Cercando il padre nonostante la Stone

Lunedì 22 settembre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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UN RAGAZZO D’ORO – di Pupi Avati. Interpreti: Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Alida Valli, Cristiana Capotondi. Drammatico, Italia, 2014. Durata: 1h 33 min.
 
Abbiamo tutti una foto da piccoli felici con papà. Ce l’ha anche Davide, ma felice non lo è perché con quel padre non si è mai preso anche se si sono sempre cercati dolorosamente e inconsapevolmente. Così ora è un creativo pubblicitario in analisi e schiavo delle pillole. E quando da Milano la vecchia madre lo richiama a Roma proprio per la morte del padre (forse suicidio), l’odio lo trattiene ma poi va. Così ne riscopre il mondo di sceneggiatore di film di serie B alla Alvaro Vitali. Ma soprattutto scopre un amore reciproco nel quale non avrebbe mai creduto.
 Scopre anche fra le carte di casa un romanzo che pare il padre stesse scrivendo, riattizzando pure in lui la frustrazione di romanziere mancato. Nel giro conosce una editrice italo-americana (amante del padre) che le chiede di tirar fuori quel romanzo. Ma c’è, non c’è? Con una psicanalitica sostituzione di personalità, si mette nei panni del padre per riscattarne la mediocrità. Il romanzo (suo, del padre?) viene fuori ed è un successo internazionale. Ma così facendo egli si annulla finendo in una malinconica strada senza ritorno. In fondo, è “Un ragazzo d’oro”.
 Ritorna qui in Pupi Avati il conflitto padre-figlio (lui ha perso il suo a 12 anni), già affrontato in “Il papà di Giovanna” e “Il figlio più piccolo”. Ennesima ripetizione di se stesso, si potrebbe dire, per il regista più prolifico del cinema italiano. E riproposizione dell’irrisolta domanda sulla moderna figura di un padre sempre più assente e desiderato ancorché fondamentale. Ma Avati è un ineguagliato ricamatore di emozioni, un delicato pennellatore di sentimenti, un lampo di tocco. Sempre con un po’ di fragilità, come anche in questo caso. Ma con una sommessa capacità di tensione e di coinvolgimento non usuali. Fino a raggiungere qui i toni dello psico-thriller.
 La luce è quella smorzata del viaggio nel ricordo, azzeccate le musiche di Raphael Gualazzi, comparsate di Valeria Marini e del nostro Attilio Romita. C’è chi ha visto nel protagonista Riccardo Scamarcio un tono mai difforme, invece la sua è una matura interpretazione interiorizzata cui manca il buio della lacerazione. Splendida la giovinezza dell’80enne madre Alida Valli, tenera e sofferta Cristiana Capotondi, mancata fidanzata di Davide.
 E infine lei, Sharon Stone, l’editrice. Una icona del cinema scelta in quanto tale (insomma per attirare il pubblico), e della quale si raccontano le ovvie bizze durante la lavorazione (oltre che le spese da Bulgari con la carta di credito della produzione, nonostante i 500 mila dollari di compenso). Generoso fard coprirughe, gambe accavallate (come nel suo mitico “Basic instinct”), residua sensualità, recitazione legnosa come un ippocastano d’autunno. Ma Sharon è Sharon, e così sia.