Guerra mondiale nei nostri piatti

Sabato 6 giugno 2015 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Tra moglie e marito non mettere la polpetta. Specie se i due sono ex. Sappiamo come il tribunale di Bergamo ha recentemente sentenziato sul conflitto fra due genitori divorziati circa l’alimentazione del figlio. Tutto scoppiato quando lui è venuto a sapere quale era un pasto tipo cui lei sottoponeva il ragazzo (12 anni): riso integrale con cipolla, fagioli borlotti ed erbette, dolcetto di pastafrolla con mela. Fatto è che la signora fa due ore di meditazione al giorno, bazzica in un orto macrobiotico ed è, manco a dirlo, vegana (prime tre e ultime due lettere dell’inglese “vegetarian”): vegetariana integralista. CARNE SI’, CARNE NO Non pare che il ragazzo se la passasse male. Ma non agli occhi del padre, che quando lo ha visto diventare verde zucchina si è rivolto a un nutrizionista. Il cui giudizio è stato: tutto può essere la dieta vegana, tranne che equilibrio nutritivo. Quindi il ricorso non al buonsenso ma alla giustizia. Che così si è trovata ad occuparsi anche di piatti del giorno in un Paese in cui prima la investiamo di tutto (dalla xylella degli ulivi alla cura Stamina) e poi ci lamentiamo perché si ficca in mezzo a tutto. Più che salomonico, il giudizio è stato spaccacapello. Quando vive con la madre e prima del periodo col padre, il fanciullo deve consumare un pasto comprensivo di carne almeno una volta. E quando vive col padre, prima del rientro dalla madre, deve consumare un pasto comprensivo di carne non più di due volte. Fatto un calcoletto, abbiamo tre bistecche a settimana in nome della legge. A nulla sono valse le proteste della signora. Che già prima dell’editto della corte, così descriveva il figlio al ritorno da casa del padre: mal di pancia, malessere, orecchie gonfie, fegato sovraccarico. Ma cosa ti dà da mangiare? Insomma, trasparente come un Et per lui al ritorno da lei, gonfio come una zampogna per lei al ritorno da lui. Giustamente l’antropologo Marino Niola commenta che il cibo è diventato un’arma impropria nelle guerre coniugali. Ma non inaspettato, nel tempo in cui il cibo è diventato anche una guerra santa fra tribù alimentari. Le quali non si limitano a mangiare come più gli pare, ma considerano sacra la loro scelta gastronomica e sacrilega quella altrui. E ritengono il cibo non solo un mezzo per non avere fame e non finire dal medico, ma una filosofia di vita troppo totale per limitarsi al menu. Così vegetariani contro carnivori è solo il primo atto di uno scontro di religione e di civiltà più profondo. Che riguarda l’essere più che il benessere. Oggi ci sono vegani anche “vegansexual” che rifiutano di fare sesso con chi mangia carne per paura della contaminazione, di perdere purezza per basse vie. I vegani che considerano rammolliti semivenduti i vegetariani. Non solo una crociata salutistica, dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei. Ma dimmi ciò che mangi per accettarti o rifiutarti. Per esistere o non esistere. Una religione globale che anticipa in cucina il giudizio universale. SCONTRO DI DIETE Chi non ha scampo con nessuna tribù alimentare sono i grassi: esclusi da tutti. Obesi e umiliati, dice Niola nel suo libro “Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari” (il Mulino editore). Contano più quanto pesano di quanto pensano. Ma se essere magri è la base di partenza per stare a questo mondo, il resto divide in tutto. Così c’è la dieta (pardon, la filosofia di vita) dei “gruppi sanguigni”: la nostra alimentazione è scritta nel nostro gruppo sanguigno. Gruppo zero, risale ai nostri antenati cacciatori: quindi carne e proteine senza deviazioni. Gruppo A come agricoltori: pasta e verdura a volontà. Gruppo B: progenitori nomadi che andavano soprattutto a latte alla fonte. Gruppo AB, moderno compromesso: spaghetti, pollo, insalatina e caffè. Un passo in avanti verso la pietà. Ma ci sono anche i sacerdoti della dieta preistorica, l’uomo delle caverne se la passava meglio di noi con selvaggina, radici, frutti spontanei, pesci. Dieta preagricola detta pure di Cip e Ciop, raccogli ciò che trovi e mangia. Poi tutto il campionario dei crudismi, mangiare nudo e crudo secondo natura. Che dal km 0 dell’uomo primitivo si è evoluto nel diversamente cotto di tartara e carpaccio, di polpo e tonno, di zenzero e menta con marinature, salature, emulsioni, macerazioni. Niente forni e fornelli per restare belli, fuoco come peccato mortale. Fino ad arrivare al Frankenburger, il Frankenstein della carne: prima polpetta artificiale senza scomodare la mucca. I due divorziati di Bergamo credevano che tutto il problema fosse carne sì carne no. Ora c’è la variante aggiornata Kebab sì Big Mac no, o viceversa. Ma fra poco la nuova civiltà ci intrupperà tutti in menu a base di curcuma e tofu, quinoa e ginseng, farro e sesamo. Mentre in ambienti clandestini si parla già di resistenza a base di braciole di cavallo tirate cinque ore in nascondigli di Bari Vecchia.