Auto-scatto delle mie brame

Sabato 13 giugno 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Che si mettesse male, ce lo hanno fatto capire i venditori ambulanti da bar. Non più rose ma “selfie arm”: un euro, comprare? Detti anche “selfie stick”, bastoncino per reggere a distanza gli smartphone e fare cosa? Fotografarsi, anzi auto-fotografarsi: cioè il “selfie”. Evoluzione o involuzione della specie dell’autoscatto, quando piazzavamo la macchina fotografica su un treppiede e schizzavamo dall’altra parte per finire nella foto, magari schiattati per lo scatto felino. Ora basta un cellulare. E senza partenze alla Mennea. Anzi se prima, senza lo “stick”, il braccino corto a rischio tendinite ci faceva venire gonfi come dipinti di Botero, ora no. Ora non bisogna essere maghi dell’obiettivo come Robert Capa o David Hamilton per immortalare le nostre facce a metà fra il clown e l’impedito.

 E’ LA SELFIE-MANIA, RAGAZZI Che non ha lasciato indenni neanche papa Francesco o il presidente americano Obama. Cominciata come al solito con i giovani. E continuata coi loro padri in una epidemia mondiale ai confini del rimbambimento. Difficile ormai incontrare la classica coppietta o il classico allegro gruppo in vacanza che ti chiede: ci può fare una foto? Ora basta brandire il cellulare e l’onanismo fotografico è fatto (guida al termine onanismo: piacere sessuale autoprodotto).

 Anzi la parola “selfie” è stata definita la parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, bibbia della lingua inglese. Con tutti i suoi accessori: “helfie” se si vuole mettere i risalto i capelli, “welfie” se fatto tra le mura dell’ufficio, ”drelfie” se dopo un bicchiere di troppo, “belfie” se protagonista è il lato B (guida al termine lato B: fondoschiena particolarmente magnetico).

 Ma se “selfie” significasse solo fare la foto a se stessi, ci potrebbe pure stare, avviene di peggio. Il limite al peggio è spazzato via appena all’orizzonte appare qualche signor Nessuno diventato signor Qualcuno (forse perché un giorno casualmente inquadrato per due secondi netti da una tv). Se prima ci si scapicollava per l’autografo, ora ecco brandita l’arma del “selfie”: con facce francamente da rigurgito gastrico. Una caccia spietata. Foto ovviamente sùbito rilanciata in tutto il mondo finora conosciuto. Perché l’autoscatto con la celebrità servirebbe meno di un frigorifero al Polo Nord se non facesse il giro di tutti gli amici, in un rito francamente molto meno interessante di un cineforum sul cinema della Mongolia interna.

 Inevitabili le dotte spiegazioni degli intellettuali pronti all’uso. Il “selfie” è un modo per sentirsi meno soli e felici come mammolette. Il “selfie” è un modo di condividere un’emozione con chiunque. Il “selfie” è un modo di partecipare agli altri un fatto proprio alla velocità della luce. Il “selfie” è un modo per dire agli altri con chi si sta e cosa si fa. Il “selfie” è un modo di mettersi in mostra. Il “selfie” è una pura questione di vanità. Il “selfie” è una forma di divertimento comune di fronte alla quale Checco Zalone è un premio Nobel della comicità. Il “selfie” è un disturbo mentale, con troppi dementi per poter essere curati.

 MOSTRARE PER ESSERE Altri risultati delle approfondite indagini. Fanno “selfie” più le donne che gli uomini. Fanno “selfie” i più estroversi, quelli vogliosi di far sapere al prossimo ciò che il prossimo non è mai stato voglioso di sapere. Fanno “selfie” i più narcisisti, gli innamorati di se stessi essendo improbabile che possano esserne innamorati gli altri. Fanno “selfie” i più coscienziosi, conclusione che gli studiosi così spiegano: “perché essere molto coscienziosi si associa al non essere particolarmente interessati ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano” (è aperto un concorso fra i lettori per capire cosa vuol dire). Il “selfie” è un cambio di tendenza: se finora andare a un concerto significava cantare a squarciagola le proprie canzoni preferite, oggi significa inviare su internet le foto di prima, durante, dopo. C’ero anch’io. Idem per altri momenti privati della vita: dalla birra con gli amici al primo appuntamento, “selfie” e vai, se non si mostra non si è.

 Fatti un po’ di conti, ecco la selfie-mania. Intanto già alcuni alberghi vip (esempio in Versilia) proibiscono il “selfie” per non far scappare i vip. E indispettito per una richiesta di “selfie”, il rapper Fedez (quello nervosetto e tatuato fino nelle narici) ha scatenato una rissa beccandosi due denunce. Ora si selfeggia fino al punto, concludono gli esperti, di fare una cosa solo per farla vedere. Sistema rapido per capire se qualcuno non ci sta del tutto con la testa. E poi, sia chiaro, non è che un “selfie” valga l’altro: niente sorrisi forzati da ebeti, niente troppo dal basso perché ingrassa, niente pose frontali essendo più mitico da tre quarti. Perché ci vuole professionalità in tutto, niente va fatto in modo serio come le cose non serie.