Povere vacanze col cellulare

Sabato 22 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

La foto fece il giro del mondo. Riprendeva cellulari branditi nel cielo di una notte africana alla ricerca di una connessione con i profughi partiti in mare per l’Europa. Serviva a capire se il parente o l’amico era sopravvissuto alla traversata. Una drammatica immagine che vinse il primo premio del Word Press Award, il Nobel del giornalismo fotografico (e che fu a lungo esposta al Margherita di Bari). Per fortuna senza la stessa cupa atmosfera, tante foto del genere potevano essere immortalate durante queste vacanze. Perché il principale problema di un Paese tornato imprevedibilmente alle ferie di massa è stato riuscire a connettersi in zone con scarsa connessione. Oggi ci si sente isolati non per mancanza di strade o di treni, ma perché il cellulare non prende.

 CACCIA AL SEGNALE Si sono così viste ombre vagare alla ricerca dell’angolo giusto manco fosse il punto G dell’erotismo. Soggetti deformarsi come contorsionisti per centrare al millimetro il cono in cui sarebbe potuta scomparire la scritta “Solo chiamate di emergenza”, non capendo (il cellulare) che non c’è peggiore emergenza che essere in emergenza. Si è assistito a misteriose scomparse non per sospetti adulteri o crisi da fumatori incalliti come un tempo, ma alla disperata caccia al segnale dal satellite. Ci sono stati umani per ore acquattati come felini pronti a fiondarsi sul segnale che prima o poi si sarebbe fatto vivo almeno per un nanosecondo (un miliardesimo di secondo). Hanno fatto temere il peggio (per il cellulare e il padrone) certe sfuriate isteriche contro il Gps muto. Alcuni fra i più riottosi apparecchi hanno pagato con la vita.

 Perché il fatto è che tutte le raccomandazioni sulle vacanze sono puntualmente cadute nel vuoto di fronte al cellulare nostro oscuro oggetto del desiderio. A cominciare dalla parola d’ordine: staccare. E continuando col decalogo dei consigli. Anzitutto concedersi di più al sonno precluso dalla vita quotidiana. Il sonno che cancella il rumore di fondo, tutto ciò che non è indispensabile alla sopravvivenza: chessò, le liti coniugali per il tubetto di dentifricio schiacciato male. Poi raccomandazioni alla varietà che fa bene al nostro cervello, vivere nuove esperienze, visitare posti mai visti anche se bisogna scarpinare ore per raggiungere una dannata chiesetta rupestre in montagna. E la natura rigenera: circondato dal verde il cervello continua a lavorare anche se le lucertole ci schizzano fra i piedi e le vespe ci ronzano minacciose intorno scambiandoci per un tulipano. E infine tenere comunque allenata la testa, leggere un libro, scrivere qualche riga, riflettere facendo una cosa per volta non come a casa dove abbiamo tutti la faccia allucinata di chi ha perso il treno. E l’immancabile benefico esercizio fisico, per non tornare abbottati da grigliate miste e sagre della cotenna stagionata.

 MALATI DI SMARTPHONE Ma anzitutto staccare la spina, a cominciare dal cellulare. Per un popolo di santi poeti navigatori e cellularisti cronici. Che controllano in media lo smartphone 150 volte al giorno (sette volte all’ora). La cui soglia di attenzione (come si dice) è di otto secondi (scesa di quattro secondi dal Duemila mentre è di nove quella di un pesciolino rosso vinto al lunapark). Quattro italiani su dieci non si staccano mai dal predetto smartphone mentre due su tre se lo portano a letto per la serie sono raggiungibile h24/7, ventiquattrore su ventiquattro per sette giorni su sette. Più centralini che cristiani. Italiani che trascorrono 2 ore e venti minuti al giorno connessi in Internet e che ogni mese passano 37 ore e 28 minuti ad aprire e utilizzare applicazioni (per non parlare delle barzellette sporche seminate per whatsapp fra tutti gli amici dello stesso livello di rimbambimento). E soprattutto solo il 7 per cento di italiani durante le vacanze si separa dallo sconsigliatissimo compagno di viaggio e di vita. Tutte raccomandazioni inutili.

 Avessimo staccato durante le vacanze, avremmo potuto recuperare le due ore e venti minuti al giorno di schiavitù elettronica. Per farci una nuotata. Per ammirare un Caravaggio. Per respirare un borgo medievale. Per un torneo di calcetto. Per una ferrata in alta quota. Per un tramonto fra i trulli. E per non essere aggiornati h24/7 sulle ultime promesse di Renzi. Per non farci lacerare dal dubbio se la minoranza del Pd farà la scissione o no. Per non sapere con chi la ministra Boschi si riposa (ma da cosa?) a Marina di Pietrasanta. Per fregarcene se Cassano ha già cominciato a fare le cassanate. Per non accertare se il Bari ha fatto tutti gli acquisti ché se li avesse fatti sarebbe il Barcellona.

 C’è un albergo di Parigi che nel loro interesse chiede ai clienti di depositare smartphone o tablet in una cassetta di sicurezza. Lo facessero agli italiani, avremmo suicidi di massa come quelli dei delfini.