La siesta farà l’ unità d’ Italia

Sabato 1 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Corsi e ricorsi storici. Quando le pizzerie cominciarono a diffondersi al Nord, dissero scandalizzati: si sta meridionalizzando l’Italia. Troppo terrone la mozzarella e la pummarola per non inquinare la loro polenta. Non si sa cosa abbiano detto quando la pizza è diventata l’alimento più diffuso al mondo. Si saranno fatti flebo di gorgonzola per proteggere la razza. E Bossi sarà andato in ginocchio a Ponte di Legno a invocare la benedizione purificatrice del suo dio leghista. Ora la storia (appunto) rischia di ripetersi con la siesta o controra. Cioè quel tempo sospeso del Sud soprattutto d’estate che finora ha fatto da confine invalicabile fra i due mondi: esserne contagiato sarebbe stato per il Nord peggio di una epidemia di Ebola.

 ONDATA DI CALDO Eppure nessun untore è andato a diffondere il virus. Ha fatto tutto per conto suo il Comune di Genova, su suggerimento del Centro regionale ligure per le ondate di calore (ci fosse stato al Sud un organismo siffatto, avrebbero sùbito gridato allo spreco dei soliti meridionali). L’idea è il blocco obbligatorio dalle 12 alle 17 per negozianti e uffici pubblici. Per evitare una Waterloo di collassi, cui i visi pallidi polentoni sono più soggetti dei terroni. Perché la vera unità d’Italia che non ha fatto Garibaldi la sta facendo il termometro. Ormai i bollettini meteo non parlano più di nebbia in Val Padana e di forte vento a Vallata. Parlano di Caronte che investe la penisola tutta, di Anticiclone delle Azzorre che si è piazzato sopra di noi e non si muove foglia.

 Cosa sia la siesta, lo ricordiamo noi ragazzini che fummo quando dopo pranzo e in piena canicola volevamo andare in strada o nel cortile a giocare. E non perché c’erano regolamenti che lo proibissero come ora che siamo diventati vulnerabili anche al canto delle cicale e tutti reduci da sedute di analisi. Ma perché la parola d’ordine era chiudere le imposte, suonare il silenzio, stenderci a letto e attendere sedati il primo calare dell’afa. Non una mosca doveva volare, anche se spesso c’era il solito rompiballe di moscone a violare il coprifuoco. Anche le lucertole rimanevano attonite nella campagna.

 La siesta era (e in parte è) come il messicano accucciato sotto il sombrero, il filosofo greco che conciona sotto un ulivo, il marinaio norvegese sorvolato dai gabbiani. Era scritta nei cromosomi. E si chiamava controra proprio perché segnava il passaggio, il culmine della parabola del giorno. Passaggio biblico come una traversata del deserto: dalle ore del caldo a quelle del primo armistizio col sole. Il tempo della digestione e dell’incantesimo del mondo come nel soffio del creato dal quale tutti nascemmo. La Grande Pausa. Un tempo immobile in cui anche la circolazione sanguigna scendeva a livelli di letargo. E durante il quale il collettivo rintanamento dall’arsura svuotava strade, giardini, bar, balconi fino ai primi risvegli dell’orzata fresca o della granita di limone.

 ADDIO PREGIUDIZI Secondo un terrone doc come Marcello Veneziani, che l’ha nobilitata come nessun altro, la siesta è l’estrema difesa dalla globalizzazione che marcia veloce sulle ali della tecnica e dell’economia. E’ il trionfo dell’andamento lento, lo splendore del Sud e anche il suo vizio peggiore. Perciò è un sacrilegio che possa attecchire in latitudini in cui i negozi chiudono quando quaggiù riaprono. Una violazione non solo del Rubicone ma dell’anima dei luoghi.

 Questo potrebbe combinare il caldo estremo anche al Nord nell’era in cui non c’è più religione nemmeno atmosferica. E sono a metà teneri a metà penosi i giornali di lassù con i loro apocalittici consigli contro un termometro che da noi abbiamo esorcizzato non solo con la siesta. Gli Zombie liquefatti nelle vie di Milano sotto i soffioni boraciferi dell’umidità ormai corrono a consumare energia elettrica più per i condizionatori che per produrre, essi che hanno sempre vantato quel maggiore consumo come segno della maggiore voglia di lavorare. E gli dicono di non fare sforzi fisici pena bombola di ossigeno manco fossero mediterranei qualsiasi. Magari diventano verdi come cicorie a furia di mangiare verdure da sopravvivenza estiva quando potrebbero farsi spiegare cos’è un’anguria. E se calcolassero pause ogni 45 minuti di ufficio come gli esperti suggeriscono, altro che tempo della siesta sommerebbero e senza neanche il sottile piacere dell’assopimento e della rinascita. Né la promessa di un mare a portata di mano.

 Se non tutto il caldo viene per nuocere, chissà che non faccia solo male questo caldo già battezzato come il peggiore nella storia dell’umanità senza che nessuno lo abbia potuto calcolare. E chissà che non sia la siesta sudista da esportazione a disintegrare i pregiudizi sul Sud. Il caldo ci cambia. Cambia anche il tanto virtuoso nordico signor Brambilla che non fa niente e suda pure, una sconcezza.