L’orrore che manda lo sgozzato in casa nostra

Venerd́ 20 febbraio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

In Libia, in Libia. Nel Lunapark della politica italiana, questo il grido sguaiato dei nostri giorni. Chiedere di andare a fare la guerra più per vincere la guerra dei voti in casa che quella al terrorismo. Con indici di gradimento da un popolo che pur la guerra non la vuole e non la sa fare. E per il quale ogni eventuale caduto diventa uno psicodramma nazionale. Viviamo però nell’età dell’estremismo. E vince chi cinicamente lo cavalca aggiungendoci una poco modica dose di confusione.
 Ma a cavalcare l’estremismo sono più bravi loro, i tagliagole del Califfato islamico, le divise nere dell’Isis. Contro i quali bisognerà intervenire in tutti i modi tranne che con  quella invasione che piace ai nostri urlatori ma piacerebbe tanto pure a loro per insabbiarci come in Afganistan o Iraq. Bisognerà intervenire non solo perché sono alla periferia Sud di Roma. Non solo perché possono lanciare una bomba umana di immigrati che potrebbero pagare con una morte sempre più disumana la speranza di una vita migliore. Ma bisognerà intervenire anche per tentare di spezzare la trama della loro Fabbrica della Paura.
 E’ quella che si alimenta decapitando o bruciando vive le proprie vittime. Tanto una barbarie di altri tempi quanto una modernissima tecnica di comunicazione. La tecnica del “storytelling”, spietata e potente arma di persuasione di massa. Che crea storie di orrore per assoggettare. E per far vivere nell’incubo un Occidente già accusato di aver rinunciato ai suoi valori, anzi di resa verso l’Islam secondo l’allarme o la premonizione di una come Oriana Fallaci (la cui vita solo in tv poteva diventare una telenovella).
 E’ la tecnica che punta a dividerci e isolarci. A rubarci il futuro. A dilaniare la nostra società tanto quanto ci servirebbe invece rinsaldarla di fronte al pericolo comune. Tecnica davanti alla quale la nostra informazione, noi, è chiamata a una scelta delicatissima. Dire tutto o far vedere tutto in omaggio a una fede di verità assoluta che in alcuni casi può essere equivoco legalismo. O non fare il gioco di chi vuole colpirci e umiliarci soprattutto con immagini turpi, immonde, ripugnanti come appunto il calvario di una testa tagliata o la gogna di prigionieri condotti ad arrossare col loro sangue le acque di quello stesso Mediterraneo che bagna anche noi.
 E’ questo che rischia di far apparire il Califfato più invincibile di quanto solo la nostra imbelle incertezza ha potuto finora. Perché da certe immagini non c’è difesa quando entrano nelle case ridotte a bunker smarriti. Perché la loro tragica forza emotiva prevale sulla capacità di valutare e ragionare. Perché c’è una nostra civiltà, laica o religiosa che sia, la quale vuole la morte accompagnata da un rispetto per fortuna ancòra sacro, da una pietà e un pudore che sono i primi obiettivi invece da violentare. Una morte che chiede silenzio e intimità tanto quanto ce la buttano addosso con brutalità cinematografica.
 Ecco allora la domanda: cosa non pubblicare? Perché quelle immagini non sono solo immagini, ma lezioni di massa. Vi facciamo la morale. Un messaggio politico, come a suo tempo le Brigate Rosse. Siete degli sconfitti. Perché non riuscite a impedirci di trattarvi così. E perché nella psicologia collettiva il coltello su un solo volto vale mille coltelli su mille volti.
 Può essere un abuso non mostrare tutta la sgradevolezza del mondo per proteggere lettori e telespettatori. Ciascuno può ritenersi maturo per regolarsi per conto suo. Ma non bisogna dimenticare, come è stato detto, che dagli antichi greci in poi osceno è appunto ciò che deve restare fuori dalla scena. E che anche l’eccesso di realismo del proprio racconto può far diventare pornografia qualsiasi fotografia o immagine che diventi provocazione o esibizione. Per quanto si presentino come obiettive e neutrali, le immagini di atrocità possono essere tutt’altro che innocenti. Più che informazione, possono essere propaganda. E del resto se così non fosse non si capirebbe perché si affrettano a farcele arrivare. E perché ogni sgozzato in fondo neanche per loro avrebbe senso senza una telecamera accesa.
 Ma tecnica di “storytelling” è anche quella che ci descrive le guerre senza farcele vedere. E’ la disinformazione che fa credere alle armi di distruzioni di massa in Iraq per giustificare un attacco. E’ la demonizzazione verso chi ha rivelato una colossale evasione fiscale mondiale e non verso chi evade. E’ sempre e in ogni caso la creazione di storie per farci credere a un’altra storia. Tenendo comunque conto che chiunque su Internet può trovare tutto ciò che almeno il buonsenso può risparmiarci altrove.
 (Sono questi alcuni fra i temi dei quali oggi e domani si discuterà nel Festival della Comunicazione e dell’Informazione alla Fiera del Levante di Bari. Come si sarà capito, non solo roba da addetti ai lavori, anzi tutto il contrario).