Ma neanche la Germania è tutta alla tedesca

Venerdì 17 luglio 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

La verità è che l’Europa non scalda più i nostri cuori. Ci dà sempre un brivido passare da un aeroporto all’altro senza passaporto come un unico popolo. Ma ora l’Unione sembra più disoccupazione e recessione che il sogno di quando eravamo ragazzi. Crescono ovunque i partiti che ne vogliono uscire. E sale il rancore dei mediterranei contro i nordici, come in quelle coppie che non si sa cosa tiene ancòra insieme. Ci chiediamo cosa mai può averci portato a questo punto. Accusando soprattutto la Germania di arroganza e strapotere. Viviamo la fine dell’innocenza.

  Su queste pagine sono stati nei giorni scorsi ricordati (Tonio Tondo) i meriti della Germania risorta dalle macerie fino alla ricchezza attuale. Arrivando al punto da dover restare ammirati di fronte a ciò che vorremmo solo detestare. Ma non è corretto definirla agghiacciante Quarto Reich (solo 70 anni dopo l’Olocausto) per cercare di capire perché anche chi vorrebbe somigliarle teme che non cambierà mai. Dalla follia di due guerre mondiali fino alla rinnovata rincorsa al predominio in Europa con altri mezzi. Abbiamo davvero un vicino simile con cui convivere?

 Certo è difficile spiegare ai contribuenti di Amburgo perché i greci non debbano pagare le tasse che essi pagano fino all’ultimo euro. Anzi i greci non le pagherebbero nonostante i soldi loro prestati dagli stessi contribuenti di Amburgo. Non si può gozzovigliare con i sacrifici altrui. Ma forse si banalizzerebbe meno se si ricordasse che se c’è un Paese che si è più avvantaggiato con l’euro, questo è proprio la Germania dei contribuenti di Amburgo. Entrata in Europa come condizione per una riunificazione che rischiava di ridestare antichi fantasmi e antiche paure. E beneficiata dall’Europa quando era alle pezze non meno dei Paesi che ora colpevolizza.

 Non per rivangare, ma per onore alla storia. Solo quattro anni dopo l’euro, la Germania non era più la malata d’Europa che era fino ad allora stata. Accidenti che regalo. Una rincorsa fino all’attuale Germania, diventata anche sforando fino al 3,9 per cento quel parametro del 3 per cento di deficit massimo sulla ricchezza annua prodotta col quale ora si terrorizzano tutti i Paesi cattivi. La violazione le fu condonata per tre anni consecutivi (così come alla Francia) a causa di un tasso di disoccupazione dell’11,7 per cento (oggi i Paesi cattivi lo hanno più alto ma non gli viene condonato neanche un gelatino in più).

 Dopo di che il mercato aperto assicurato dall’euro ha consentito alla Germania di dilagare con le sue merci negli altri Paesi europei come primo esportatore continentale. Germania presunta tedesca rispettosa delle regole che ci ha preso la mano continuando a violare un’altra regola fondamentale dell’Unione: non puoi avere un surplus eccessivo altrimenti ti arricchisci indebitamente a danno degli altri. Se vendi, devi anche consumare. Altrimenti si fa una guerra commerciale che non c’entra nulla né con la solidarietà europea né con l’obiettivo di economie non troppo diverse.

 Invece da anni questo surplus è oltre il consentito. A danno dei Paesi che alla Germania non riescono a vendere tanto quanto (o quasi) da lei comprano. Paesi che, guarda guarda, sono soprattutto i mediterranei altrimenti detti cattivi. Il cui debito si accresce anche per questo. Venendone bacchettati dallo stesso colpevole che li colpevolizza. Anche gli Stati Uniti chiedono alla Merkel di non fare troppo la Merkel, perché l’Europa e non solo si dovrebbe reggere sull’equilibrio. Al fondo delle guerre (non soltanto commerciali) ci sono sempre squilibri del mondo.

 Ma c’è di più. I Paese diventati cattivi anche per lo sgarro della Germania, dalla Germania medesima vengono costretti a politiche di austerità (leggasi tagli) che li fanno stare peggio per poter stare meglio. Facendo finta di non sapere che austerità non fa rima con sviluppo. E che in economia non esiste il pareggio di bilancio come dogma. Anzi in momenti di depressione una spesa pubblica è una terapia più efficace di un taglio. Dicono niente Roosevelt e la crisi del 1929? Ma l’Europa a trazione tedesca non ha mai indicato ai cattivi (cattivi anche per colpa sua) un programma di investimenti produttivi invece di tagli. Investimenti produttivi, ovvio, una strada non una pensione regalata.

 Questo non vuol dire che si debba vivere al di sopra dei propri mezzi, spendere ciò che non si ha tanto poi paga Pantalone. Credito e debito si basano sulla fiducia non sugli imbroglioni. Ma è vero anche che la virtuosità della Germania non regge a tutte le prove bucato. E il contribuente di Amburgo non deve luteranamente ritenere che questi evasori fiscali e peccatori cattolici vadano tutti mandati all’inferno. Altrimenti in Europa avremmo abbattuto le frontiere ma alzato barricate. Col ritorno al passaporto in un continente, come si sa, di nuovo percorso da venti sinistri.