiene. Al massimo, risparmia.
 AVVITATI SU NOI STESSI Ma se si compra meno, si produce anche meno: quale industria continuerebbe come prima rischiando i magazzini pieni di roba invenduta? Da un lato ribassa i prezzi cercando di invogliare gli acquisti, dall’altro riduce le quantità. Ma se riduce le quantità, finisce per ridursi anche il lavoro: cassa integrazione, mobilità se non proprio chiusura e licenziamenti. Ma meno gente lavora, meno soldi circolano. Una spirale negativa. L’economia si avvita su se stessa come un aereo che cade.
 Riducono le quantità acquistate anche i negozi: chiedi la misura di una camicia, rispondono che ne avevano presa solo una per misura perché non si vende. Chi compra si scoraggia e un’altra volta non andrà a chiedere più neanche quella camicia. Sembra tutto più povero, non viene voglia. E quanto alle case, ti dicono: è il momento per comprare, te le buttano in faccia a quattro soldi. Ma questo significa perdita di valore di tutto. E la casa, tanto per dire, è stata sempre non solo l’oscuro oggetto del desiderio degli italiani per viverci, ma anche per investire. Il mattone non si svaluta mai, era la convinzione. Quante case invendute (e svalutate) esibiscono oggi il loro malinconico speranzoso “Si vende”? Si svaluta il Paese.
 Avvenne un’altra volta nel 1959, 55 anni fa. E tutti a fare confronti fra allora e oggi. Erano i tempi di Mike Bongiorno e di “Lascia o raddoppia”, di Domenico Modugno e di “Ciao ciao bambina”, del Leone d’oro di Venezia a “La grande guerra” di Monicelli (ah, quei due grandi impuniti di Sordi e Gassman) e al “Generale Della Rovere” di Rossellini. I Nobel a Quasimodo per la letteratura e a Dulbecco per la chimica. Aldo Moro divenne il nuovo segretario della Dc. E gli anziani con tanto di nostalgia: ah, quei tempi.
 Centomila volte meglio oggi, nonostante la crisi. Si comprava il ghiaccio perché non c’era il frigorifero. Si andava a vedere la tv al negozio di giù o dalla signora a fianco che ce l’aveva. Si rivoltavano i vecchi cappotti e la lana pungeva. La mattina pane vecchio nel latte. Si girava in bicicletta. Si viveva otto anni meno. I bambini morivano tre volte di più. Inquinamento. Bombe e attentati. Stragi. Eppure ora siamo tutti sicuri che si stava meglio quando si stava peggio.
 IL GRANDE ASSENTE Invece ha ragione chi dice che un adolescente oggi è l’adolescente più fortunato della storia. Perché anche le famiglie più impoverite hanno in media un numero di mezzi a disposizione infinitamente più alto rispetto al passato. E opportunità che non hanno confronti con nessuna altra epoca. In media, ovvio, chi più chi meno. Case riscaldate. Acqua corrente. Trasporti pubblici e scuole per tutti. Abiti. Viaggi, discoteca, uscite serali, stanzetta, fast food, telefonino, musica, tv, cinema, mail, paghetta, motorino, piscina, palestra, Facebook, twitter. E un piatto sempre.
 Poi, quel 1959, partì il boom italiano che tutto il mondo celebrò. Simbolo la “500”, si costruì l’Autostrada del Sole, la tv entrò in tutte le case come il frigorifero, e poi la lavastoviglie. E la liberazione da mille incombenze manuali. Cioè tutto ciò che oggi è tanto acquisito, tanto normale da non farci più caso, c’è una famiglia senza auto, una casa senza frigo o tv, un ragazzino senza cellulare, un’estate senza mare, una settimana senza pizzeria, una scuola senza libri? Anche con la crisi che semina buio e disperazione?
 Eppure, c’è deflazione e deflazione. Di meglio, allora, c’era quella deflazione. Punto di partenza, non capolinea di arrivo. E qualcosa senza la quale oggi è diverso da allora. Allora c’era un futuro, oggi no. Allora il futuro era una luce, oggi un problema. Allora c’era la voglia spasmodica di crescere, oggi c’è la paura paralizzante di finire spalle al muro. Bisognerebbe dar retta a Renato Zero: tornare ragazzi, e crederci ancòra un poco.