C’è un Sud anche per art. 18 e liquidazione

Venerdì 10 ottobre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Un tempo si chiamava liquidazione. Così la chiamavano sbrigativamente i lavoratori, più che il sindacalese Tfr , trattamento di fine rapporto. Soprattutto al Sud. Dove sulla liquidazione si appuntavano tanti progetti. Passare la vecchiaia sereni, magari con una villetta in campagna o al mare. O finalmente con una casa di proprietà per chi non era mai riuscito ad averla. Liquidazione come assicurazione sull’ultima stagione della vita. O per i figli. E quanti figli sono stati così sposati. E quante figlie hanno ricevuto così la dote, quando si usava. Un filo fra generazioni.
 Liquidazione era insomma sogno e futuro. Ora che si parla di metterla in busta paga mese per mese, non è solo un cambiamento economico ma una rivoluzione antropologica. Molto più profonda di quanto il solitamente banale e fazioso dibattito politico lascia credere. Si passa da una vita che pensa al domani a una vita appiattita sul presente. L’uovo e la gallina. Non sorprendente in un tempo senza più sguardo lungo, senza una visione. E tanto più in una crisi che è crisi anche perché non ci sono più intelligenze in grado di vedere la luna e non solo il dito che la indica. Mancano i seminatori, abbondano gli sfruttatori di giornata sulla madre terra esausta.
 Così la liquidazione potrà diventare uno spezzatino che lascerà senza rete di protezione ma darà quattro soldi in più per tentare di far ripartire una nazione stremata. Magari quei quattro soldi saranno pure utili per la ripresa di consumi ai quali è legata l’uscita dall’incubo. Anzi è augurabile. Dateci in Italia una camicia o un etto di prosciutto in più. Si calcola che saranno 100 euro a lavoratore, che diventeranno 180 con gli 80 euro già corrisposti. Nulla da scialare per nessuno. Ma se ci andremo a comprare la camicia o il prosciutto, chissà che non sia la scintilla.
 Ma giuste le richieste sindacali. Ora sui quei soldi si paga la metà delle tasse, proprio per il loro valore sociale. Non farà il governo la furbata di eliminare l’agevolazione per coprire con le tasse in più il costo non ancòra coperto degli 80 euro: cioè con una mano dare con l’altra prendere. E poi che siano i lavoratori a chiedere questo Tfr adesso, cioè una scelta non un obbligo.
 Non meno seria l’eccezione degli imprenditori, che ora il Tfr accumulato in nome altrui lo usano per il buon andamento dell’azienda nell’interesse di tutti. Sarebbero costretti a sborsare sùbito, e quei soldi non li hanno. Ancòra peggio al Sud, che è Sud anche al Sud le banche hanno il braccio più corto per il credito. A conferma che c’è sempre un Sud di cui tener conto (o del quale si dovrebbe tener conto) anche quando si decide se chiamare Tfr o liquidazione il Tfr.
 E a proposito, l’articolo 18 (anche se la sua eliminazione è stata rinviata ai decreti attuativi, e chissà all’italiana che se ne farà). Al Sud riguarda solo un pugno di aziende, e più piccole che altrove pure. E al Sud, più che avere possibilità di licenziare, interessa poter assumere, cioè una economia che riparta e le condizioni perché avvenga. Sempre più assenti. Sud comunque specchio soltanto più cupo degli stessi mali nazionali. Ma con troppe distrazioni nei suoi confronti.
 Esempio questa storia dell’Agenzia per la coesione territoriale. E’ quella che dovrebbe far spendere i fondi europei meglio di quanto finora siano state capaci le regioni, e Dio solo sa quanti misfatti (soprattutto, ma non solo, al Sud). Istituita da un anno (governo Letta vigente), direttrice indicata dal governo Renzi ma non ancòra avvistata in ufficio, tanto meno il personale da spostare o assumere.
 Nel frattempo la Commissione europea segnala che, causa crisi, in Europa sono aumentate e non diminuite le disparità fra i territori. Proprio quelle delle quali i fondi dovrebbero essere la terapia. E non soltanto il Mezzogiorno italiano, ma quasi tutta l’Europa: 210 regioni su 277. Nelle quali la disoccupazione è cresciuta (come il Sud italiano ben sa), e più che raddoppiata in cinquanta di loro. Diminuiti invece gli investimenti pubblici. A dimostrazione che senza questi investimenti ogni cura è acqua fresca.
 Solo lo Stato può raddrizzare la barca in queste condizioni, l’economista Keynes non è mica nato invano. A costo di scavare buche e riempirle. Ma guarda lo Stato italiano, che invece di fare investimenti (produttivi) aumenta ogni giorno la sua spesa corrente (improduttiva), e poi carica di tasse per coprirla in una corsa senza fine. Ci vorrebbero più grandi opere che superstipendi. La Merkel è una capacchiona forse anche arrogante. E col rigore e il rigore cresce solo la Germania (e neanche). Ma intanto l’Italia ha rinviato il pur discutibile pareggio di bilancio al 2017. Caricandolo sui giovani di domani. Che priva pure del Tfr, pardon liquidazione. Diteci voi.