Io auto-scatto tu auto-scatti

Sabato 31 gennaio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Selfie delle mie brame, chi è il più bello del reame? L’ultimo è stato Francesco Totti, uno che fa di tutto per farci odiare ancòra di più Roma e la romanità. Dopo il secondo gol alla Lazio, inforca un cellulare e immortala la sua faccia burina miliardaria. Che poi diffonde urbi et orbi, manco fosse la benedizione pasquale del papa. E l’arbitro che fa? Invece di ammonirlo perché non stanno a Hollywood, fa finta di niente magari pensando di farsi un selfie pure lui a fine partita, perché no col capitano giallorosso.

 EPIDEMIA DI SELFIE Per lo 0,000001 per cento del mondo che non lo sa, selfie vuol dire autoscatto. Al 99,9 per cento dei giovani che non lo sa, diciamo che non è una novità. Avveniva anche nell’Era mesozoica di una decina di anni fa. Si piazzava la macchina sul treppiede, si faceva mettere il gruppo in posa, si diceva attenzione e il fotografo si fiondava verso il gruppo che aveva lasciato un buco per lui. Ovviamente non si vedeva lo scatto prima di scattare come ora. Nella preistoria dei genitori dei ragazzi di oggi bisognava andare a sviluppare la foto dal fotografo, un tipo rimasto ora solo per i matrimoni (gli ultimi che si celebrano).

 Oggi invece si cresce a merendine obesizzanti e selfie. Secondo gli esperti, l’autoscatto è una nuova forma di egoismo, anzi di narcisismo. Addirittura erotica, visto che ciascuno si dà l’erotismo che più l’erotizza. Esperti detti “social influencer”: quelli che con i loro post, cinguettii e scatti riescono a influenzare chi usa Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram. Insomma riescono a portarseli dietro come una mandria. A fargli mettere “mi piace” dove vogliono, a farli diventare “fan” di chi vogliono, a creare i miti che vogliono, a far aumentare di valore chi vogliono. Perché gira e gira, la storiella è sempre quella.

 Ogni giorno Instagram (l’archivio dei selfie) ne immagazzina 60 milioni di nuovi. E non puoi andare in giro senza essere attorniato da questi cellulari branditi su facce sorridenti come imbecilli o smorfieggianti come clown. Perché, manco a dirlo, anche il selfie è quasi sempre una istigazione a dare il peggio di noi stessi, come il Totti Francesco dimostra. L’incubo quotidiano di non apparire, quindi di non esserci. Lo ha capito anche uno come Renzi, anzi soprattutto lui, che vive più in televisione o nei selfie che nella vita reale. Seguendo la prima legge della pubblicità secondo cui più ripeti che quel dentifricio è buono, più è buono e lo comprano. Si dice, wow, iterazione del messaggio.

 CACCIA AL FAMOSO Secondo i sopradetti esperti, è una patologia contemporanea. E h24/7 (24 ore su 24 per 7 giorni su 7), non come il raffreddore che viene solo a gennaio e febbraio. Un rimedio ovviamente alla solitudine, diffondo un po’ di selfie e mi faccio compagnia con compagni che non vedo. Un popolo di “indistinti”, dicono sempre quelli che più parlano difficile più si credono. E patologia che colpirebbe sempre più gli uomini che le donne. Tanto che negli ultimi due anni in America gli interventi maschili di plastica alla faccia sono aumentati del 25 per cento, magari proprio per farsi i selfie (pensa tu).

 Ovvia la sempre più vertiginosa epidemia di cacciatori di selfie. Basta che uno sia diventato qualcuno magari per un giorno (chessò, perché la sera prima la tv lo ha casualmente inquadrato in strada) per volersi fare un selfie con lui. Con una contiguità rabbrividente di capelli a corto di shampoo. Ma anche il selfie no-guancia-a-guancia, tanto che il “selfie stick” (il bastone per farlo a un metro di distanza) è stato inserito dalla rivista americana “Time” fra le 25 grandi invenzioni del 2014.

 Ma siccome la reazione è sempre in agguato (tanto quanto l’esagerazione) ecco fioccare anche i Proibito Selfie. I nazionali di calcio iraniani non possono farlo con le tifose. No sulla spiaggia francese di Antibes (dove un cartello dice “Zona vietata agli spacconi”). No nelle camere a gas di Auschwitz (e ci mancherebbe), davanti alla Mecca sacra all’Islam, allo Zoo di New York (potrebbero incazzarsi neri leoni e tigri), no anche allo stadio inglese del Tottenham (magari perché le foto se le vogliono vendere loro). L’ex sindaco di Bari, Emiliano, si limitò a proibire gli “sguardi di sfida”.

 Siccome selfie vuol dire anche “c’ero anch’io”, uno selfiato alla grande è papa Francesco. Il quale non si sottrae, figuriamoci. Tanto, se qualcuno si allarga, come sappiamo c’è sempre un bel pugno pronto.