Foto di città al grande caldo

Sabato 8 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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La più bella circola su Internet a nome di nostro Signore. Il caldo non va bene, il freddo non ne parliamo, il vento ci fa venire la cervicale, la pioggia ci infradicia le ossa: sai che ti dico, fatevelo voi il mondo la prossima volta. Naturalmente circola in questi giorni in cui, più che in città, ci sembra di stare in forni a microonde. Abbiamo fatto tanto gli spiritosi sull’amico maestrale del colonnello Laricchia, che ora ci tocca dichiararci pentiti. C’è una petizione con un milione di firme a lui rivolta, roba da far morire di invidia Pannella. Colonnello, ovunque lei sia, dal quadrante occidentale o dal quadrante orientale, passando per la Porta di Carcassone o da dove vuole lei, dica una parola buona alle isobare, ce lo faccia arrivare questo amico maestrale, ci faccia andare col maglioncino al seguito, ci dia aria frizzante al mattino, ci ridoni temperature a due cifre e non più tre. E che siano una ventina di giornate fotocopia, magari anche un po’ di Giovepluvio. Al limite una nuvoletta alla Fantozzi.

 LAGGIU’ I CAMMELLI Non parla che di caldo, in questi giorni, un popolo uso a parlare di cibo, dei figli, di tasse. Dopo Flegetonte e Caronte (ma chi caspita li mette questi nomi?) è in arrivo Acheronte, con le solite temperature anomale, le punte sopra la media stagionale, i picchi di calore, non uscire nelle ore più calde della giornata, coprirsi la capa, bere molto, molta verdura e molta frutta non i maccheroni al forno con la besciamella, le polpettine, la mozzarella che vi portate alla spiaggia. Caldo africano, caldo equatoriale, ecco il Sahara, una cappa di afa, l’estate più calda del secolo. Una litania. E lo stremato che dice: alle 10 c’erano 30 gradi, alle 11 erano 35, alle 12 sono 40, se i miei calcoli sono giusti alle 13 morirò cremato.

 Le vediamo le città in questi giorni. Una nuvola di vapore, movimenti al ralenti, sembrano quei deserti con l’effetto Morgana e il miraggio di chiare fresche e dolci acque manco fossero i giardini orientali dell’Alhambra di Maometto III a Granada o quelli dell’emirato di Bari con i ruscelletti e i canaletti. In lontananza paion comparire beduini sul cammello e kafkani sotto mucchietti di palme ma è tutta un’illusione di gente uscita di testa. E neanche lo za-za delle cicale sembra più quello di una volta, non ce la fanno più neanche loro e la sera non vedono l’ora che attacchino i grilli i quali se la prendono comoda perché neanche le notti sono più quelle di una volta e non se ne può più. E non scende più lontana la notte sul latrato dei cani perché anche i cani sono acquattati all’aria condizionata.

 Immobili, spettrali, disabitate sono queste città avvampate di arsura con sparuti liquefatti kamikaze vaganti. Nulla si muove nell’aria che manca. Perché ha ragione lo scrittore paisà italo-americano Don De Lillo: calore, ecco cosa sono le città. Si scende dal treno, si scende dal bus che sbuffa calore e tutto fa calore, la gente, il traffico. Il calore dei palazzi in cemento. Il calore dai marciapiedi. Il calore dal cielo inquinato. Neanche i lungomari sono più lungomari, sono campi profughi per milioni di sfollati da case infestate di muffe acquitrinose e di piantagioni spontanee tropicali e decine di piccole iguane. Cucinano sul posto con fornelli da campeggio quando non ci pensano le fornacelle abusive che più sono combattute dai vigili urbani più si moltiplicano.

 FURIA IMPLACABILE Spuntano nei parchi e nei giardini posteggiatori abusivi che al primo buio segnalano la panchina libera non arroventata in cambio di un caffè a piacere (ma non troppo). Si sente russare sui balconi. I piedi penzolano dai letti nella migliore stagione del secolo per le zanzare vampire. Il braccio penzola del finestrino dell’auto dal microclima di un altoforno dell’Ilva. Un urlo riecheggia dall’altra stanza: non riesco a vestirmi, i vestiti si attaccano alla pelle al primo contatto. Su Internet segnalano gente che sta 45 minuti a scegliere una mozzarella per non lasciare il posto al banco frigo. Se non si scartano in fretta, i ghiaccioli si sciolgono e si riesce a mangiare solo lo stecchetto di legno. E c’è chi (ma sembra una sbiellata di troppo) assicura che se non gli si dà da mangiare cubetti di ghiaccio, le galline depongono uova sode. La mattina sudi, il pomeriggio sudi, la sera sudi, la notte sudi. Nulla si muove, nulla si ode, un mondo pietrificato come Pompei, fanno fatica anche le palpebre. Il Grande Letargo. Solo le spiagge sono piene perché più potette il caldo che la crisi.

 Aveva ragione il grande poeta Ungaretti nella sua maledizione: l’estate è furia che si ostina, acceca implacabile. L’estate è il mito di tutti, ma qui non c’è più religione neanche meteorologica. Finché non scende il triste inverno e non se ne può più, madò, non vedo l’ora che arrivi l’estate. Se siete sopravvissuti a questa.

 

     

La più bella circola su Internet a nome di nostro Signore. Il caldo non va bene, il freddo non ne parliamo, il vento ci fa venire la cervicale, la pioggia ci infradicia le ossa: sai che ti dico, fatevelo voi il mondo la prossima volta. Naturalmente circola in questi giorni in cui, più che in città, ci sembra di stare in forni a microonde. Abbiamo fatto tanto gli spiritosi sull’amico maestrale del colonnello Laricchia, che ora ci tocca dichiararci pentiti. C’è una petizione con un milione di firme a lui rivolta, roba da far morire di invidia Pannella. Colonnello, ovunque lei sia, dal quadrante occidentale o dal quadrante orientale, passando per la Porta di Carcassone o da dove vuole lei, dica una parola buona alle isobare, ce lo faccia arrivare questo amico maestrale, ci faccia andare col maglioncino al seguito, ci dia aria frizzante al mattino, ci ridoni temperature a due cifre e non più tre. E che siano una ventina di giornate fotocopia, magari anche un po’ di Giovepluvio. Al limite una nuvoletta alla Fantozzi.

 LAGGIU’ I CAMMELLI Non parla che di caldo, in questi giorni, un popolo uso a parlare di cibo, dei figli, di tasse. Dopo Flegetonte e Caronte (ma chi caspita li mette questi nomi?) è in arrivo Acheronte, con le solite temperature anomale, le punte sopra la media stagionale, i picchi di calore, non uscire nelle ore più calde della giornata, coprirsi la capa, bere molto, molta verdura e molta frutta non i maccheroni al forno con la besciamella, le polpettine, la mozzarella che vi portate alla spiaggia. Caldo africano, caldo equatoriale, ecco il Sahara, una cappa di afa, l’estate più calda del secolo. Una litania. E lo stremato che dice: alle 10 c’erano 30 gradi, alle 11 erano 35, alle 12 sono 40, se i miei calcoli sono giusti alle 13 morirò cremato.

 Le vediamo le città in questi giorni. Una nuvola di vapore, movimenti al ralenti, sembrano quei deserti con l’effetto Morgana e il miraggio di chiare fresche e dolci acque manco fossero i giardini orientali dell’Alhambra di Maometto III a Granada o quelli dell’emirato di Bari con i ruscelletti e i canaletti. In lontananza paion comparire beduini sul cammello e kafkani sotto mucchietti di palme ma è tutta un’illusione di gente uscita di testa. E neanche lo za-za delle cicale sembra più quello di una volta, non ce la fanno più neanche loro e la sera non vedono l’ora che attacchino i grilli i quali se la prendono comoda perché neanche le notti sono più quelle di una volta e non se ne può più. E non scende più lontana la notte sul latrato dei cani perché anche i cani sono acquattati all’aria condizionata.

 Immobili, spettrali, disabitate sono queste città avvampate di arsura con sparuti liquefatti kamikaze vaganti. Nulla si muove nell’aria che manca. Perché ha ragione lo scrittore paisà italo-americano Don De Lillo: calore, ecco cosa sono le città. Si scende dal treno, si scende dal bus che sbuffa calore e tutto fa calore, la gente, il traffico. Il calore dei palazzi in cemento. Il calore dai marciapiedi. Il calore dal cielo inquinato. Neanche i lungomari sono più lungomari, sono campi profughi per milioni di sfollati da case infestate di muffe acquitrinose e di piantagioni spontanee tropicali e decine di piccole iguane. Cucinano sul posto con fornelli da campeggio quando non ci pensano le fornacelle abusive che più sono combattute dai vigili urbani più si moltiplicano.

 FURIA IMPLACABILE Spuntano nei parchi e nei giardini posteggiatori abusivi che al primo buio segnalano la panchina libera non arroventata in cambio di un caffè a piacere (ma non troppo). Si sente russare sui balconi. I piedi penzolano dai letti nella migliore stagione del secolo per le zanzare vampire. Il braccio penzola del finestrino dell’auto dal microclima di un altoforno dell’Ilva. Un urlo riecheggia dall’altra stanza: non riesco a vestirmi, i vestiti si attaccano alla pelle al primo contatto. Su Internet segnalano gente che sta 45 minuti a scegliere una mozzarella per non lasciare il posto al banco frigo. Se non si scartano in fretta, i ghiaccioli si sciolgono e si riesce a mangiare solo lo stecchetto di legno. E c’è chi (ma sembra una sbiellata di troppo) assicura che se non gli si dà da mangiare cubetti di ghiaccio, le galline depongono uova sode. La mattina sudi, il pomeriggio sudi, la sera sudi, la notte sudi. Nulla si muove, nulla si ode, un mondo pietrificato come Pompei, fanno fatica anche le palpebre. Il Grande Letargo. Solo le spiagge sono piene perché più potette il caldo che la crisi.

 Aveva ragione il grande poeta Ungaretti nella sua maledizione: l’estate è furia che si ostina, acceca implacabile. L’estate è il mito di tutti, ma qui non c’è più religione neanche meteorologica. Finché non scende il triste inverno e non se ne può più, madò, non vedo l’ora che arrivi l’estate. Se siete sopravvissuti a questa.