Ma il parente dove lo piazzo

Sabato 18 ottobre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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E’ tutta una questione di naso. C’era la proposta di vietare i parenti di assessori e consiglieri comunali nei consigli di amministrazione delle società municipali di Bari. Bene, bravo, bis. Ma il sindaco De Caro ha preso tanto di cappello, dicendo che ci pensa lui come promesso nella campagna elettorale. Quelli di Grillo, che non perdono occasione per scendere dalle cinque stelle alle stalle, hanno fatto un funerale dicendo che qui giacciono trasparenza e buonsenso. Tempo un’incazzatura, De Caro ha sparato una norma antiparenti da far scolorire l’opposizione. Duello rusticano, quando a dover essere vietati non sono solo i parenti, ma proprio politici e affini fino al millesimo grado.
 I POLITICI A BARI Di parenti in quelle società al momento ce ne sono cinque, generoso lascito del sindaco Emiliano il moralizzatore. Che anche lui aveva detto che ci pensava lui. E siccome l’Italia è fondata sul “Tengo famiglia”, a nessuno piace vedere che ci sono famiglie più famiglie degli altri, specie se di politici. I quali fanno sempre come se fossero a casa loro. Del resto già una Parentopoli ha fatto finire Bari su quelle prime pagine che non aspettavano altro perché è una città del Sud. Basta infilare un qualsiasi corridoio dell’università per chiedersi se quelle targhette di professori tutti con lo stesso cognome siano casuali o dinastiche, nel senso di parenti appunto. E hanno dovuto fare un codice etico per evitarlo, come se si dovesse fare un codice apposito per dire che non si ammazza la gente per strada.
 Ma nella città in cui politici e baroni universitari hanno sempre il parente pronto, c’è anche il parente postumo. Cui non riservare una poltrona né una targhetta, ma una targa stradale. Ovunque strade appunto loro intestate, per consegnare i parenti non solo a un lauto stipendio o a un prestigioso incarico prima ma all’eternità dopo. Magari meritata. Ma sempre col sospetto che il politico stia a fare più cosa nostra che cosa di tutti, insomma tenga sempre il parente più parente degli altri. Esaurite le strade, a rischio nepotismo sono palazzotti, giardini, semafori. Male che vada, panchine.
 Ma non è solo questione di mogli, figli, generi, cognati, nipoti (mitici dal tempo della nipote di Mubarak). La gente non va a votare neanche col naso turato come pare si facesse un tempo. Non ci va perché è più scocciata di un parente che di una Tasi, ed è tutto dire. La Tasi è una iattura, il parente è una furbata. E se il parente del politico è un Einstein, si immetta lui e si dimetta il politico.
 TAGLIARE ANZI NO Il fatto è che di quelle società a rischio di parente di politico, in Italia ce ne sono 8 mila. E la “spending review”, cioè l’Operazione Mani di Forbice, ha deciso di farle diventare mille. Mettendo a serio rischio non solo il parente ma il politico stesso, che non saprebbe più dove sistemarsi. Nell’attesa che mai Mani di Forbice si metta in azione come il premier Renzi assicura nelle sue dieci conferenze stampa quotidiane, la Resistenza si attrezza. Tipo la Sogesid, società nazionale che, nonostante 118 dipendenti, nel 2013 ha pagato 380 consulenze per 8,5 milioni, dovendo essere già sparita corrente il governo Monti. Sopravvissuta a mezz’acqua e affidata a tal Marco Staderini, fidatissimo di quel Pierferdinando Casini che sembrava non esistesse più.
 Notizie raccolte dal supersegugio collega Sergio Rizzo, che ne ha beccata un’altra. La Difesa Servizi, azienda che svolgerebbe servizi per ragioni ignote non svolte dal ministero della Difesa. Creata dall’allora ministro destrorso La Russa e contestata dalla sinistra. Ma che oggi, per la legge dell’Intercambiabilità delle Drittate, è stata affidata a un ex deputato del sinistrorso Pd. Così come a un altro ex Pd in crisi di astinenza di posti, è andata la presidenza della compagnia aerea delle Poste che avrebbe dovuto da tempo volatizzarsi.
 Ecco perché De Caro era atteso al varco, forse più per provarlo che altro. Bari è anche disposta a perdonargli gli alberi messi di sghembo nelle aiuole, che dovrebbero restare così come Difetto Turistico di Successo. E la cittadinanza tutta non alza più di tanto il sopracciglio alla notizia che ci sono in città 40 mila case fantasma, nel senso che non hanno mai pagato una tassa suscitando più spirito di imitazione che sdegno. Ma al primo parente che supera il filo spinato, ogni barese potrebbe fargliela pagare a mano armata di cugino. Che tutti hanno, e da piazzare pure.