Un salumiere in meno un Churchill in più

Venerdì 10 luglio 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Le riforme, le riforme. Da anni è l’unico grido che corre per l’Europa. Fare le riforme perché diminuisca il debito dei Paesi non riformati. Anzi perché non ne facciano più. Sono quelli che andrebbero troppo al bar. Sono quelli che non rispetterebbero il primo comandamento del capitalismo e l’etica protestante: lavorare molto, consumare poco. Un’etica dominante nelle terre del Nord, quanto indigesta nelle terre del Sud. Grecia docet. Ma davvero c’è un’unica ricetta per lo sviluppo? Davvero è garanzia di sviluppo in un mondo che da quando c’è la mono-ricetta s’impoverisce invece di arricchirsi? Si può morire di pensiero unico?

 Le riforme servirebbero a cambiare le condizioni che porterebbero inesorabilmente al debito. Servirebbero a smetterla di ricorrere alla borsa aperta dei Paesi virtuosi per consentire, diciamolo, i vizi di quelli meno virtuosi. Ricordiamo il tormentone: al ristorante non puoi ordinare l’aragosta se non puoi permettertela. Non può sempre passare qualcun altro a pagare. Ma il giochino è finito, rien ne va plus: fate le riforme e sognatevi l’aragosta. O fallite. Ciò che più o meno si dice in questi giorni alla Grecia. Ma prima a Italia, Spagna, Portogallo: i cattivi del Mediterraneo. Quelli cui sono stati assegnati i compiti a casa in un’Europa dominata dalla siderurgica professoressa Merkel.

 Nessuno teorizza che si debba vivere facendo debiti. Se vuoi stare in Europa non ci possono essere cicale e formiche. E’ la vecchia regola anche della nostra civiltà contadina. Anzi l’Europa è stata garanzia anche per le cicale. Che senza le regole comuni, chissà quante altre ne avrebbero combinate. Non ci fosse stato il vincolo del deficit non superiore al 3 per cento della ricchezza prodotta, chissà dove sarebbe ora l’Italia. E nonostante quel vincolo, vediamo come è combinata la Grecia. Il che fa sospettare che quel vincolo non funzioni sempre e ovunque.

 Esempio, l’Italia. Vincolo rispettato. Riforme in corso, a cominciare da quel Job’s Act che starebbe creando lavoro (ma se il lavoro si poteva avere, perché le aziende hanno aspettato gli incentivi per fare le assunzioni?). Europa mezza soddisfatta, ma risultato quale? Il debito aumenta invece di diminuire. Dice: aumenta perché si devono pagare gli interessi, altrimenti calerebbe. In parte vero. Nel frattempo aumentano anche le tasse. Tanto insopportabili che ogni italiano che può scapparsene dall’Italia, lo fa. Una trappola.

 L’Italia, al solito, è un circo a sé: senza la corruzione e l’evasione fiscale che ha, sarebbe una Germania. Ma l’evasione fiscale nessuna la combatte per non perdere voti. E quanto alla corruzione, difficile pensare a una politica corrotta che si punisca da sé. In ogni caso servirebbe altro. Servirebbe ciò che non è necessario farsi predicare da fior di premi Nobel: servirebbe crescere. Se una famiglia non ce la fa, dovrebbe guadagnare di più. Non basta stringere la cinghia.

 Insomma impossibile crescere solo tagliando. Che fa il buon imprenditore? Da un lato elimina gli sprechi, dall’altro acquista una macchina in più. L’Europa no: solo tagliare. Austerità. Fino al paradosso greco: il creditore che impone al debitore cure che portano alla fame, difficilmente avrà indietro il suo prestito. In Grecia il reddito è crollato del 25 per cento, disoccupazione triplicata, consumi giù del 26 per cento, riscaldamento solo in una casa su tre, gente che non si fa curare perché non può. Che altra austerità le vuoi imporre?

 Non ci sono dubbi che la maggior parte delle responsabilità siano dei dissennati governi greci: anzi mezzo imbroglioni. Ma ora non ci sono più tagli da fare né occhi per piangere. Ci vorrebbero investimenti invece che tagli. In Grecia come in Italia. Soprattutto investimenti pubblici, come la grande crisi del 1929 insegna. E investimenti pubblici cosa vuol dire? Accidenti: spesa. Anzi debito, anche se c’è debito e debito. Un maledetto inghippo. Di fronte al quale servirebbero menti illuminate e governanti che si prendessero responsabilità invece di fare il conto come il salumiere. Ci vorrebbe un’Europa che non c’è più. Quella che da 60 anni ci fa stare in pace, fa circolare persone e merci senza passaporto, ha creato la nuova gioventù continentale figlia dell’Erasmus, è l’unica casa di 28 Stati.  

 Questa Europa che ci scaldò i cuori è diventata l’Europa arroccata dei singoli Stati che pensano solo ai loro inveleniti elettori. Quella che vede debitori ovunque e non si accorge di crearsi in petto populisti e xenofobi. Se la Merkel è una numero uno, lo sia, anche a costo di avere poi il benservito come Churchill dopo la vittoria nella guerra. E’ ciò che fa la storia o non la fa. Invece la Merkel ricorda sempre che in tedesco debito vuol dire anche colpa. Ma così muore l’Europa e il suo sogno, la sua idea di futuro. Tanto c’è sempre una Atene di turno colpevole di non saper uscire dalla fame con altra fame.