Se vuoi guarire niente ospedale

Sabato 7 marzo 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Se non ti vuoi ammalare, non andare in ospedale. Come dire: se vuoi imparare, non andare a scuola. Oppure: se ti vuoi divertire, non vedere un film comico. Ma perché l’ospedale rischierebbe di far ammalare invece che guarire? Perché uno teme di entrarci mezzo ammaccato e di uscirne tutto sfasciato? I medici non c’entrano, gli infermieri neanche, e nemmeno le medicine. Il fatto è che un ospedale fa ammalare perché è un ospedale: almeno così viene percepito, come si dice adesso. Nessuno pretende che sia un albergo o un B&B. Ma nemmeno una caserma.
 VITA STRAVOLTA Tanto per cominciare, gli orari. Un buon mediterraneo è abituato a fare colazione alle 9, a pranzare alle 14, a cenare dalle 21 fino a notte se va in giro per bagordi. In ospedale colazione alle 7, pranzo alle 12, cena alle 18: tanto che uno dice, ma che stiamo in ospedale? E poi alle 6 i prelievi e alle 20 silenzio, come quando passa il caporale in camerata, o il monaco guardiano in convento. Televisore? Uno sgarruppato residuo dell’ultima guerra sintonizzato su Rai1 (e senza audio) anche quando la partita la danno su Sky.
 Ma che pretendi, in fondo stai in ospedale. Magari pretendi un’alba meno movimentata specie se sai che i prelievi li fai alle 6 solo perché se ne occupa l’infermiere del turno di notte che se ne deve andare alle 7. E un essere normale di questi tempi è abituato a un sonno che generalmente non va dal tramonto al canto del gallo. E quanto ai pasti, mangi in orario da ospedale perché quelli delle mense terminano i turni alle 13 o alle 19 e non c’è straordinario. Non ne parliamo dei bagni, c’è anche un pudore nei propri bisogni e non sempre quando scappa si può rimandare perché c’è la coda.
 Certo in ospedale c’è gente che sta male e c’è poco da sottilizzare, anche se chi purtroppo sta troppo male dovrebbe essere protetto da chi deve solo fare controlli e se ne va girando. E comunque non dovresti stravolgere la tua vita proprio dove vai per garantirti una vita meno stravolta. Ci dovrebbe essere un fiore in ogni reparto e non solo la Madonnina tanto buona ma che fa pensare al peggio. E non ci dovrebbero essere muri scrostati che fanno temere anche a te di finire a pezzi come i muri. Insomma l’ospedale dovrebbe essere luogo di accoglienza non di ostilità. E dovresti sentirti al centro dell’attenzione non una varia ed eventuale. Non è colpa tua se stai là a disturbare una organizzazione che non ti ha previsto nella sua disorganizzazione.
 IL REBUS PARENTI Magari io non so la differenza fra una colite ulcerosa e una sinusite. Ma il medico mi fa il favore di dirmi perché ho l’una o l’altra, e non come se stesse discutendo coi suoi colleghi luminari a un congresso. Tanto meno con un sussiego più di potere che di dedizione. Il paziente è già un soggetto debole e pieno di paure, ma non bisogna essere necessariamente ipocondriaci per temere chissà cosa sentendo parlare di flogosi o astenia e devi vedere sull’enciclopedia medica quanti giorni ti restano. La psicologia dovrebbe valere quanto la specializzazione in cardiologia o ortopedia, così come un sorriso dovrebbe essere non meno importante di una pillola o una flebo.
 E questi parenti, finiamola con l’ipocrisia. Molesti e ingombranti quando il primario col suo codazzo deve farsi il giro dei letti, invocati quando infermieri o dottorandi non ce la fanno fra terapie e campanelli che strillano. Più che un controllore dell’andamento in corsia, il parente è un conforto per gli spaesati pazienti in un momento difficile. Le due ore concesse in certi reparti sono come le ore d’aria del carcerato. Ma anche le famiglie grondanti di cugini e nipoti (specie dove arriva la cicogna) devono aver pensato di andare a Fantasyland. Si spieghi poi a certi portieri che la portineria non è il luogo di ritrovo di amici di tressette ma il primo biglietto da visita per chi arriva. E si spieghi a certi direttori che l’ospedale non è un suk arabo in cui chiunque può circolare con le sue bibite e i suoi snack.
 Lasciamo stare i pronto soccorso, spesso anticamere dell’inferno loro malgrado. Ma un ospedale sia un luogo di umanizzazione non di avvilimento. Un luogo in cui i ricoverati non sono reclute, i pasti non sono rancio, gli orari non sono da casa di pena. Un luogo in cui i medici siano una mano tesa, i farmaci una speranza, i malati degli ospiti da liberare sùbito perché hanno altro da fare. Altrimenti la prossima volta giuro che non mi ammalo.