Il 3 per cento della grande sconfitta nazionale

Venerdì 17 aprile 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Come nei Paesi ex comunisti europei. Lì quegli orribili scatoloni di case tutte uguali erano costruiti più dai contabili del regime che dagli ingegneri. Fondamenta di sabbia e muri di carta, attraverso i quali passava ogni mezza parola (magari perché i condomini si facessero le spie fra di loro). Da noi viadotti e scuole che vengono giù pur non essendo stati fatti in economia, anzi: non c’è opera pubblica che non parta con una cifra e non arrivi con un’altra. E se un’economia si fa, il più delle volte è perché ne possa uscire una tangente. Il famoso tre per cento che spunta dalle inchieste giudiziarie.

 Si racconta negli ambienti delle opere pubbliche delle anime pulite che si affannavano a raccomandare di rafforzare, di mettere più roba in una galleria, su un ponte, in una campata. Più roba vuol dire più cemento. Per non ritrovarseli squagliati alla prima pioggia. Per evitare anche di peggio, il Paese che crolla. Madre di tutte le vergogne le gambe piegate della statale Palermo-Agrigento una settimana dopo l’inaugurazione celebrata con tre mesi, pensa tu, di anticipo (col sospetto che ci fosse un premio in gioco, quanto siete bravi e veloci). Ma stessa morte annunciata per il viadotto fra Agrigento e Sciacca, la statale fra Licata e Canicattì, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria (vittima un operaio). Fino all’ultimo, il pilone sulla Palermo-Catania.

 Poteva passare tutto sotto silenzio nel Lunapark nazionale in cui non esistono il sostantivo colpa e il verbo pagare. Non esiste morale. Ma ci sono stati l’arresto del potente direttore generale del ministero (Incalza), le dimissioni del ministro Lupi, le dimissioni dell’eterno presidente dell’Anas, Ciucci. Non poca roba. Anche se non aveva fatto in tempo a partire il respiro di sollievo, che ci ha pensato Ostuni a far capire quanto marcio c’è.

 I bambini stavano facendo matematica alla scuola elementare quando gli sono finiti addosso pezzi di intonaco che ne hanno feriti due più una maestra. Lo sappiamo: scuola riaperta nel gennaio scorso dopo una chiusura di cinque anni proprio per ristrutturazione (cinque anni). Ora si cercherà di capire se anche lì ci voleva “più roba”. E proprio perché ci sono bambini di mezzo tutti chiedono che i responsabili non la passino liscia nella generale aria di impunità.

 Perché se l’aria non fosse stata quella, magari Ostuni non ci sarebbe stata. Né un anno fa a Lecce la grata sprofondata che si portò la vita di uno studente. Né a Bari un mese prima il controsoffitto del Giulio Cesare che non fece danni perché si schiantò di domenica. E in questi giorni altri calcinacci sparsi qua e là. Del resto meraviglia la meraviglia, vista la situazione in Puglia. Solo un terzo delle scuole con certificato di collaudo statico. Solo il 15 per cento delle aule con certificato di agibilità. Più della metà degli istituti datati prima del 1974.

 Ma finalmente c’è un grande piano statale per intervenire. Una botta di quasi 4 miliardi, mica uno scherzo. La maggior parte però ancòra fermi (pur risalendo alla ministra Carrozza, governo Letta) perché c’è la legge ma non ci sono i decreti attuativi senza i quali la legge non è più di un soprammobile. E perché non ci sono i decreti attuativi? Probabilmente i burocrati del ministero hanno molto da fare. Questi decreti attuativi non ci sono neanche per i soldi a favore del risparmio energetico. Mentre difficoltà tecnico-finanziarie (chissà che vuol dire) impediscono che si spendano i fondi di un provvedimento definito “del fare” (e meno male). Ma va avanti alla grande il programma “scuola bella”, più o meno la pittura dei muri. Bisogna sapersi accontentare.

 Fra grandi opere che crollano e scuole altrettanto, non è sotto accusa la competenza dei costruttori quanto il senso civico nazionale. La “coscienza”. Una coscienza che dovrebbe svegliarsi denunciando senza soste. E non indignarsi solo quando “Report” in tv o i giornali rompiscatole vanno a scoprire il fango. Il fatto è che ormai non occorrono neanche le ultime di cronaca per capire come dietro ogni euro pubblico ci sia chi ritiene che ci debba essere qualche cosa per me altrimenti sarei un fesso. E non solo quei politici che si sfregano le mani appena eletti perché significa arricchirsi. Ma anche tutta la cosiddetta società civile che avrà a che fare con loro, dall’impresa edile alla raccolta dei rifiuti. Quelli che gioiscono per un terremoto. Quelli fin troppo disponibili a pagare, anzi ad offrirsi pur di ricevere l’appalto tanto poi basta ridurre di un tre per cento il cemento.

 La vera sconfitta di un Paese corrotto non è solo passare davanti a un cantiere e sapere che prima o poi qualcuno finirà in galera. La sconfitta è assuefarsi. La sconfitta è dire che in fondo cosa vuoi che sia un tre per cento. La sconfitta è rientrare di fretta a casa dicendo che sono fatti loro tanto l’Italia è così.