E lo sciacallo ruba immagini senza mai usare la pietà

Giovedì 20 novembre 2014 dalla ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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LO SCIACALLO – di Dan Gilroy. Interpreti: Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton. Drammatico, Usa, 2014. Durata: 1h 53 minuti.
 
Meglio scene di sangue: fanno più audience. Meglio rapine a bianchi ricchi in quartieri bene da parte di immigrati o minoranze: fanno più paura (andatelo a dire a Salvini  che su questo ci campa). Meglio avere la gente attaccata alla tv che preoccuparci se è giusto mostrare ciò che mostriamo. Meglio il successo a ogni costo che l’etica. E così “Lo sciacallo” entra in azione con la sua telecamera notturna e un unico comandamento: più disumanità uguale più immagini vendute.
 In una Los Angeles tanto livida quanto sterminata di spazi di solitudine, Lou Bloom passa da squallido ladruncolo che vive di espedienti a operatore televisivo, dopo aver visto una squadra farlo. E non solo si attrezza di una radio sulle lunghezze d’onda della polizia per sapere prima dove andare a caccia di morte, ma la morte se la modella a sua necessità. Come quando sposta il corpo della vittima di un incidente stradale per poterlo inquadrare meglio. Come quando la produce egli stesso anche per liberarsi di un concorrente e puntualmente riprenderlo agonizzante. Come quando sulla scena di un triplice delitto è più assatanato di scoop che di voglia di salvare chi poteva essere salvato.
 Nella giungla americana dei selvaggi indici di ascolto e della mancanza sia di scrupoli che di legalità, il nostro è il peggiore di tutti: quindi il migliore. Trovando una sponda in Nina, direttrice di una emittente anche lei a corto di notizie che sfondino il video tanto quanto le facciano rinnovare il contratto. Enfatizzare, drammatizzare, sottolineare i particolari impressionanti non per non impressionare ma per farlo di più. Con un finale estremo.
 Uno Jake Gyllenhaal per l’occasione dimagrito di dieci chili dà il volto allucinato, gli occhi spiritati, il corpo scarnificato a una interpretazione tanto da ribrezzo quanto da Oscar. Ai livelli più degradati con lui Rene Russo, ambigua e torbida come disegnata dallo sceneggiatore e regista Dan Gilroy (suo marito), alla sua opera prima dopo un passato di documentari. Il volto buono è l’occasionale aiutante del dracula, un Bill Paxton inconsapevole e spaesato. Splendida la corrusca fotografia di Robert Elswitt (Oscar con “Il petroliere”).
 Il serrato film non si propone di fare morali quanto di mostrare una realtà che è immorale già di per sé. Un po’ caricato nei toni, forse un po’ preordinato in quel che vuol far vedere. La domanda è: è davvero tutto così, non c’è speranza anche nella decadenza dell’informazione vincente del cinismo non della pietà, nella perversa scala di valori? Nasce prima l’uovo del cattivo giornalismo o la gallina del cattivo pubblico? Questione aperta. Di questo film resta il trionfante “fantastico” esclamato nello studio tv davanti alla gola tagliata di un ammazzato della Los Angeles violenta.