Il Sud č una lumaca? Casomai una locomotiva

Domenica 19 ottobre 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Diciamoci la verità: non troveremmo nessun folle disposto a giocarsi una lira sul Sud. La convinzione è che sia una partita persa. Non solo per il suo deserto economico ed umano prossimo venturo di aziende che chiudono, giovani che fuggono, figli che non si fanno, vecchi che muoiono. Ma anche per la sua possibilità di dare una mano a far ripartire l’Italia. Palla al piede. Che se non ci fosse sarebbe meglio per tutti. Anzi causa di tutti i mali nazionali.
 L’idea è allora quella di un posto dove il Cristo che settant’anni fa si fermò a Eboli, stavolta neanche si metterebbe in viaggio. Anime perse come in un recente film. Un addio. Tranne che non ci fosse quel folle che la lira sul Sud se la giocherebbe. Anche se sarebbe comico capire partendo da dove.
 E allora, vediamo solo il valore aggiunto manifatturiero di questo Sud (cioè la ricchezza che le sue imprese producono). Nel 2010 è stato superiore a quello di intere nazioni come Finlandia, Romania, Danimarca, Portogallo, Grecia, Croazia, Slovenia, Bulgaria. Gli addetti all’industria alimentare sono stati di poco meno della Baviera, ma più di Nord Reno-Westfalia, Catalogna e Valencia, area di Parigi, Belgio. Nella costruzione di autoveicoli, il Sud ha meno occupati della Svezia, ma più di Catalogna, Belgio, Sassonia, Austria. Nell’abbigliamento, più addetti di Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca. Nella raffinazione petrolifera, più addetti di Olanda, Belgio, Nord Reno-Westfalia.
 Tutto comico? Ancòra.
 Nelle esportazioni, questa la parte del Sud: 31 per cento del settore aeronautico, 17 per cento automotive (auto e componenti), 18 per cento agroalimentare, 13 per cento farmaceutico. Il Sud esporta in 208 Paesi, il 91 per cento del mondo. E in 50 lo fa meglio del resto d’Italia.
 Tutto comico? Ancòra.
 Il Sud italiano è secondo alla sola Spagna nella produzione di ortaggi. Secondo (sempre alla Spagna) anche nella frutta fresca. Inoltre ha primati assoluti nazionali, oltre che nei settori già visti, nella produzione di laminati piani di acciaio, piombo, zinco, etilene, cemento, mobili; nella meccanica, meccatronica, chimica di base, energia eolica e fotovoltaica, elettronica, sartoria, nautica da diporto. Sono al Sud distretti industriali come quello aeronautico, dell’automotive, dell’elettronica, farmaceutico, agroalimentare. E’ al Sud il più grande armatore privato (Daponte, con le sue navi da crociera Msc). Sono al Sud (Basilicata) i pozzi petroliferi terrestri più grandi d’Europa. E’ al Sud la più grande fabbrica italiana per numero di addetti diretti (l’Ilva di Taranto, con oltre 11 mila), oltre che più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa. E’ il Sud la destinazione turistica più promettente (più pernottamenti stranieri di note aree come Provenza-Costa Azzurra-Corsica e Creta).
 Insomma, per capire perché la lira sul Sud non è folle giocarsela, bisogna conoscere “L’economia reale nel Mezzogiorno” e non i pregiudizi. E’ questo appunto il titolo del libro a cura di economisti come Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis (il Mulino, pag. 362, euro 27,50), collana della Fondazione Edison. Che al tema ha dedicato un convegno cui hanno partecipato firme del volume come Carlo Trigilia (recente ministro della coesione territoriale), Adriano Giannola (presidente Svimez, Associazione sviluppo industriale del Mezzogiorno), Giovanni Iuzzolino (Banca d’Italia), Federico Pirro (università di Bari), Massimo Deandreis (direttore SRM, studi e ricerche per il Mezzogiorno) e studiosi del peso di Luigi Nicolais, Giulio Cainelli, Silvio Capasso, Fabrizio De Filippis, Roberto Henke.
 Il libro snocciola i sorprendenti dati positivi del Sud: positivi ancorché insufficienti per un’area di 26 milioni di abitanti. Ma sufficientemente positivi per capire che il Sud è tutt’altro che un deserto, che il deserto può attendere. E che da questi dati e non dalle chiacchiere occorrerebbe partire se si volesse parlare di Sud come ricchezza e non solo come divario, ritardo, ricorsa al Nord. Aggiungendo che lo sviluppo di questo Sud conviene non solo al Sud ma a tutta l’Italia, perché la farebbe diventare come Francia e Germania. Difendendo tutta l’industria che ha (imprevedibile l’elenco del prof. Pirro) e senza la quale non si fa nulla da nessuna parte al mondo. Ma puntando su altri tesori del Sud come agricoltura, turismo, logistica (cioè la sua posizione nel Mediterraneo).
 Perché giocarsi la lira sul Sud non significhi barare, il libro non nasconde le miserie del Sud. Le sue molte colpe. Ma anche le vane attese di ciò che non ha mai avuto, anzitutto infrastrutture. Ricordando che vaneggia di razzismo suicida chi non si rende conto di quanto le economie di Sud e Nord siano innervate fra loro, nel senso che l’una non può fare a meno dell’altra. E ricordando che stare indietro come il Sud significa opportunità di crescere non partita persa. Dipende per primo dal Sud, ma anche dagli altri. Chissà che non si possa dirlo: dateci un Sud, e risolleveremo l’Italia.      
Diciamoci la verità: non troveremmo nessun folle disposto a giocarsi una lira sul Sud. La convinzione è che sia una partita persa. Non solo per il suo deserto economico ed umano prossimo venturo di aziende che chiudono, giovani che fuggono, figli che non si fanno, vecchi che muoiono. Ma anche per la sua possibilità di dare una mano a far ripartire l’Italia. Palla al piede. Che se non ci fosse sarebbe meglio per tutti. Anzi causa di tutti i mali nazionali. 
 L’idea è allora quella di un posto dove il Cristo che settant’anni fa si fermò a Eboli, stavolta neanche si metterebbe in viaggio. Anime perse come in un recente film. Un addio. Tranne che non ci fosse quel folle che la lira sul Sud se la giocherebbe. Anche se sarebbe comico capire partendo da dove.
 E allora, vediamo solo il valore aggiunto manifatturiero di questo Sud (cioè la ricchezza che le sue imprese producono). Nel 2010 è stato superiore a quello di intere nazioni come Finlandia, Romania, Danimarca, Portogallo, Grecia, Croazia, Slovenia, Bulgaria. Gli addetti all’industria alimentare sono stati di poco meno della Baviera, ma più di Nord Reno-Westfalia, Catalogna e Valencia, area di Parigi, Belgio. Nella costruzione di autoveicoli, il Sud ha meno occupati della Svezia, ma più di Catalogna, Belgio, Sassonia, Austria. Nell’abbigliamento, più addetti di Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca. Nella raffinazione petrolifera, più addetti di Olanda, Belgio, Nord Reno-Westfalia.
 Tutto comico? Ancòra.
 Nelle esportazioni, questa la parte del Sud: 31 per cento del settore aeronautico, 17 per cento automotive (auto e componenti), 18 per cento agroalimentare, 13 per cento farmaceutico. Il Sud esporta in 208 Paesi, il 91 per cento del mondo. E in 50 lo fa meglio del resto d’Italia.
 Tutto comico? Ancòra.
 Il Sud italiano è secondo alla sola Spagna nella produzione di ortaggi. Secondo (sempre alla Spagna) anche nella frutta fresca. Inoltre ha primati assoluti nazionali, oltre che nei settori già visti, nella produzione di laminati piani di acciaio, piombo, zinco, etilene, cemento, mobili; nella meccanica, meccatronica, chimica di base, energia eolica e fotovoltaica, elettronica, sartoria, nautica da diporto. Sono al Sud distretti industriali come quello aeronautico, dell’automotive, dell’elettronica, farmaceutico, agroalimentare. E’ al Sud il più grande armatore privato (Daponte, con le sue navi da crociera Msc). Sono al Sud (Basilicata) i pozzi petroliferi terrestri più grandi d’Europa. E’ al Sud la più grande fabbrica italiana per numero di addetti diretti (l’Ilva di Taranto, con oltre 11 mila), oltre che più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa. E’ il Sud la destinazione turistica più promettente (più pernottamenti stranieri di note aree come Provenza-Costa Azzurra-Corsica e Creta).
 Insomma, per capire perché la lira sul Sud non è folle giocarsela, bisogna conoscere “L’economia reale nel Mezzogiorno” e non i pregiudizi. E’ questo appunto il titolo del libro a cura di economisti come Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis (il Mulino, pag. 362, euro 27,50), collana della Fondazione Edison. Che al tema ha dedicato un convegno cui hanno partecipato firme del volume come Carlo Trigilia (recente ministro della coesione territoriale), Adriano Giannola (presidente Svimez, Associazione sviluppo industriale del Mezzogiorno), Giovanni Iuzzolino (Banca d’Italia), Federico Pirro (università di Bari), Massimo Deandreis (direttore SRM, studi e ricerche per il Mezzogiorno) e studiosi del peso di Luigi Nicolais, Giulio Cainelli, Silvio Capasso, Fabrizio De Filippis, Roberto Henke.
 Il libro snocciola i sorprendenti dati positivi del Sud: positivi ancorché insufficienti per un’area di 26 milioni di abitanti. Ma sufficientemente positivi per capire che il Sud è tutt’altro che un deserto, che il deserto può attendere. E che da questi dati e non dalle chiacchiere occorrerebbe partire se si volesse parlare di Sud come ricchezza e non solo come divario, ritardo, ricorsa al Nord. Aggiungendo che lo sviluppo di questo Sud conviene non solo al Sud ma a tutta l’Italia, perché la farebbe diventare come Francia e Germania. Difendendo tutta l’industria che ha (imprevedibile l’elenco del prof. Pirro) e senza la quale non si fa nulla da nessuna parte al mondo. Ma puntando su altri tesori del Sud come agricoltura, turismo, logistica (cioè la sua posizione nel Mediterraneo).
 Perché giocarsi la lira sul Sud non significhi barare, il libro non nasconde le miserie del Sud. Le sue molte colpe. Ma anche le vane attese di ciò che non ha mai avuto, anzitutto infrastrutture. Ricordando che vaneggia di razzismo suicida chi non si rende conto di quanto le economie di Sud e Nord siano innervate fra loro, nel senso che l’una non può fare a meno dell’altra. E ricordando che stare indietro come il Sud significa opportunità di crescere non partita persa. Dipende per primo dal Sud, ma anche dagli altri. Chissà che non si possa dirlo: dateci un Sud, e risolleveremo l’Italia.