Un Paese in crisi di nervi e di tagli

Venerdì 24 ottobre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Diciamocela tutta una volta per tutte. Questa protesta delle Regioni contro Renzi. Nessuno batte il presidente del Consiglio in furbizia, anche perché nessuno ha la forza di farlo. E in un momento in cui tutti in Italia cavalcano qualcosa manco si fosse a un concorso ippico, anche lui ha cavalcato il disprezzo nazionale verso le Regioni. Molto più radicato del sentimento anti-immigrati che cavalcano Salvini e Grillo, e il sentimento anti-gay che cavalcano i vecchi arnesi della Chiesa. Invece di far ragionare la gente, si cavalca. Nessuno ha chiesto cosa ne pensino i cavalli.
 Ma le Regioni, no. Non è solo sentimento o risentimento, è danno vero. Venti piccoli Stati indipendenti in gara per farsi odiare dalla gente quanto per finire nelle patrie galere. Con le dovute eccezioni, ovvio. Ma sentire Chiamparino lodare il suo Piemonte mentre comincia il processo al suo vice e a un mucchietto di consiglieri, significa far diventare ancòra più furbo Renzi e più arrabbiata la gente. Piemonte fra le più indebitate d’Italia come prima assoluta lo è Torino fra le città. Forse anche per questo Chiamparino è presidente delle Regioni e il sindaco Fassino dei Comuni.
 Ma non è solo questione di mutande verdi e mazze da golf comprate con le tasse dei cittadini. E non è neanche, benché faccia più che turare il naso, questione dei vitalizi che solo per i 460 consiglieri uscenti sono da 3 a 7 volte più dei contributi da loro versati, roba da fare muggire come tori tutti i pensionati d’Italia sempre minacciati di prelievo ogni volta che non si sa a quale ricco rivolgersi. Vitalizi che si portano via un terzo dei bilanci dei Consigli regionali. Il fatto è che da quando ci sono le Regioni (1970) il debito pubblico italiano ha preso a volare in una abbuffata mai vista di stomaci di struzzo e facce di bronzo. Soprattutto da quella famosa riforma del centrosinistra (titolo V della Costituzione, 2001) che cercando di dividere le loro funzioni con lo Stato, ha finito per moltiplicarle in una guerra permanente su ciò che spetta a te e ciò che spetta a me.
 Sia chiaro: nessuno può tirare la famosa pietra, meno che mai lo Stato. Perché più chiama commissari alla “spending review”, cioè ai tagli, più li fa fuggire sdegnati, più i ministeri fanno finta che a spendere siano sempre gli altri. Figuriamoci che l’ultimo kamikaze, Cottarelli, ha detto che dai ministeri non gli davano neanche le carte, allignando lì dentro una burocrazia tanto più potente e onnipotente quanto più si dice di volerla combattere.
 Ma anche Renzi si è fatto tradire dal battutismo quando, rispondendo alle vibrate proteste delle Regioni, ha detto arrangiatevi. Non un gran arrangiarsi, visto che il taglio previsto non è più grande di un ritaglio, essendo calcolato in non più del 2 per cento di una spesa che in dieci anni è cresciuta di oltre il 45 per cento. E non è che i servizi corrisposti siano migliorati di altrettanto, altrimenti bisognerebbe internare tutto il popolo italiano per procurato allarme e falso in protesta pubblica.
 Che Renzi abbia finora giocato coi numeri come al Bingo, non ci sono dubbi. E il sospetto che tagli agli altri per prendere per sé, non è solo un sospetto. Esempio: si toglierebbe alle Regioni i mezzi per il bonus bebè (come la Puglia) per darlo lui. Ma al momento c’è solo lui a tentare di mettere ordine in un Paese che ama vivere nel disordine. E piacerebbe a tutti che le Regioni non dovessero rinunciare ai 4 miliardi, anche se la probabilità che d’improvviso possano essere spesi meglio è pari alla probabilità che Mazzarri vinca uno scudetto.
 Ma prima di dire, forse a ragione, che saranno costrette a tagliare la sanità, o i bus, o le scuole, le Regioni dovrebbero dire qualcos’altro. Esempio, cosa intendono fare della pletora di agenzie che come funghi d’autunno spuntano al fianco degli assessorati, come se negli assessorati fossero una manica di incapaci. Nelle quali si piazza personale a tempo determinato senza concorso e lo si sana a tempo indeterminato alla vigilia di ogni elezione, facendo sospettare un sistema rapido per camuffare spesa e assunzioni clientelari.
 Le Regioni dovrebbero dire cosa intendono fare della loro parte delle 8 mila società cosiddette partecipate (nelle quali cioè hanno presenza) e che secondo i sogni del tagliator fuggiasco Cottarelli dovrebbero diventare mille essendosi accertata la loro sola utilità di piazzare trombati e portaborse. Dovrebbero dire come mai la spesa sanitaria è aumentata in quindici anni del 60 per cento non essendo diventati gli italiani un popolo da ricovero (se non per la sua crisi di nervi). E dovrebbero dire che ci fanno dieci Asl dove ne basterebbe una.
 Certo non è una bella gara quella in cui ciascuno rinfaccia all’altro l’abuso di taglio o l’omesso taglio. L’unica cosa certa è la storia: la quale insegna che, a furia di farsi male così, un Paese retrocede in serie B.