La domanda del Sud

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Si, ma ora cosa facciamo? È la domanda puntuale dopo aver raccontato l’Unità d’Italia vista da Sud. E come il Risorgimento tradito abbia lasciato in eredità un divario col resto del Paese senza pari nel mondo occidentale. Perché la scena, piaccia o non piaccia ai puri e duri, è sempre la stessa. Inno nazionale mano al petto. A volte coccarde. Qualche altra invenzione tricolore, dagli addobbi alla torta. Fervore e al­legria_ Ma poi i presenti subito desiderosi di sentirsi dire il contrario di ciò che le premesse promettevano, come in un agguato alla festa. E cioè per­ché il Sud è stato sottomesso e violentato. 

Con una tensione, uno sconcerto e bat­timani inaspettati per chi credeva al consueto fatalismo meridionale del «cosi deve andare», del tanto non cambia mai niente».

Cosi il Sud ha vissuto questi 150 anni con una doppia anima. Nessun altro ha festeggiato tanto. Ma nessuno ha tanto festeggiato con l’aria del processo. Una sorta di liberazione senza mai mettere in discussione l’Unità, ma mettendo in discussione le verità ufficiali e i libri scolastici reticenti e immutabili. Aperto però il dibattito, l’inesorabile domanda finale: si, ma ora cosa facciamo? Come a riprecipitare il Sud nella vec­chia schizofrenia della ribellione o della assue­fazione, del mi conviene e del non mi conviene. Il vecchio Sud dei briganti o emigranti, combattere o abbandonare.

Un Sud reduce dalla festa vuole soprattutto che qualcuno gliela vada a dire, che alzi la voce a sua difesa. Ma è lo stesso Sud che poi va allineato e coperto a votare come sempre, o al massimo non ci va, in mancanza di alternativa. E ogni famiglia un figlio o una figlia che cerca lavoro e non lo trova, se non sono già partiti e amen. E ciascuno a dire, ma come mai qui un cantiere pubblico lascia le strade piene di buche e al Nord no? E come mai qui devo aspettare tre mesi per una endoscopia mentre se vado su in due giorni me la fanno? Sono beffe al Sud, non sue colpe. E c’è una risposta per ciascuna. Ma intanto il figlio o la figlia se ne sono andati, la strada continua a essere piena di buche, l’endoscopia si va a fare altrove.

E quanto ai partiti, consueto rituale. Piani di «strategie», «piani», o nella misura in cui», ma nessuno che si occupi del latte dei bambini. E tanti <> senza che si capisca perchè non lo abbiano fatto. E più attenti alla nuova presidenza dell’Enel che alla luce che se ne va. Più preoccupati del rimpasto in giunta che del bus che non arriva. Più pieni di riforma o non riforma della giustizia che di code per avere un certificato.

Certo per il conferenziere e difficile rispon­dere alla domanda: si, ma ora che abbiamo sa­puto, cosa facciamo? Come se sotto sottodices­sero: va bene, ci hai raccontato come ci hanno ridotto in queste condizioni, hai acceso il nostro fuoco, hai preso gli applausi, ma non possiamo ritirarci come se nulla fosse. Anzi possiamo, proprio come se nulla avessimo saputo, è stata una bella serata e tutto come prima. Allora il conferenziere deve provare una risposta, si at­tendono molto da lui perche ha parlato come uno di loro, non è stato il solito comizio e via.

Allora il conferenziere dice: anzitutto è im­portante aver conosciuto la storia matrigna e le decisioni che hanno affossato il Sud in 150 anni. Conoscere significa prendere coscienza, nel sen­so che ora ciascuno può capire al volo chi rac­conta chiacchiere e rispondere a Bassi che dice che il Sud è parassita e che se sta cosi è perché non si da da fare. Questo e già un passo in avanti. Cioè ribellarsi perlomeno alle bugie. O ribellarsi dav­vero. Ciò che attizza un supplemento di doman­da: si, ma come?

Embè, la politica. Ma lei lo sa, quelli sono tutti uguali e pensano solo ai fatti loro. Giudizio trop­po drastico, ma cosi la gente la pensa. Allora conferenziere dirotta, non c’è solo la politica. Ci si può mettere insieme, persone, associazioni, comitati che intervengano anzitutto sui proble­mi delle città, un Paese che cambi può partire dalla riparazione dei marciapiedi. Con la frase ad effetto: bisogna riempire di partecipazione i vuo­ti delle città del Sud. Non ancora sufficiente, ecco la domanda finale: e un Partito del Sud?

Rispondi che un Partito del Sud può spaccare l’Italia come vuole la Lega, che l’incompleto svi­luppo del Sud e unproblema nazionale e quindi devono risolverlo i partiti nazionali eccetera ec­cetera. Ma per l’insistenza e lo scetticismo della sala c’è l’estrema soluzione: un partito si può anche fare, l’essenziale e che sia autonomo, non intruppato a destra o sinistra, altrimenti rischia di fare il gioco di chi finora il Sud se lo è di­menticato. Magari si può minacciarlo. A questo punto la serata finisce. E l’ora del buffet.

Sembra una serata qualsiasi. Ma dovrebbe tenerne conto chi volesse davvero fare qualcosa per il Mezzogiorno. In questa serata c’è tutto il suo ventre e il suo cuore e il suo scontento.

 

 

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 aprile 2011