Tanto pių brutta tanto pių Italia

Sabato 25 ottobre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Foto del calciatore Nainggolan della Roma dopo la disfatta col Bayern di Monaco. Non per sfottere per la sconfitta (1-7 in casa, sùbito gli spiritosi: tedeschi trionfanti sui sette “golli”). Ma per fatto estetico. Non un corpo con tatuaggi, ma tatuaggi con corpo dentro. Poltiglia su braccia e mani, difficile metterci un passo. Sulla pancia un serpente minaccioso quanto, francamente, schifoso. Tutto in giro altra repellenza varia. A malapena distinguibile un ombelico, possibile presenza di un capezzolo. La testa non una testa, ma un asfalto centrale nero su cranio rapato e disboscato. E alla cima della striscia centrale nera, pungiglione biancastro come un lungo sputo. La Federazione mondiale dei galli ha annunciato denuncia per contraffazione di cresta.
 TATUAGGI E CRESTE Sullo sfondo i tedeschi esultanti sembrano una sfilata di Pitti Moda. La vittoria è più bella della sconfitta, ma non sono solo i sorrisoni sangue e latte. Puliti come scolari alla prima elementare, assente solo il fiocco. Capelli in ordine, zero teste a palla di biliardo, zero tagli sghembi. E nessuna barbaccia, se non un tentativo il francese Ribèry, che infatti entra solo alla fine per non perdere la faccia. Tatuaggi, non pervenuto. Sono proprio dei crucchi.
 Ma Nainggolan non è neanche il modello più avanzato della via italiana alla bruttura, per quanto non dovresti incontrarlo di notte. Ci sono anche le teste falso artistiche degli juventini Pogba (una pagoda) e Vidal (progettata dal Politecnico). Ma poi raggelano il campionato soggetti da codice penale. E arie più truci di Salvini quando parla degli immigrati o di Grillo quando si rivolge alla Merkel. Non trivellati di piercing perché il regolamento lo vieta, una collisione di metalli in campo sarebbe peggio di un altoforno dell’Ilva. E ci vorrebbe il detector prima del fischio d’inizio.
 I calciatori sono il colpo di grazia, cioè di disgrazia, di un Paese oramai in deficit anche di bellezza. Sono anzitutto i maschi la reliquia di un tempo che fu, quando li distinguevi nel mondo per la loro eleganza. E quando il latin lover era più un riccioluto che un rapato, più un impomatato che uno smerigliato. E se un tempo la piega dei pantaloni non era una piega dei pantaloni ma un titolo d’onore, ora è più fuori corso di un cappello della regina Elisabetta. E i jeans non sono più jeans, ma il monocapo per stadio e teatro, per l’ufficio e per il ricevimento. Tanto più spiegazzati (e quel giusto sozzi), tanto più invidiati.
 PLAGIATI DALL’AMERICA Dopo averci gasati e colesterolizzati di CocaCola, dopo averci convinto che i cattivi erano gli indiani e i buoni gli “arrivano i nostri”, dopo averci gastritizzati di hamburger e di ketchup, dopo averci rimbambiti di facebook gli americani ci hanno infilato la divisa dei loro rapper e dei loro giocatori di basket, quelli che fotografano sotto i grattacieli di New York e parlano col naso.
 Il cappellino non è cappellino senza visiera dietro (ma che caspita vorrà dire?). Le scarpe non sono scarpe se non da footing (ammirare quelle di Gigi Marzullo pur sotto i suoi resistenti abiti sartoria napoletana). Gli scarponi di gomma non sono scarponi di gomma ma zatteroni per far beccheggiare il piede come “Luna Rossa” o nazzicare come i “Perdoni” di Taranto. L’andatura non è andatura ma cammellata con gambe tipo carrelli elevatori. Le magliette non sono magliette ma manifesti extralarge con le scritte in inglese tanto se sta scritto che chi le indossa è un citrone non lo capisce. E il cavallo (dei jeans) non è un cavallo ma uno scroto penzolante.
 Secondo Giorgio Armani, vestiamo come scarafaggi. Mettici una dose di tatuaggi, anzi tatoo orientali nel Paese che ha donato al mondo la Gioconda e Caravaggio. Spruzza un po’ di piercing. Dai una passata di lucido alla testa. Lascia vegetare la sterpaglia della barba. Insaccati in jeans tanto più comodi quanto più vissuti da almeno un decennio. La prima t-shirt (rancida) che capita. Un piumino con pellicciotta di cane o di gatto. Se fa più freddo, sciarpone al gusto di moccio e forfora. Ed ecco l’Italia a stelle e strisce. Quella che crede di andare per il meglio, tanto quanto va per il peggio.
 Non dico che bisogna mettere lo smoking, ma almeno qualcosa che non ci faccia perdere quel po’ po’ di rispetto guadagnato col sudore della fronte dei nostri antenati. Quelli che la domenica si vestivano a festa per lo struscio nel paese e davano di sapone.