Il danno silenzioso di un 2014 di Sud

Venerdì 2 gennaio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Sud, via un altro anno. Ereditando le solite accuse. Prima accusa: troppi soldi, ci vorrebbe meno Stato. Esempio l’Ilva di Taranto. Doveva essere lasciata ai privati (più inesistenti dei gol del Bari). Se non ce la fa, meglio che fallisca (con 11 mila dipendenti). Dimenticando l’Alitalia, regalata ai privati la parte buona, accollati allo Stato i debiti. E dimenticando che in Italia non c’è più un privato che investa.
 Seconda accusa al Sud: il suo sottosviluppo colpa delle pessime classi dirigenti locali. Nel Paese di Tangentopoli, di Expo15, del Mose di Venezia, di Mafia Capitale, di tutte le Regioni del Centro Nord fra tribunali e galera per le spese allegre di denaro pubblico.
 Terza accusa: non sa spendere i fondi europei. Nel Paese in cui ci vogliono dieci anni per una media opera pubblica. Nel Paese in cui il Patto di stabilità impedisce alle Regioni di cofinanziare (come previsto) i progetti, anzi invece di aumentare il possibile cofinanziamento fuori del Patto, il governo lo diminuisce. Nel Paese in cui si dice sempre che la spesa è troppo frammentata e inefficace, insomma a pioggia, ma il governo fa passare i possibili settori di spesa da 50 a 340 senza che nessuno al Sud glielo abbia chiesto. Nel Paese in cui è la (nordica, pare) Lombardia a presentare la maggior parte dei progetti di importo medio non superiore ai 5 mila euro, roba da feste patronali. Nel Paese in cui lo Stato cofinanzia al 50 per cento i progetti della medesima Lombardia e al 25 per cento quelli della Calabria. Nel Paese in cui i fondi europei servono alla “coesione”, cioè ad avvicinare il Sud al Nord, ma il 70 per cento dei progetti finanziati è al Nord e il 30 per cento al Sud. Scoesione.
 Quarta accusa: tutti i soldi che vi diamo. La Germania ne ha spesi per l’Est 20 volte tanto, e l’ex Est sta peggio del Sud italiano pur essendo un tempo la Germania più ricca. Italia in cui fra 2011 e 2012 la spesa pubblica corrente (stipendi, pensioni, sanità) è diminuita al Sud del 2,6 per cento l’anno e al Nord dell’1,3. Italia in cui la spesa in conto capitale (investimenti, opere pubbliche) fra il 2010 e il 2012 è scesa al Sud dell’11,8 per cento e al Nord del 10, pur avendo il Sud, ad esempio, il 40 per cento in meno di infrastrutture (tipo la ferrovia Bari-Napoli o la famigerata linea adriatica).
 Quinta accusa: il Sud saccheggia il Nord. Il famoso “Sacco del Nord”, 50 loro miliardi l’anno che finirebbero giù. Senza andare mai a vedere quanti di questi 50 miliardi tornano al Nord con abbondanti interessi (in suoi prodotti acquistati). E senza considerare (lo abbiamo visto) quanto ritorna con la spesa pubblica superiore al Nord. E che fra il 2011 e il 2012 le tasse sono aumentate più al Sud (1,7 per cento) che al Nord (stabili), dopo che l’imbroglio del federalismo fiscale (definizione di Renzi) aveva fatto aumentare quelle locali al Sud del 150 per cento (ciò che paiono aver dimenticato sia un certo Salvini sia i meridionali che gli vanno dietro). Quindi Sud in cui l’apporto dello Stato scende e le tasse salgono. Meraviglioso.
 Sesta (freschissima) accusa: il Jobs Act (la nuova legge sul lavoro) non si applica agli statali per favorire il Sud dove ce ne sono di più. Sorpresa: sono di più al Centro Nord (dati Inps, Istat). E negli anni dal 2007 al 2013, i dipendenti pubblici sono aumentati del 3,7 per cento al Centro Nord e diminuiti del 9,6 al Sud.
 Situazione reale fine 2014. La legge di stabilità cancella di botto 3,5 miliardi di investimenti pubblici al Sud, come un cazzotto a freddo sul naso Perché? Ve li ridaremo, dice il sottosegretario Delrio mentre il naso gli cresce come Pinocchio. Servono a finanziare il bonus per le imprese che assumeranno. E siccome le imprese sono soprattutto al Nord, le assunzioni (sperate) le faranno soprattutto al Nord. Il Nord assume, il Sud paga. Meraviglioso bis.
 E poi il famoso Fas (Fondo aree sottoutilizzate). Prima il vincolo di destinarne l’85 per cento al Sud passa all’80 per cento (governo Letta). Poi Fas utilizzato come bancomat per qualsiasi altra necessità che non riguardi il Sud. Poi ricercato per mare, cielo, terra dalla Protezione civile perché non si sa che fine abbia fatto. E di 5 miliardi di investimenti delle Ferrovie, il 98 per cento va al Nord, il 2 per cento al Sud. Meraviglioso tris.
 Conclusione. Tutto in regola sotto il cielo. Con le premesse viste, Pil (reddito prodotto) del Sud sceso del 13,5 per cento dal 2007 al 2013 (Nord Est meno 8,1, Nord Ovest meno 5,1), ogni giorno chiuse 326 aziende, disoccupazione doppia rispetto al Nord. Qui davvero colpa delle classi dirigenti del Sud, ibernate di freddo e ammutolite di insipienza. Ma c’è un Sud che non piange sul divario e comunque cerca di farcela nonostante se stesso che non si libera di loro: lavorando in nero, aiutandosi in famiglia, arrangiandosi. Non il massimo, ma neanche il minimo. Passerà ‘a nuttata.