Non basterà tutto il filo spinato del mondo

Venerdì 24 aprile 2015

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dovremmo tutti andare al Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Tel Aviv. Lì una voce scandisce in eterno i nomi dei bambini ebrei passati per il camino dei campi di sterminio. E una piccola luce si accende per ciascuno di loro come stelle nel cielo. Già una fortuna che se ne conservi un nome. Nel cimitero di Lampedusa una piccola croce in legno ricorda i più fortunati dei migranti morti in mare: il loro corpo è stato recuperato. Non hanno un nome ma solo un numero. Gli altri sono inghiottiti dal mare e per loro non ci sarà neanche quella piccola croce né un numero. Su questo nuovo Olocausto, c’è una foto stupenda e drammatica, quella che l’anno scorso è stata considerata la migliore del giornalismo mondiale. Su una spiaggia africana, cellulari brillano nel buio in cerca di copertura. Sono amici o parenti che tentano di mettersi in contatto con quelli che sono partiti. Perché per una madre che vuole sapere del figlio, c’è solo quella speranza: che arrivi la telefonata per dire che ce l’ha fatta. Se la telefonata non arriva, quella madre si chiuderà nel suo dolore avendo capito tutto. Ottocento telefonate non sono arrivate l’altro giorno. Perché sembrerà strano a noi infastiditi occidentali, ma anche quella carne da macello ha un’anima. Ci sono quelli che hanno avuto la casa distrutta dalla guerra, quelli cui hanno sterminato la famiglia, quelli che fuggono dalle persecuzioni, quelli stremati dalla fame. Hanno dato un bacio alla madre e via verso l’ignoto del deserto da traversare, degli infami centri raccolta, degli schiavisti che li derubano di tutto, li torturano, violentano le donne, li ammassano come animali su barconi sfasciati e sogghignano quanti più ne mettono perché più incassano. Anzi li costringono a chiamare i familiari per chiedere altri soldi, altrimenti né partiranno né li sentiranno più. Mentre nel mondo mai così ricco come ora si consuma questa epocale tragedia quotidiana, nell’infastidita Europa si dibatte su come fermarli: affondare i barconi prima che prendano il mare, blocco navale, intervento armato sulle coste. Ma tutto ciò riguarda gli schiavisti, che compaiono sempre laddove c’è un’umanità dolente che chiede aiuto e ottiene catene. Nessuno si occupa dei migranti, nell’illusione che fermati gli schiavisti si fermino anche loro. E invece nessuno li fermerà mai. Mai. Lo vediamo anche ora. Coi lager libici più allarmati dai nostri riflettori che impietositi, i barconi arrivano dalla Turchia o dalla Grecia. Ma continuano ad arrivare. Sono Ibrahim e Samia, Nadir e Haben, Ermias e Anila. Tutti disposti ad affrontare la morte per conquistare la vita. Tutti consapevoli di poter diventare una mano che si tende dalle onde per poi essere inghiottiti senza nemmeno un numero su una croce. Sono ragazzi, madri, padri, piccoli. Rischiano prima di morire in mezzo alla sabbia e poi asfissiati nelle stive, o nel naufragio, o buttati in un mare che non hanno mai visto prima. Marciano per mesi e per mesi attendono. Non hanno potuto portare con sé nulla che gli ricordi la casa. Affrontano l’incognita delle traversate ma anche l’incognita di un futuro che potrà non essere granché migliore. Se tutto questo non basta a fermarli, potrà mai fermarli l’ostilità degli infastiditi occidentali che avrebbero tutti i mezzi per accoglierli? Potrà mai fermarli la prospettiva di lasciare la miseria per vivere altrove da miserabili? Di essere considerati clandestini sulla Terra di tutti? Solo in Giordania, che ha sei milioni di abitanti, ci sono due milioni di profughi della mattanza siriana. E ovunque, in altri mondi che è comodo ignorare, esodi biblici di disperati che fuggono. Eppure gli infastiditi occidentali che pensano ai blocchi navali ma non ai blocchi delle ingiustizie, devono metterselo in testa: migrazioni, terrorismo, miseria, scontri di religioni ci accompagneranno a lungo. Fanno e faranno parte della nostra vita. E non potremo affrontarli col razzismo che fa vincere le elezioni. Un simbolo del naufragio morale dell’Europa stanca e pur afflitta dalla sua crisi sono un gruppo di sindaci veneti. I quali, con tanto di fascia tricolore, si sono coalizzati per dire che loro non accoglieranno mai i sopravvissuti, quelli che hanno evitato la morte aggrappandosi ai morti. Sindaci di quel Veneto vecchia terra di emigrazione. E sindaci di quel Veneto che non sta troppo a sottilizzare sul colore della pelle quando si tratta di sfruttare gli extracomunitari nelle proprie aziende. Mentre l’urto degli arrivi è sostenuto soprattutto dal Sud. E la gente offre una coperta invece che disprezzo. Mare nostro che non sei nei cieli. La storia ci sta presentando il conto dei ricchi e dei poveri. E non è demagogia ricordare che non basta affondare i barconi senza coltivare i campi. Figuriamoci se la storia si ferma davanti alla Lega Nord.