Povero italiano anzi itagliano

Sabato 12 luglio 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Più che un Paese, l’Italia è un talk show. Cioè uno di quei dibattiti televisivi in cui non conta farsi capire ma parlare per non far parlare gli altri. In cui spararle a vanvera come al Bar dello Sport. Una frittura mista di cattiva lingua e di educazione altrettanto. Figurarsi che l’altra sera un onorevole ha detto “importantemente”, sulla linea del “laqualunquemente” di Antonio Albanese detto Cetto. Non ne parliamo neanche del soggetto, predicato verbale e complemento oggetto, i grandi “Chi l’ha visto?” della lingua italiana. Non si dice più “io ho mangiato l’anguria”, troppo gastronomico. Ma suoni gutturali e sibili biascicati per dire, mo’, una bella fetta, rossa rossa, era quello che ci voleva: che per chi si è messo all’ascolto solo ora poteva essere una bistecca o una torta ai frutti di bosco. Forse il soggetto è un pregiudizio borghese o nuoce gravemente alla salute. Come un altro vecchio arnese in via di estinzione: il congiuntivo.

 MASSACRO DELLA LINGUA Sull’italiano che diventa sempre più itagliano è uscito un libro dal titolo “La situazione è grammatica” e direbbe già tutto. E sarebbe inutile, ma non lo è, ricordare che “Ho visto Giuseppe mangiare” è leggermente diverso da “Ho visto mangiare Giuseppe”. Che scrivere “La macelleria resta aperta la domenica solo per i polli” non è il miglior invito per i clienti. Che “Qui chiavi in 5 minuti” è una assicurazione troppo ottimistica. Che “Sposato con due figli” è tendenzialmente incestuoso. E che bisognerebbe capire in che parrocchia siamo capitati se leggiamo un avviso come questo: “Venerdì riunione del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio”. Così come bisognerebbe predisporre le buste giuste se in un’altra parrocchia leggiamo: “Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare”. E bisognerebbe stabilire chi dovrebbe farsi controllare se su un giornale (ebbene sì) leggiamo: “Con la sua pistola uccisero un giovane, poi lo strangolarono perché la rivoleva”.

 Il fatto è che, imparato alle scuole medie, l’italiano si disimpara alle superiori. E non ne parliamo all’università, dove ogni facoltà dovrebbe conservarlo fra le sue materie visto chi e come ci arriva. Ma proporlo sarebbe come mettere un panno rosso davanti al toro. Così alla domanda se abbiamo fame, rispondiamo “assolutamente”, senza far capire se siamo pieni come otri o se ci mangeremmo anche un comodino. Ed è più facile scoprire Tsipras in intimità con la Merkel che ricordare qual è il plurale di girocollo o di pescespada. E dato che ci stiamo indignando per l’ignoranza altrui, se il passato remoto di crescere non è “io crecqui”, qual è? E se l’altrettanto passato remoto di cuocere non è “io cucinai”, qual è? E speriamo che qual è resti qual è, essendo arduo spacciare per refuso un qual’è.

 GRANDE TALK SHOW Se agitiamo il tutto prima dell’uso, sforniamo frasi come ponti penzolanti nel vuoto, concetti che si sa da dove partono ma non dove arrivano, opinioni fra il non senso e il senza senso, affermazioni da nebbia in Val Padana. Il cui risultato è una Babele come la confusione di lingue che perse l’umanità. Abbiamo appunto la materia prima essenziale per un Paese che non sia un Paese ma un talk show. Uno di quei programmi funebri non solo per l’italiano. Dai quali vorremmo capire di più riuscendo sempre a capire di meno. Dimenticando che, se sono “talk” (discussione), sono anche “show” (spettacolo). E cioè che la televisione o è spettacolo o non è. Divertiteli da morire, sentenziarono i padri fondatori. Aggiungendo che il buon Dio ama chi rallegra il prossimo, magari scambiandolo per la Rai o per Mediaset.

 Il fatto è che la televisione parla per immagini. E allora non conta solo ciò che dici e come lo dici (male, stando alla malattia terminale dell’italiano). Ma conta vedere se chi lo dice pesa 70 chili o 120, se ha la faccia da cipresso come Fassino o da clown come Calderoni, se si fa togliere la parola o se la tiene stretta come un biglietto vincente del Superenalotto. Nixon perse la battaglia elettorale contro Kennedy perché in tv sudava di più. L’asciugacapelli conta più del neurone.

 Figuriamoci l’italiano in questa commedia dell’arte in cui una battuta da applauso vale più di un pensiero tondo. Con maschere fisse di una compagnia di giro che passa da un canale all’altro diffamando continuamente Dante. E con gli spettatori che fanno il tifo per chi gli somiglia di più. Si parla soprattutto di politica e di economia, ed è vero che sono complicate. Ma aggiungici un italiano da codice penale e piroette da cinepanettone. Così la gente si limita a fare il tifo e poi non va a votare. Così il Paese si astiene non solo dalle urne ma dai margini di miglioramento a cominciare da come parla. Il cerchio è chiuso, fine della trasmissione.