Ma c’è un peggio Sud colpa solo del Sud

Venerdì 21 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ma il Sud, quattro cose se le deve dire in attesa del grande piano riparatorio di Renzi. Esempio, il turismo: un boom quest’anno, soprattutto al Sud. E soprattutto in Puglia. In testa come sempre il Gargano. Ma con le luci della ribalta ancòra una volta sul Salento e su Gallipoli, la sua città bella. Diventati qualcosa che conta molto nel turismo basato anche sull’immagine: diventati un mito. Costruito col cinema oltre che su un proprio fascino spesso irripetibile. Costruito sugli echi della taranta. Costruito sul tam tam di personaggi che l’hanno scelto come loro buen retiro. Da ultimo costruito sulla sua improvvisa elezione a paradiso dello sballo, l’immane migrazione giovanile a caccia di perdimento. Col noto corredo di alcol, droga, notti folli. Ma anche spiagge spesso ridotte a campi profughi e ogni angolo a dormitorio.

 Vedremo cosa il Salento vorrà fare da grande. Se tentare di conquistare con un suo spirito del luogo, una sua visione della vita, una sua intelligenza, una sua cultura che durano nel tempo. Una sua diversità diffusa. O se diventare il divertimentificio d’Italia, come ha scelto di fare la Riviera romagnola a botte di discoteche: il Cocoricò di Riccione contro il Guendalina di Santa Cesarea. O come la spagnola Costa do Sol, rifugio di fine settimana per tutti gli ubriaconi del Nordeuropa. Con voci di allarme che già si alzano. Come il salentinissimo regista Edoardo Winspeare, il quale invita piuttosto a sballarsi di vino e pizzica in una terra i cui centri storici e la cui natura e la cui gente sono le vere anfetamine. O come il presidente regionale di Assoturismo, Rota, il quale si chiede se questo “tutti a Gallipoli” non sia una moda tanto effimera da allontanare la qualità che porta più futuro.

 Non è per guastare la festa. Ma il fatto è che Gallipoli e il Salento non hanno sofferto solo perché si sono visti catapultare addosso due milioni di persone (si spera tutte paganti). Ma ci hanno messo molto di proprio: a cominciare dalla sporcizia. Non dimentichiamo un paradosso della regione, percepita come diversamente Sud nel pregiudizio di un Sud visto solo come brutto e cattivo. Ma poi Puglia maglia nera in Italia per ecomafie ed ecoreati, come dire oltraggi al territorio: 80 chilometri di costa cancellati dal cemento.

 La conferma nei giorni scorsi dalla imbarazzata denuncia sulla “Gazzetta” di una turista di Reggio Emilia, tanto abbagliata di bellezza quanto sconcertata di abbandono. La calda pietra leccese del miracoloso barocco in un mare di spazzatura. E con la spazzatura, sia chiaro, non c’entrano niente né Renzi col suo promesso Masterplan né i razzisti che insultano come terroni i tifosi foggiani a Verona. Amici veronesi che una barese ha raccontato di aver portato per qualche giorno da sé e coi quali ha dovuto fare carte false per spiegare come mai Bari sia così sporca anch’essa. E imbrattata ovunque di scritte sui muri. Una mancanza di decoro che vede il sindaco impegnato in incursioni quotidiane di qua e di là. E in minacce di provvedimenti anche per il semidisastro dei bus. Quando magari la gente si aspetterebbe che facesse saltare qualche testa tanto ammanigliata coi partiti quanto inetta.

 Questo è il peggio Sud che fa male al meglio Sud. Il peggio Sud che costringe il meglio Sud a non farcela mai. E la sporcizia, poi, non è solo sporcizia. C’è sporcizia perché c’è chi sporca prima di chi non pulisce. E poi una città sporca fa paura oltre a non essere il miglior biglietto da visita per la Puglia oggetto del desiderio turistico italiano. Dà l’idea che nessuno faccia mai qualcosa. E che se nessuno fa mai qualcosa, può succedere qualsiasi cosa. Quindi non solo decenza, ma sensazione di insicurezza. E voglia di rintanarsi invece che mettersi in gioco. La sporcizia da sottosviluppo.

 E’ uno stato d’animo che si aggiunge allo scoramento di nascere nel posto sbagliato grazie a uno Stato che ha cancellato la parola Sud dal suo vocabolario. Non è piagnisteo, lo dicono tutte le cifre dello stesso Stato altrimenti Renzi non si scomodava. Ma per completare le quattro cose di fine estate che il Sud si deve dire, un cenno alla Basilicata. Il cui discusso sì alle estrazioni di petrolio è ancòra più discusso vedendo quanto poco sviluppo il petrolio ha portato. E non solo per l’attuale crollo del prezzo del greggio che sta riducendo a quattro soldi anche le già misere provvigioni pagate dalle compagnie all’area interessata. Ma per come queste provvigioni sono state usate.

 Esempio Viggiano, dove svetta la torretta con la fiamma nel cielo. Una St Moritz mediterranea: strade perfette, fiori ovunque, parcheggio multipiano, piscina olimpionica per poche migliaia di abitanti. Ma scelte più per vincere le prossime elezioni che per creare posti di lavoro del dopo-petrolio. Anche questo un peggio Sud. Quello che non dovrebbe aspettare solo Renzi per smettere di esserlo.

Ma il Sud, quattro cose se le deve dire in attesa del grande piano riparatorio di Renzi. Esempio, il turismo: un boom quest’anno, soprattutto al Sud. E soprattutto in Puglia. In testa come sempre il Gargano. Ma con le luci della ribalta ancòra una volta sul Salento e su Gallipoli, la sua città bella. Diventati qualcosa che conta molto nel turismo basato anche sull’immagine: diventati un mito. Costruito col cinema oltre che su un proprio fascino spesso irripetibile. Costruito sugli echi della taranta. Costruito sul tam tam di personaggi che l’hanno scelto come loro buen retiro. Da ultimo costruito sulla sua improvvisa elezione a paradiso dello sballo, l’immane migrazione giovanile a caccia di perdimento. Col noto corredo di alcol, droga, notti folli. Ma anche spiagge spesso ridotte a campi profughi e ogni angolo a dormitorio.

 Vedremo cosa il Salento vorrà fare da grande. Se tentare di conquistare con un suo spirito del luogo, una sua visione della vita, una sua intelligenza, una sua cultura che durano nel tempo. Una sua diversità diffusa. O se diventare il divertimentificio d’Italia, come ha scelto di fare la Riviera romagnola a botte di discoteche: il Cocoricò di Riccione contro il Guendalina di Santa Cesarea. O come la spagnola Costa do Sol, rifugio di fine settimana per tutti gli ubriaconi del Nordeuropa. Con voci di allarme che già si alzano. Come il salentinissimo regista Edoardo Winspeare, il quale invita piuttosto a sballarsi di vino e pizzica in una terra i cui centri storici e la cui natura e la cui gente sono le vere anfetamine. O come il presidente regionale di Assoturismo, Rota, il quale si chiede se questo “tutti a Gallipoli” non sia una moda tanto effimera da allontanare la qualità che porta più futuro.

 Non è per guastare la festa. Ma il fatto è che Gallipoli e il Salento non hanno sofferto solo perché si sono visti catapultare addosso due milioni di persone (si spera tutte paganti). Ma ci hanno messo molto di proprio: a cominciare dalla sporcizia. Non dimentichiamo un paradosso della regione, percepita come diversamente Sud nel pregiudizio di un Sud visto solo come brutto e cattivo. Ma poi Puglia maglia nera in Italia per ecomafie ed ecoreati, come dire oltraggi al territorio: 80 chilometri di costa cancellati dal cemento.

 La conferma nei giorni scorsi dalla imbarazzata denuncia sulla “Gazzetta” di una turista di Reggio Emilia, tanto abbagliata di bellezza quanto sconcertata di abbandono. La calda pietra leccese del miracoloso barocco in un mare di spazzatura. E con la spazzatura, sia chiaro, non c’entrano niente né Renzi col suo promesso Masterplan né i razzisti che insultano come terroni i tifosi foggiani a Verona. Amici veronesi che una barese ha raccontato di aver portato per qualche giorno da sé e coi quali ha dovuto fare carte false per spiegare come mai Bari sia così sporca anch’essa. E imbrattata ovunque di scritte sui muri. Una mancanza di decoro che vede il sindaco impegnato in incursioni quotidiane di qua e di là. E in minacce di provvedimenti anche per il semidisastro dei bus. Quando magari la gente si aspetterebbe che facesse saltare qualche testa tanto ammanigliata coi partiti quanto inetta.

 Questo è il peggio Sud che fa male al meglio Sud. Il peggio Sud che costringe il meglio Sud a non farcela mai. E la sporcizia, poi, non è solo sporcizia. C’è sporcizia perché c’è chi sporca prima di chi non pulisce. E poi una città sporca fa paura oltre a non essere il miglior biglietto da visita per la Puglia oggetto del desiderio turistico italiano. Dà l’idea che nessuno faccia mai qualcosa. E che se nessuno fa mai qualcosa, può succedere qualsiasi cosa. Quindi non solo decenza, ma sensazione di insicurezza. E voglia di rintanarsi invece che mettersi in gioco. La sporcizia da sottosviluppo.

 E’ uno stato d’animo che si aggiunge allo scoramento di nascere nel posto sbagliato grazie a uno Stato che ha cancellato la parola Sud dal suo vocabolario. Non è piagnisteo, lo dicono tutte le cifre dello stesso Stato altrimenti Renzi non si scomodava. Ma per completare le quattro cose di fine estate che il Sud si deve dire, un cenno alla Basilicata. Il cui discusso sì alle estrazioni di petrolio è ancòra più discusso vedendo quanto poco sviluppo il petrolio ha portato. E non solo per l’attuale crollo del prezzo del greggio che sta riducendo a quattro soldi anche le già misere provvigioni pagate dalle compagnie all’area interessata. Ma per come queste provvigioni sono state usate.

 Esempio Viggiano, dove svetta la torretta con la fiamma nel cielo. Una St Moritz mediterranea: strade perfette, fiori ovunque, parcheggio multipiano, piscina olimpionica per poche migliaia di abitanti. Ma scelte più per vincere le prossime elezioni che per creare posti di lavoro del dopo-petrolio. Anche questo un peggio Sud. Quello che non dovrebbe aspettare solo Renzi per smettere di esserlo.

Ma il Sud, quattro cose se le deve dire in attesa del grande piano riparatorio di Renzi. Esempio, il turismo: un boom quest’anno, soprattutto al Sud. E soprattutto in Puglia. In testa come sempre il Gargano. Ma con le luci della ribalta ancòra una volta sul Salento e su Gallipoli, la sua città bella. Diventati qualcosa che conta molto nel turismo basato anche sull’immagine: diventati un mito. Costruito col cinema oltre che su un proprio fascino spesso irripetibile. Costruito sugli echi della taranta. Costruito sul tam tam di personaggi che l’hanno scelto come loro buen retiro. Da ultimo costruito sulla sua improvvisa elezione a paradiso dello sballo, l’immane migrazione giovanile a caccia di perdimento. Col noto corredo di alcol, droga, notti folli. Ma anche spiagge spesso ridotte a campi profughi e ogni angolo a dormitorio.

 Vedremo cosa il Salento vorrà fare da grande. Se tentare di conquistare con un suo spirito del luogo, una sua visione della vita, una sua intelligenza, una sua cultura che durano nel tempo. Una sua diversità diffusa. O se diventare il divertimentificio d’Italia, come ha scelto di fare la Riviera romagnola a botte di discoteche: il Cocoricò di Riccione contro il Guendalina di Santa Cesarea. O come la spagnola Costa do Sol, rifugio di fine settimana per tutti gli ubriaconi del Nordeuropa. Con voci di allarme che già si alzano. Come il salentinissimo regista Edoardo Winspeare, il quale invita piuttosto a sballarsi di vino e pizzica in una terra i cui centri storici e la cui natura e la cui gente sono le vere anfetamine. O come il presidente regionale di Assoturismo, Rota, il quale si chiede se questo “tutti a Gallipoli” non sia una moda tanto effimera da allontanare la qualità che porta più futuro.

 Non è per guastare la festa. Ma il fatto è che Gallipoli e il Salento non hanno sofferto solo perché si sono visti catapultare addosso due milioni di persone (si spera tutte paganti). Ma ci hanno messo molto di proprio: a cominciare dalla sporcizia. Non dimentichiamo un paradosso della regione, percepita come diversamente Sud nel pregiudizio di un Sud visto solo come brutto e cattivo. Ma poi Puglia maglia nera in Italia per ecomafie ed ecoreati, come dire oltraggi al territorio: 80 chilometri di costa cancellati dal cemento.

 La conferma nei giorni scorsi dalla imbarazzata denuncia sulla “Gazzetta” di una turista di Reggio Emilia, tanto abbagliata di bellezza quanto sconcertata di abbandono. La calda pietra leccese del miracoloso barocco in un mare di spazzatura. E con la spazzatura, sia chiaro, non c’entrano niente né Renzi col suo promesso Masterplan né i razzisti che insultano come terroni i tifosi foggiani a Verona. Amici veronesi che una barese ha raccontato di aver portato per qualche giorno da sé e coi quali ha dovuto fare carte false per spiegare come mai Bari sia così sporca anch’essa. E imbrattata ovunque di scritte sui muri. Una mancanza di decoro che vede il sindaco impegnato in incursioni quotidiane di qua e di là. E in minacce di provvedimenti anche per il semidisastro dei bus. Quando magari la gente si aspetterebbe che facesse saltare qualche testa tanto ammanigliata coi partiti quanto inetta.

 Questo è il peggio Sud che fa male al meglio Sud. Il peggio Sud che costringe il meglio Sud a non farcela mai. E la sporcizia, poi, non è solo sporcizia. C’è sporcizia perché c’è chi sporca prima di chi non pulisce. E poi una città sporca fa paura oltre a non essere il miglior biglietto da visita per la Puglia oggetto del desiderio turistico italiano. Dà l’idea che nessuno faccia mai qualcosa. E che se nessuno fa mai qualcosa, può succedere qualsiasi cosa. Quindi non solo decenza, ma sensazione di insicurezza. E voglia di rintanarsi invece che mettersi in gioco. La sporcizia da sottosviluppo.

 E’ uno stato d’animo che si aggiunge allo scoramento di nascere nel posto sbagliato grazie a uno Stato che ha cancellato la parola Sud dal suo vocabolario. Non è piagnisteo, lo dicono tutte le cifre dello stesso Stato altrimenti Renzi non si scomodava. Ma per completare le quattro cose di fine estate che il Sud si deve dire, un cenno alla Basilicata. Il cui discusso sì alle estrazioni di petrolio è ancòra più discusso vedendo quanto poco sviluppo il petrolio ha portato. E non solo per l’attuale crollo del prezzo del greggio che sta riducendo a quattro soldi anche le già misere provvigioni pagate dalle compagnie all’area interessata. Ma per come queste provvigioni sono state usate.

 Esempio Viggiano, dove svetta la torretta con la fiamma nel cielo. Una St Moritz mediterranea: strade perfette, fiori ovunque, parcheggio multipiano, piscina olimpionica per poche migliaia di abitanti. Ma scelte più per vincere le prossime elezioni che per creare posti di lavoro del dopo-petrolio. Anche questo un peggio Sud. Quello che non dovrebbe aspettare solo Renzi per smettere di esserlo.

Ma il Sud, quattro cose se le deve dire in attesa del grande piano riparatorio di Renzi. Esempio, il turismo: un boom quest’anno, soprattutto al Sud. E soprattutto in Puglia. In testa come sempre il Gargano. Ma con le luci della ribalta ancòra una volta sul Salento e su Gallipoli, la sua città bella. Diventati qualcosa che conta molto nel turismo basato anche sull’immagine: diventati un mito. Costruito col cinema oltre che su un proprio fascino spesso irripetibile. Costruito sugli echi della taranta. Costruito sul tam tam di personaggi che l’hanno scelto come loro buen retiro. Da ultimo costruito sulla sua improvvisa elezione a paradiso dello sballo, l’immane migrazione giovanile a caccia di perdimento. Col noto corredo di alcol, droga, notti folli. Ma anche spiagge spesso ridotte a campi profughi e ogni angolo a dormitorio.

 Vedremo cosa il Salento vorrà fare da grande. Se tentare di conquistare con un suo spirito del luogo, una sua visione della vita, una sua intelligenza, una sua cultura che durano nel tempo. Una sua diversità diffusa. O se diventare il divertimentificio d’Italia, come ha scelto di fare la Riviera romagnola a botte di discoteche: il Cocoricò di Riccione contro il Guendalina di Santa Cesarea. O come la spagnola Costa do Sol, rifugio di fine settimana per tutti gli ubriaconi del Nordeuropa. Con voci di allarme che già si alzano. Come il salentinissimo regista Edoardo Winspeare, il quale invita piuttosto a sballarsi di vino e pizzica in una terra i cui centri storici e la cui natura e la cui gente sono le vere anfetamine. O come il presidente regionale di Assoturismo, Rota, il quale si chiede se questo “tutti a Gallipoli” non sia una moda tanto effimera da allontanare la qualità che porta più futuro.

 Non è per guastare la festa. Ma il fatto è che Gallipoli e il Salento non hanno sofferto solo perché si sono visti catapultare addosso due milioni di persone (si spera tutte paganti). Ma ci hanno messo molto di proprio: a cominciare dalla sporcizia. Non dimentichiamo un paradosso della regione, percepita come diversamente Sud nel pregiudizio di un Sud visto solo come brutto e cattivo. Ma poi Puglia maglia nera in Italia per ecomafie ed ecoreati, come dire oltraggi al territorio: 80 chilometri di costa cancellati dal cemento.

 La conferma nei giorni scorsi dalla imbarazzata denuncia sulla “Gazzetta” di una turista di Reggio Emilia, tanto abbagliata di bellezza quanto sconcertata di abbandono. La calda pietra leccese del miracoloso barocco in un mare di spazzatura. E con la spazzatura, sia chiaro, non c’entrano niente né Renzi col suo promesso Masterplan né i razzisti che insultano come terroni i tifosi foggiani a Verona. Amici veronesi che una barese ha raccontato di aver portato per qualche giorno da sé e coi quali ha dovuto fare carte false per spiegare come mai Bari sia così sporca anch’essa. E imbrattata ovunque di scritte sui muri. Una mancanza di decoro che vede il sindaco impegnato in incursioni quotidiane di qua e di là. E in minacce di provvedimenti anche per il semidisastro dei bus. Quando magari la gente si aspetterebbe che facesse saltare qualche testa tanto ammanigliata coi partiti quanto inetta.

 Questo è il peggio Sud che fa male al meglio Sud. Il peggio Sud che costringe il meglio Sud a non farcela mai. E la sporcizia, poi, non è solo sporcizia. C’è sporcizia perché c’è chi sporca prima di chi non pulisce. E poi una città sporca fa paura oltre a non essere il miglior biglietto da visita per la Puglia oggetto del desiderio turistico italiano. Dà l’idea che nessuno faccia mai qualcosa. E che se nessuno fa mai qualcosa, può succedere qualsiasi cosa. Quindi non solo decenza, ma sensazione di insicurezza. E voglia di rintanarsi invece che mettersi in gioco. La sporcizia da sottosviluppo.

 E’ uno stato d’animo che si aggiunge allo scoramento di nascere nel posto sbagliato grazie a uno Stato che ha cancellato la parola Sud dal suo vocabolario. Non è piagnisteo, lo dicono tutte le cifre dello stesso Stato altrimenti Renzi non si scomodava. Ma per completare le quattro cose di fine estate che il Sud si deve dire, un cenno alla Basilicata. Il cui discusso sì alle estrazioni di petrolio è ancòra più discusso vedendo quanto poco sviluppo il petrolio ha portato. E non solo per l’attuale crollo del prezzo del greggio che sta riducendo a quattro soldi anche le già misere provvigioni pagate dalle compagnie all’area interessata. Ma per come queste provvigioni sono state usate.

 Esempio Viggiano, dove svetta la torretta con la fiamma nel cielo. Una St Moritz mediterranea: strade perfette, fiori ovunque, parcheggio multipiano, piscina olimpionica per poche migliaia di abitanti. Ma scelte più per vincere le prossime elezioni che per creare posti di lavoro del dopo-petrolio. Anche questo un peggio Sud. Quello che non dovrebbe aspettare solo Renzi per smettere di esserlo.

Ma il Sud, quattro cose se le deve dire in attesa del grande piano riparatorio di Renzi. Esempio, il turismo: un boom quest’anno, soprattutto al Sud. E soprattutto in Puglia. In testa come sempre il Gargano. Ma con le luci della ribalta ancòra una volta sul Salento e su Gallipoli, la sua città bella. Diventati qualcosa che conta molto nel turismo basato anche sull’immagine: diventati un mito. Costruito col cinema oltre che su un proprio fascino spesso irripetibile. Costruito sugli echi della taranta. Costruito sul tam tam di personaggi che l’hanno scelto come loro buen retiro. Da ultimo costruito sulla sua improvvisa elezione a paradiso dello sballo, l’immane migrazione giovanile a caccia di perdimento. Col noto corredo di alcol, droga, notti folli. Ma anche spiagge spesso ridotte a campi profughi e ogni angolo a dormitorio.

 Vedremo cosa il Salento vorrà fare da grande. Se tentare di conquistare con un suo spirito del luogo, una sua visione della vita, una sua intelligenza, una sua cultura che durano nel tempo. Una sua diversità diffusa. O se diventare il divertimentificio d’Italia, come ha scelto di fare la Riviera romagnola a botte di discoteche: il Cocoricò di Riccione contro il Guendalina di Santa Cesarea. O come la spagnola Costa do Sol, rifugio di fine settimana per tutti gli ubriaconi del Nordeuropa. Con voci di allarme che già si alzano. Come il salentinissimo regista Edoardo Winspeare, il quale invita piuttosto a sballarsi di vino e pizzica in una terra i cui centri storici e la cui natura e la cui gente sono le vere anfetamine. O come il presidente regionale di Assoturismo, Rota, il quale si chiede se questo “tutti a Gallipoli” non sia una moda tanto effimera da allontanare la qualità che porta più futuro.

 Non è per guastare la festa. Ma il fatto è che Gallipoli e il Salento non hanno sofferto solo perché si sono visti catapultare addosso due milioni di persone (si spera tutte paganti). Ma ci hanno messo molto di proprio: a cominciare dalla sporcizia. Non dimentichiamo un paradosso della regione, percepita come diversamente Sud nel pregiudizio di un Sud visto solo come brutto e cattivo. Ma poi Puglia maglia nera in Italia per ecomafie ed ecoreati, come dire oltraggi al territorio: 80 chilometri di costa cancellati dal cemento.

 La conferma nei giorni scorsi dalla imbarazzata denuncia sulla “Gazzetta” di una turista di Reggio Emilia, tanto abbagliata di bellezza quanto sconcertata di abbandono. La calda pietra leccese del miracoloso barocco in un mare di spazzatura. E con la spazzatura, sia chiaro, non c’entrano niente né Renzi col suo promesso Masterplan né i razzisti che insultano come terroni i tifosi foggiani a Verona. Amici veronesi che una barese ha raccontato di aver portato per qualche giorno da sé e coi quali ha dovuto fare carte false per spiegare come mai Bari sia così sporca anch’essa. E imbrattata ovunque di scritte sui muri. Una mancanza di decoro che vede il sindaco impegnato in incursioni quotidiane di qua e di là. E in minacce di provvedimenti anche per il semidisastro dei bus. Quando magari la gente si aspetterebbe che facesse saltare qualche testa tanto ammanigliata coi partiti quanto inetta.

 Questo è il peggio Sud che fa male al meglio Sud. Il peggio Sud che costringe il meglio Sud a non farcela mai. E la sporcizia, poi, non è solo sporcizia. C’è sporcizia perché c’è chi sporca prima di chi non pulisce. E poi una città sporca fa paura oltre a non essere il miglior biglietto da visita per la Puglia oggetto del desiderio turistico italiano. Dà l’idea che nessuno faccia mai qualcosa. E che se nessuno fa mai qualcosa, può succedere qualsiasi cosa. Quindi non solo decenza, ma sensazione di insicurezza. E voglia di rintanarsi invece che mettersi in gioco. La sporcizia da sottosviluppo.

 E’ uno stato d’animo che si aggiunge allo scoramento di nascere nel posto sbagliato grazie a uno Stato che ha cancellato la parola Sud dal suo vocabolario. Non è piagnisteo, lo dicono tutte le cifre dello stesso Stato altrimenti Renzi non si scomodava. Ma per completare le quattro cose di fine estate che il Sud si deve dire, un cenno alla Basilicata. Il cui discusso sì alle estrazioni di petrolio è ancòra più discusso vedendo quanto poco sviluppo il petrolio ha portato. E non solo per l’attuale crollo del prezzo del greggio che sta riducendo a quattro soldi anche le già misere provvigioni pagate dalle compagnie all’area interessata. Ma per come queste provvigioni sono state usate.

 Esempio Viggiano, dove svetta la torretta con la fiamma nel cielo. Una St Moritz mediterranea: strade perfette, fiori ovunque, parcheggio multipiano, piscina olimpionica per poche migliaia di abitanti. Ma scelte più per vincere le prossime elezioni che per creare posti di lavoro del dopo-petrolio. Anche questo un peggio Sud. Quello che non dovrebbe aspettare solo Renzi per smettere di esserlo.