Ma sotto il non-voto la capra non campa

Venerdì 28 novembre 2014 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Certo, il non-voto non è un non-voto, ma un vero e proprio voto. Per dire che sono finiti gli atti di fede, finito il giusto o sbagliato ma è il mio partito come un tempo lo si diceva per la propria terra. Per dire di essere stanchi di una politica tanto capace di arricchire se stessa quanto di impoverire la gente. Per dire di essere stanchi di una politica più al centro di inchieste giudiziarie che del gradimento popolare. Per dire basta con l’arroganza dell’impunità. Basta con discorsi che non c’entrano niente con la vita di ogni giorno, basta con chi non sa cosa significhi prendere un bus o andare a comprare il latte. Basta.
 Avviene da un po’ in Italia. Ma mai una astensione simile dal voto c’era stata come per queste elezioni in Emilia Romagna (38 per cento dei votanti) e Calabria (44 per cento). Dove ha pesato l’aggravante delle Regioni che fanno schifo e che se si facesse un referendum sarebbero spazzate via, altro che province. Tant’è che sia nell’una che nell’altra si è votato perché i loro presidenti sono incappati in consueti reati nell’esercizio delle loro funzioni. Un rifiuto sdegnato e sdegnoso che significa laicizzazione, voto di volta in volta il meno peggio, non più una appartenenza senza se e senza ma. Ma non-voto comunque e ancòra atto democratico, meglio di piazze ribollenti.
 Del resto, che altro fare per far capire di essere stufi? Se non cambiano i candidati, se non cambiano le sprezzate e sprezzanti solite facce? Hanno ragione i partiti a temere l’astensione perché è una bocciatura preventiva, una sconfitta anche in caso di vittoria. Ha ragione Emiliano come segretario del Pd pugliese a temerlo anche come candidato per le primarie del centrosinistra domenica, visto che anche quella campagna elettorale spesso ha fatto saltare i nervi più che scaldare i cuori. Anche se poi la lezione non è mai capita, visti i continui margini di peggioramento.
 Eppure ci sono effetti collaterali su cui la rabbia di chi non vota passa indifferente. Anzitutto succede che poi governi chi non rappresenta neanche il 20-30 per cento degli elettori. Cioè una minoranza governa su una maggioranza. Perché qualcuno deve governare, sia pure un Paese sul quale pesa la sentenza secondo cui non è difficile ma inutile governarlo. E anzi in un Paese in cui ciascuno fa come se gli altri non ci fossero. Il Paese del comodo suo.
 Ma c’è altro. Quando la fede traballa o è spazzata via, passano i fascismi “purificatori”, come la storia insegna. O avanzano i senza religione. Quelli che diventano bandiera della pancia delle persone più che della testa, visto che le teste sono andate (giustamente) fuori di testa. Vuoi la casa popolare anche se non ti spetta? Te la diamo. Vuoi che siano cacciati i rom? Te li cacciamo. Vuoi mandare a quel paese l’euro e tornare alla lira? Te lo mandiamo. Vuoi che usciamo dall’Europa? Usciamo. Vuoi lavoro anche se le aziende chiudono? Te lo diamo. Vuoi pagare meno tasse? Le aboliamo tutte.
 E’ il momento in cui ogni rancore e ogni risentimento viene cavalcato. Per prendere voti. Tutto democratico, ovvio, sia darli che prenderli in quel modo. Anzi meglio che il rancore e il risentimento non si traducano in rivolte. Il problema è non istigare, non soffiare sul fuoco, come si dice. Così parte un’onda lunga di consenso irato fino alla prossima pancia, fino al momento in cui è ripresentato il conto. Ed è un’onda lunga sulla quale sguazza chi alza il tiro, chi è più estremista (e demagogo) dell’altro.
 Salvini che ora molto raccoglie andando ad assecondare la gente più che a farla ragionare, è figlio di quella Lega che già vent’anni fa soffiava sulla pancia del Nord che odiava le tasse di Roma e il Sud. Dismesso quell’odio, sotto con un altro (dopo averle fatte aumentare col federalismo, le tasse). E lo stesso Grillo che ha molto raccolto anch’egli, comincia a perdere a favore di uno più Grillo di lui. E con i suoi che sotto sotto lamentano le pance sfuggite, non aver saputo usare con proposte giuste il credito e il gruzzolo di parlamentari ottenuto.
 Ma non solo Salvini e Grillo. Sono questi i momenti della morte della politica e della nascita dei cavalieri solitari: Berlusconi nel ’94 quando i partiti furono azzerati da Tangentopoli, in buona misura Renzi ora che la sinistra si chiede cosa significhi esserlo. Col corredo delle Camusso e dei Landini ultime bandiere non meno personali su sindacati non meno in crisi dei partiti. Ma proprio dal ’94 a ora l’Italia ha pagato a caro prezzo il prezzo della sua pancia. Come dimostra una crisi economica che non vede luce, col 13mo trimestre consecutivo in recessione: mai avvenuto da nessuna parte dal 1929.
 L’Italia del non-voto si sta permettendo ciò che non si può permettere. Fino a chiedersi se il non-voto, più che essere un modo di votare, non sia un modo di dimostrare lo storico inesorabile declino di un ex grande Paese e di un ex grande popolo.