La disfida e gli amori tra la Puglia e la Francia

Mercoledì 13 maggio 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

E sì, se Parigi avesse lu mare sarebbe una piccola Bari. I baresi imparano questo detto prima di imparare a parlare tanto fa parte della cultura popolare. Effetto della urbanistica del capoluogo pugliese, le grandi strade come le avenue, i ponti sui binari come i ponti sulla Senna. Ma effetto anche di un inossidabile inganno storico. Quello della città fatta da Murat, il quale per la verità ci stette non più di nove ore, essendo invece, il progetto, dei Borbone: dei quali non bisogna dire per una sorta di dannazione della memoria. Ma tant’è, qui si vuole parlare d’altro. Si vuole parlare di “Bari, la Puglia e la Francia”, libro che segue “Bari, la Puglia e Venezia” e “Bari, la Puglia e l’Islam”: tutti di Vito Bianchi, e tutti per lo stesso editore (Adda, pag. 250, 35 euro). Con l’apporto delle consuete bellissime foto di Nicola Amato. In questo caso Bianchi, archeologo e storico dell’università di Bari, fa anche l’antropologo, il critico d’arte, il critico musicale, l’enologo, il cronista sportivo: per citare solo parte dell’itinerario che nei secoli ha unito la Francia a Bari e alla Puglia, e viceversa. In una scoperta e riscoperta che, come nei volumi precedenti, dimostra quanto le trame d’Europa siano fitte. E quanto Bari e la regione ne siano state parte non secondaria. Fra grande e piccola storia. Per esempio l’ironica Ouverture di Bianchi attacca con la solenne capocciata che il franco Zidane piantò sul petto proteso del salentino Materazzi nella finale del campionato di calcio 2006 (che lor francesi persero all’ultimo rigore). Proditoria stoccata come quella di un altro altezzoso franzese, il cavalier La Motte, che insolentì l’italiano Fieramosca e ci lasciò le penne nella Disfida di Barletta. Ma ovviamente non è solo mano (o petto) armata. Per dirne un’altra, il tempo delle cattedrali cominciò in Puglia con un pugno di avventurieri che, scendendo la penisola per “faire chevalerie”, approdarono anche al Sud. Vi restarono 150 anni, lasciarono un segno indelebile (anche con i castelli): si chiamavano Normanni, e venivano da lassù. Come da lassù venivano quei guerrieri che, nel segno della croce e al grido “Deus vult”, Dio lo vuole, dai porti pugliesi si imbarcavano per la Terra Santa. Crociate durate secoli. E poi pellegrini, abati e re, cavalieri e semplici viandanti francesi che (scrive Bianchi) portarono in Francia il culto di san Michele Arcangelo dopo averne visitato il santuario sul Gargano. Mitica Via Francigena fra i due Paesi (che arriva fino al loro Mont-Saint-Michel) ora patrimonio universale dell’umanità. E il via vai continua. Dopo i Normanni, i Templari, tanto più leggendari quanto più misteriosi, ordine monastico-cavalleresco transalpino. E i cattolicissimi Angioini, anch’essi durati secoli, iniziati spazzando i figli del mitico Federico di Svevia (il cui Castel del Monte pare sia stato costruito da monaci Cistercensi, non meno francesi anch’essi). E poi il Grand Tour, viaggio di iniziazione, contemplazione e studio che portò da noi il fior fiore della intellettualità francese. Col “Voyage pittoresque” dell’abate di Saint-Noin, lascito più noto di tre secoli di colte incursioni che fecero conoscere la Puglia ai francesi più di quanto la conoscessero i pugliesi. Le trombe annunciano Napoleone, gli Alberi della Libertà e le teste mozze nello scontro fra le promesse (tradite) dell’Illuminismo e la Restaurazione. E il vino francese non avrebbe potuto diventare il vino francese senza la trasfusione del sangue robusto del vino pugliese. Fino all’improvvida rottura del Trattato commerciale che a fine 1800 mise in ginocchio l’agricoltura del Sud chiudendole i mercati francesi. Si avviò così quella emigrazione che allora come dopo portò in Francia tanti lavoratori pugliesi che fecero ricca quella economia non potendo farlo con la propria. Ma vi andarono anche grandi pittori come il barlettano De Nittis. E grandi musicisti (da Piccinni, a Curci, a Mercadante, a Paisiello) hanno lasciato tracce a Parigi e ora danno nome a teatri pugliesi. Mentre studiosi come Giovanni Dotoli e Domenico D’Oria continuano, con tutti gli onori francesi, a tessere il filo tra Bari, la Puglia e quel Paese. A Faeto e Celle San Vito si parla provenzale, come il pugliese è risuonato a lungo nelle miniere, nelle aziende, nelle città francesi. Ora Francia e Puglia sono divise da un batterio che si chiama Xylella. Ma siccome dalla scrittura scintillante di Vito Bianchi abbiamo appreso come ciò che le ha unite è molto più di ciò che le ha divise, è immaginabile che non riuscirà un batterio a rinnegare secoli di pagine comuni. A morte la Xylella.