Il buongiorno col salsicciotto

Sabato 11 aprile 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Paolo Conte canta gli occhi allegri da italiano in gita. Chissà se si riferisce anche agli occhi lampanti degli italiani che fanno colazione quando sono in viaggio. Soprattutto all’estero, dove improvvisamente cambiano le abitudini del caffè preso mezzo scannati prima di schizzare via perché è tardiiiiii. O al massimo l’abitudine del cappuccino e brioche al bar prima di cominciare col lavoro, anzi nella immediata pausa appena infilato il badge. Scene diverse le vediamo solo nei film americani, con la famigliola che comincia la giornata raccolta a tavola nella villetta col prato davanti, lui dice cara a lei e lei dice caro a lui, i bambini tanto biondi, il cane che scodinzola e tutti che si danno un bacio prima di uscire.

 NUOVA PRIMA COLAZIONE In albergo o al Bed&Breakfast no, l’italiano solitamente dr Jeckyll da risveglio ritardato diventa un imprevisto mr Hyde alzandosi prima di tutti, anche se chissà perché è sempre l’ultimo a salire sul pullman per l’escursione. Ma più che improvvisamente diventato rispettoso degli orari, è improvvisamente diventato rispettoso della strombazzata giusta alimentazione per affrontare bene la giornata. Si sa di signore solitamente in dieta che mettono la sveglia, si infilano una cosa addosso e nel buio scivolano come congiurate verso la sala ristorante senza passare prima dal lavandino. Perché in viaggio anche la più monacale dieta va a farsi benedire davanti a quella trimalcionica orgia da basso impero romano che è una prima colazione continental.

 Si vedono piatti affollarsi di salsicce da OcktoberFest tedesca, di salami e prosciutti da Sagra della Porchetta, di formaggi grassi da 400 di colesterolo cattivo, di torte da 900 trigliceridi a grammo, di tartine e rustici. E su e giù frittate e omelette, marmellate e nutelle, salmoni e aringhe, yogurt e piccola pasticceria, meloni e kiwi (sa, per andare da corpo) perché bisogna pur mettere qualcosa sullo stomaco se poi si deve scarpinare per la visita alla reggia o al museo. L’italiano diventato ipercalorico, iperglicemico e iperlipidico da viaggio ritorna tricolore davanti al caffè, lo vorrebbe stretto stretto anche in Nepal o in Islanda, non se ne può più di queste brodaglie di acqua calda. Su tutto il resto non una parola di pentimento, anche se hanno ingurgitato razioni da battaglioni.

 La sorpresa è che, secondo le statistiche, ora gli italiani cominciano a diventare continental anche a casa. Non saranno salsicce, ma fette biscottate, fiocchi di riso, succhi di frutta pare di sì. Soprattutto i più piccoli, quelli che comunque a metà giornata si sparano la rituale merendina che gli mettono nello zainetto, mentre di pomeriggio se gli mancano le patatine fritte gli può venire una crisi da denutrizione. Insomma quel cibo spazzatura che ha fatto aumentare il peso medio mondiale di 5 chili in trent’anni e diffuso l’obesità più del raffreddore.

 SEGRETO LUNGA VITA Anche per questo si moltiplicano le diete, la religione globale più diffusa sulla Terra per quanti vogliono mettere d’accordo la passione per il cibo con l’ossessione della linea. E per quanti vogliono purgare con i segni evangelici della rinuncia e della sofferenza l’incapacità di dire no a un profiterol. Dieta per quanti sono tanto accomunati dal disprezzo per la carne (nel senso di ciccia in eccesso) quanto dall’incapacità di evitare la continental da viaggio. Un obbligo sociale della magrezza che, secondo l’antropologo Marino Niola, oltre che un imperativo estetico, è un’etica mascherata, col grasso come un demonio da scacciare e il corpo piallato come una santità da mostrare e dimostrare. Siamo la società della taglia 38donna 46uomo e della bilancia come testimone d’accusa.

 In quest’aria di ascetismo e autodisciplina, l’ultima istruzione per allungarsi la vita a tavola spaccia in questi giorni la sua formula magica: cinque giorni in libertà alimentare, ma due di semidigiuno, tipo verdure condite con un cucchiaio di olio. Mentre dall’altro lato viene diffuso il Manifesto del Libero Cibo, meno abbuffata di divieti più abbuffata di timballi, finiamola di confondere l’abolizione del gusto col giusto. Un tempo si diceva che siamo ciò che mangiamo, ora si può dire che siamo ciò che non mangiamo. Ma in viaggio no, tutti i salmi del vangelo della pancia piatta finiscono nella gloria della colazione continental. Può bastare uno strudel a farci perdere la battaglia fra vita e girovita.