L’Italia devastata e l’Italia dei < Sassi >

Venerdì 21 novembre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Dunque, ora anche il ritorno di “Ben Hur” l’anno prossimo. Dopo il “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini (1964). Dopo “La Passione di Cristo” di Mel Gibson (2004). Matera si conferma città da cinema con i suoi Sassi. Ma Matera non è solo Matera, è più di se stessa. Matera è anzitutto simbolo dei tanti Sud passati dalla vergogna all’orgoglio, dal pregiudizio alla giustizia. Simbolo della incapacità di farsi valere dei Sud tanto quanto dell’altrui rifiuto di considerarli. Una evoluzione della specie che non passa solo per il cinema.
 Poi Matera è simbolo dell’Italia da salvare mentre anche in questi giorni la vediamo devastata. Non c’è alluvione per quella antica sapiente Matera passata per inferno. Non un museo ma il segreto che c’è altro.
 Ci ha messo 62 anni un ministro della repubblica per accorgesene. Il Franceschini che a Matera dice quant’è bella quella Basilicon Valley che non sarebbe mai stata scoperta se non ci avessero pensato l’Onu e l’Unione europea. E nonostante, pane al pane, tanta pigrizia locale. Da quel 1952, quando una legge speciale ordina l’esodo di 18 mila persone dai Sassi dopo che De Gasperi aveva gridato allo scandalo vedendo come e dove abitavano. Al 1993, quando l’Unesco inserisce i Sassi nel patrimonio universale dell’umanità come luogo unico e irripetibile. Al 2014, quando grazie a loro Matera è nominata capitale europea della cultura per il 2019.
 Ossia: come l’Italia non riesce a spendere i suoi tesori. E come il Sud ha continuato a pagare tanto la spiccia ignoranza di chi giudica senza conoscere quanto l’accidioso interesse verso se stesso.
 Nel frattempo Pasolini gira nei Sassi quel film che il Vaticano ha giudicato il migliore finora sul vangelo. E il regista americano Gibson vi ambienta quel <The passion of Christ> che porta a Matera un pellegrinaggio mondiale sui luoghi del grande schermo. Ma dal 1950 il grande imprenditore e umanista Adriano Olivetti aveva sperimentato lì il suo progetto di solidarietà sociale insieme a urbanisti, scrittori, filosofi. Eleggendo la città a capitale simbolica del mondo contadino. E fondando il quartiere modello La Martella, ricchezze architettoniche per una moderna concezione della vita in comune. Ma lasciato all’incuria sia da una politica locale refrattaria al visionario, sia da un difetto d’origine. Aveva nuove case col prato all’inglese come in Svezia, mentre i contadini piantavano il prezzemolo nella vasca da bagno.
 Così uomo e ambiente erano divisi. Ancòra una volta colpe altrui e proprie del Sud: parabola di un declino comune che l’Italia ora paga ovunque una pioggia combini disastri.
 Perché i Sassi sono invece un prodigio della capacità dell’uomo di adattarsi e rispettare l’ambiente. Un miracolo della santa trinità di suolo, acqua, sole. Un vivere in grotta che ne faceva un paesaggio unico al mondo quanto il loro restauro ne ha fatto poi una attrattiva unica al mondo. Ma pesava la descrizione di Carlo Levi: “Hanno la forma in cui immaginavamo l’Inferno di Dante. Ogni famiglia ha una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria”.
 Ma tutto aveva una logica tanto ingegnosa quanto orrida sembrasse. La grotta era comune alle civiltà del bisogno di mezzo mondo. Poi a Matera le case furono scavate nel più caldo e comodo tufo. Addossati gli uni agli altri, incarnati nella pietra in un perfetto compromesso con la natura, fra gli abitanti si creò quella cultura del vicinato vera ricchezza della povertà della nuova Gerusalemme millenaria. E vi scorreva l’acqua, secondo elemento di sopravvivenza. In un Mediterraneo e in un mondo in cui l’acqua sarà il petrolio dei futuri conflitti, il prodigio dell’acqua che arrivava ovunque senza acquedotto fa invidia a qualsiasi ingegnoso acquedotto moderno.
 I Sassi furono una scelta di vita più che un destino. Non si sarebbe dovuto rimuoverli con una ipocrisia figlia solo dell’indifferenza. Non esorcizzarli come un passato imbarazzante e un Sud da nascondere. Dovevano uscire tanto dal mito che dal rifiuto. Si doveva finirla col “fascino selvaggio e primitivo” e considerarli un elemento vivo sia per conoscere la nostra storia, anche se ne era stato spezzato il filo, sia per capire come pacificarsi con l’ambiente. Così quelli che l’hanno smesso col complesso della vergogna nazionale, sono tornati poco a poco ad abitarci. E oggi il rischio è opposto, l’avida curiosità dei vocianti viaggi tutto compreso.
 Secoli fa era abitudine, al tramonto, accendere un lume davanti a ogni porta. Così a quelli che erano di sopra pareva di vedere, là sotto, un altro cielo luccicare di altre stelle. Quelle luci si sono riaccese, i Sassi di Matera sono infine usciti dal disprezzo e tornati alla poesia. Ma sono lì ancòra come una lezione per il Sud e per gli altri.