Quel genio chiamato Turing

Sabato 3 gennaio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

THE IMITATION GAME (L’enigma di un genio) – di Morten Tyldum. Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley. Biografico, Usa/Gran Bretagna, 2014. Durata: 1h 49 minuti.
 
Andate a vederlo: gran film. Se l’ultima guerra è durata due anni in meno, se la vita di 14 milioni di persone è stata risparmiata, se ci fu la vittoria sui nazisti, se ora con i nostri computer dialoghiamo con quelli di tutto il mondo, se l’intelligenza artificiale ci ha cambiato l’esistenza, lo dobbiamo anche al personaggio di cui parla. Alan Turing, geniale matematico inglese, morto suicida a 51 anni nel 1954 e da tutti dimenticato. Ma ora riabilitato, prima dalle scuse del premier britannico Gordon Brown (2009), poi dal perdono della regina Elisabetta (2013). Perdono. Dopo l’infame condanna per la sua omosessualità e l’umiliante castrazione chimica che ne distrusse fisico e mente.
 Era, Alan, un bambino solitario. Bersagliato dal bullismo dei compagni a scuola, troppo bravo per studiare ciò che si studiava. Ma capace di risolvere in 6 minuti i più cervellotici cruciverba e già di intuizioni logiche fulminanti. Fino all’università dove sconvolse tutti e a Princeton, sede di studio di un certo Einstein.
 Quando l’Inghilterra entrò in guerra, si offrì ai servizi segreti. Il tentativo impossibile era decifrare l’indecifrabile codice criptato Enigma col quale i tedeschi comunicavano le loro mosse, e che cambiava ogni giorno. Bisognava analizzare 159 milioni di milioni di milioni di possibili impostazioni, ciò che avrebbe richiesto 20 milioni di anni per capire un solo messaggio, e loro avevano solo 20 minuti fra ordine e attacco.
 Così la follia visionaria di Alan s’incaponì nella costruzione di una macchina troppo mastodontica e goffa perché potesse funzionare. Era il primo computer della storia. Che sbuffava a valvole ma adottava per la prima volta il sistema di dialogo binario ora universalmente diffuso. E’ il cuore del film, fra la presunzione narcisistica e scostante di Alan da un lato, un candore infantile e disarmante dall’altro. E la ostinata nevrosi che prima gli mise contro gli altri giovani brillanti ingegni del gruppo, poi condusse al successo grazie a un imprevedibile piccolo caso, come sempre nella imperscrutabilità della eterna vicenda umana.
 Teso, commovente, intenso, questo “The imitation game” (il gioco dell’imitazione) è già candidato a cinque Golden Globe, il premio della critica americana. Perfetta sceneggiatura, tra richiami continui alla fanciullezza e alla tragedia di Alan. Eccellente ambientazione d’epoca. Serrata regia del finora semisconosciuto norvegese Morten Tyldum. Ma soprattutto un Cumberbatch da Oscar (dopo lo Sherlock Holmes tv). Affiancato dalla fresca Keira Knightley, in un intermezzo sentimentale un po’ caricato, unico neo e inevitabile concessione alle leggi del cinema di genere come questo.
 Se l’incompreso struggente Turing avesse pubblicato i suoi lavori sugli algoritmi, sarebbe ricordato come un Newton o un Darwin. Si uccise con una mela al cianuro. Guarda caso la mela morsicata dell’Apple, anche se Steve Jobs smentì.