Dopo la crisi al Sud non resta solo deserto

Venerdì 9 gennaio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Non tutto il 2014 è venuto per nuocere al Sud. Anzi non tutta la Grande Crisi. Sud da un lato con l’incubo del Deserto prossimo venturo. Dall’altro con le cifre di un’economia che non ne fanno l’ultima terra di questa Terra.
 Conosciamo cosa è il temuto Deserto. Deserto umano: per la terza volta dal 1861 dell’unità d’Italia, i morti al Sud hanno superato i vivi (con l’aggiunta di 2 milioni 700 mila persone andate via negli ultimi vent’anni). Deserto economico: aziende che chiudono (326 al giorno), disoccupati che aumentano, consumi che crollano, investimenti che cessano, tasse che crescono, Stato che spende sempre meno e taglia sempre più. Deserto del silenzio: visto che non c’è (o non ci sarebbe ) più nulla da fare, tanto vale non fare nulla.
 Eppure. Eppure bisognerebbe guardare al Sud non solo come eterno Divario col Centro Nord. Bisognerebbe attraversare il Deserto e superare il Divario. Bisognerebbe partire dai segni “più” invece che (come sempre) da quelli “meno”. Per scoprire che, sia pure meno che al Centro Nord, ci sono al Sud aziende che producono, aziende che esportano, aziende che si innovano. Aziende che, insomma, si sono dimostrate in grado di poter attraversare le acque della Grande Crisi.
 Come sempre, ogni crisi lascia vittime sul selciato ma lascia in vita i più forti, legge eterna della natura. Una selezione della specie per una nuova partenza, per non lasciare ma addirittura per raddoppiare. Come è avvenuto. Qualche esempio? Una azienda siciliana famosa per le sue biciclette d’autore, che ora si è allargata agli ammortizzatori per veicoli industriali e ferroviari. Un’azienda pugliese che si occupa di rifiuti e che ti inventa un robot spazzino servizievole ed efficiente.
 E poi. Il Sud ha primati in alcuni settori industriali senza i quali non esisterebbe l’economia italiana. Il Sud esporta nel 91 per cento dei Paesi del mondo. Addirittura nel 2014 aumento di oltre il 40 per cento dell’esportazione dell’agroalimentare, quei prodotti che i sia pur ridotti regali di Natale ci hanno fatto riscoprire. E nonostante tutte le campagne diffamatorie, a cominciare da quelle contro la mozzarella di bufala, il caffè e la pizza napoletani. E l’olio d’oliva pugliese.
 Ma c’è dell’altro. Se, come abbiamo visto, capannoni si sono svuotati e serrande si sono abbassate, non è andata ovunque così. Decine di grandi gruppi italiani e stranieri hanno continuato a investire al Sud. Sono aumentate le società cosiddette di capitali, quelle appunto in cui il capitale immesso ha un peso decisivo. E’ al Sud che si è avuto il maggior numero di nuove aziende con giovani sotto i 35 anni. E’ della Puglia il primato nazionale per la maggiore incidenza della ricchezza prodotta da giovani.
 Ancòra. Aumentano al Sud le imprese artigiane che diminuiscono altrove. Ed è Napoli (seguita poco più in là da Bari e Palermo) la provincia che esporta più capitani d’impresa. Essendo ovvio che un capitano d’impresa è ricercato più di un termosifone al Polo Nord. Ma essendo anche ovvio che i capitani d’impresa del Sud sarebbero capitani ideali anche al Sud.
 E i giovani, i giovani. Non solo le aziende giovani, diverse dalle partite Iva che spesso oggi si aprono domani si chiudono (anche grazie a certi imprenditori che per avere meno obblighi e pagarti meno ti impongono quella condizione). Ma anche i giovani delle “start up”, che vuol dire decollo. Quelle piccole ingegnose imprese della creatività e della tecnologia, che in America nascevano nei garage soprattutto della California (tanto che politici italiani che ci andarono per rendersi conto, al ritorno, avendo capito tutto, dissero che in Italia bisogna aprire più garage).
 Furono “start up”, fra le altre, Microsoft, Apple, Google, Facebook. E anche al Sud sono aumentate nel 2014. Pur avendo spesso vita breve, ma pur avendo altrettanto spesso ingegnosità e resistenza sconosciute. Appunto Resistenza del Sud, coi giovani che cominciano a restare e tornare, e non solo perché il Nord non è più il Nord di una volta, come non lo è tutta l’Italia: ora si emigra anche di là.
 La Grande Crisi ha dimostrato che anche il Sud, se ne è stato flagellato, non ne è stato cancellato. Evidente anche che non bisogna temere di passare per “sudisti”, come i meridionali alla panna montata chiamano gli irriducibili che, contrariamente a loro, ancòra si preoccupano di Sud. Evidente che se lo Stato taglia (come ha fatto) 3,5 miliardi al Sud, se sparisce il vecchio Fondo per le aree sottoutilizzate, se si riduce il cofinanziamento ai progetti europei, se su 5 miliardi per le Ferrovie solo l’1,2 per cento va al Sud, più che una Resistenza ci vuole una presa della Bastiglia. Beato il Sud che non ha bisogno di rivolte. E beato quello che, ritenendo che non tutto è perduto, cerca di non perderlo.