Noi all’estero turisti polli

Sabato 25 luglio 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

E meno male che Machiavelli è roba nostra. Trasformare una difficoltà in opportunità: questo diceva il segretario fiorentino che il mondo ci invidia. Cosa voleva dire? Che se qualcosa non funziona, non è detto che sia solo una disgrazia. Il fatto è che la lezione è più seguita dagli altri che da noi. Visto che è stagione, esempio il turismo. Se andate a Stoccolma per una vacanza al fresco, non ci andate perché fa più caldo che qui: al massimo vi beccate una infame di secchiata di pioggia. Comunque il primo posto in cui vi porteranno è il mitico Museo Vasa: tanto più mitico quanto più i dépliant lo spacciano come l’ottava meraviglia del creato.

 IL BIDONE DI STOCCOLMA Vi è conservato, vi spiegano, l’unico vascello al mondo che dal 17mo secolo è arrivato fino a noi. Noi che abbiamo i Bronzi di Riace fichissimi e in salute dopo duemila anni di mare, figuriamoci. Comunque il suddetto vascello si è conservato quasi come allora, e vada. Ma da essere un tesoro artistico straordinario, e uno dei ritrovamenti storici più memorabili della Terra, ce ne corre: altrimenti la Pietà di Michelangelo è una statuetta da presepe.   

 Ma del vascello bisogna conoscere la storia. Correva il 10 agosto del 1628 quando una flotta di navi da guerra salpò trionfalmente dal porto di Stoccolma. In testa, manco a dirlo, il maestoso Vasa, gloria delle glorie, appena varato in onore delle dinastia regnante. Salve dai cannoni che sporgevano da portelli aperti su entrambe le murate. E vascello che si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, quando si alzò una folata di vento. Magari a modo suo gli voleva anche fare festa. Ma bastò perché il vascellone ondeggiasse, riuscendo più o meno a rimettersi dallo spavento. Ma un’altra folata fu invece, e inaspettatamente, il colpo di grazia: piegato secco su uno dei fianchi mentre tutti gli altri filavano come se nulla fosse.

 Un pre-Titanic. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni rimasti aperti per consentire di sparare di gioia. Pochi minuti e il Vasa gloria delle glorie imbarcò tanto di quell’acqua da colare a picco ancòra sotto riva. Disgrazia volle che si portasse con sé tutti i 150 a bordo, di sicuro più del consentito perché molti vi vollero salire per fare la figura loro. E’ stato recuperato appunto 333 anni dopo, chissà se ancòra rosso di vergogna.

 A cominciare da re Gustav Adolf II (si chiamano tutti così), colui che volle un numero di cannoni il cui peso lo scafo non poteva reggere. Poi vi piazzarono un ponte spropositato più in onore della gloria delle glorie che dell’arte navale. Per assicurare la stabilità vi piazzarono 120 tonnellate di pietre come zavorra sul fondo, unico esempio conosciuto di pietre da galleggio. Così il baricentro era troppo alto e il Vasa sformato come un cristiano con la testa troppo grossa. Bastò un sospiro per portarselo giù in una Paperissima anzitempo.

 Avrebbero dovuto lasciarlo indegnamente lì e farne sparire ogni traccia. Invece non solo ne hanno fatto il museo che ne hanno fatto, ma vi accorrono milioni di visitatori. Incantati invece che indignati dal più comico fiasco della marineria universale. Che loro spacciano come un prodigio invece che come una Schettinata scandinava.

 IL BIS DI BARCELLONA Quando si dice Machiavelli. Ma della Sagrada Familia di Barcellona, ne vogliamo parlare? La grande basilica è stata visitata più quando era in costruzione che adesso. Più quando bisognava aggirarsi fra sacchi di cemento e cumuli di mattoni che ora fra zaffate di incenso e Pater-Ave-Gloria. Sembrava che partecipare al parto collettivo conquistasse più indulgenze che a Lourdes. Tanto che la vita fetale del tempio è stata divisa in Infanzia, Adolescenza, Gioventù e Maturità. Con turisti che in massa contribuivano all’allungarsi della proficua gravidanza. In onore, si diceva, del genio del suo costruttore Gaudì, il quale però ha lasciato questa terra nel 1926, consentendo gli altri di vivere di rendita sull’Incompiuta manco fosse una qualsiasi opera pubblica italiana.

 Che il turismo sia diventato l’affare del 21mo secolo, lo sappiamo. Che chiunque abbia una fetta di sabbia la spacci per l’ultimo paradiso, lo sappiamo anche. Poi noi abbiamo nella basilica di san Nicola a Bari la cosiddetta colonna delle zitelle, chi vi gira attorno troverà marito (figuriamoci). Ma l’hanno bloccata con una grata per evitarlo. E, chissà, per non dare disturbo a san Nicola, il quale invece con le ragazze da matrimonio ha tanta confidenza che figurati se sta pensare a una colonna. Anche per questo il Belpaese è crollato nella classifica del gradimento turistico. Per uso sbagliato di colonne. Per risalire basterebbe un tour fra le sue opere incompiute, altro che Sagrada Familia con quel po’ po’ di ponti lasciati a metà e ospedali senza letti. Ma non riusciamo a dare del nostro meglio neanche sfruttando il nostro peggio.