Mai di domenica ( anzi sempre )

Sabato 29 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Quando il mondo si ripete. Esempio, questa storia della domenica. Puntuale come i temporali d’estate, ritorna: domenica tutto fermo o giorno come gli altri? Santificarla o consentire a chi non la pensa così di regolarsi come vuole? Stavolta a scendere in campo (come i lettori della “Gazzetta”sanno) è stato monsignor Todisco, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa. Il quale, con una lettera direttamente a Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat-Fca, ha chiesto qualcosa di nient’affatto leggero: fermare la produzione nello stabilimento (appunto) di Melfi dalle 22 di sabato alle 22 di domenica. Perché i lavoratori possano trascorrere la giornata festiva coi familiari. Secondo un principio non nuovo per la chiesa: la domenica non è roba umana ma divina. Perché anche il Creatore il settimo giorno si riposò.

 LAVORARE O NO? Che sia una storia già nota, lo sappiamo tutti. La abbiamo ascoltata ogni volta che si è posto il problema dei negozi aperti la domenica o no. Da una parte, chi la vede come unica soluzione contro il predominio degli ipermercati, i quali non conoscono né domenica né feste comandate: come fai a rimanere chiuso se quelli sono aperti? Dall’altra, chi dice no perché la domenica vuole andare a messa. Tranne poi lamentarsi se la cosiddetta piccola distribuzione, insomma i piccoli negozi, non ce la fanno a reggere la concorrenza. Con molti costretti a chiudere ma andando (se pure) a messa la domenica.

 Il buon Dio ci perdoni, ma l’ipocrisia è grande sotto il cielo. Che la chiesa debba fare la chiesa, è tanto ovvio che altrimenti avrebbe zero in condotta. E mai come in questi ultimi tempi lo sta facendo. Monsignor Galantino in testa, coi suoi attacchi ai “piazzisti da quattro soldi” che eccitano la gente contro gli immigrati per prendere voti. E con la peggiore politica definita “harem di furbi”. Mica sbaglia. Monsignor Galantino che risponde solo al papa, quindi in pratica la sua voce. E ora mons. Todisco, secondo il quale “consegnare un’auto con un giorno di ritardo non sconvolge il piano di produzione, che in questo momento va a gonfie vele, ma mette al primo posto la dignità della persona”.

 Ma c’è chi la dignità della persona non la vede soltanto nel non farsi schiacciare dal lavoro, quand’anche ciò fosse. Ricordando che l’Italia è una repubblica “fondata sul lavoro”, e mica perché non sapevano su cosa fondarla. Potevano fondarla, chessò, sulla libertà, o sulla iniziativa privata, o sul diritto alla felicità. No, sul lavoro come prima forma di dignità dell’uomo. Tant’è che la mancanza di lavoro è un’offesa alla dignità secondo il principio che un uomo senza lavoro è l’immagine della morte. Andiamolo a chiedere soprattutto a chi al Sud non ce l’ha.

 MONDO CAMBIATO Non è che la chiesa non lo riconosca, visto che lo stesso papa Francesco si è fatto sentire contro lo strapotere della finanza internazionale che si arricchisce a danno dei popoli. Fino al punto da essere definito comunista da chi continua a vedere comunisti ovunque ma non tutte le ingiustizie del globo. Ora però mons. Todisco ci rimanda a dire che la dignità si salvaguarda piuttosto non lavorando la domenica. Non considerando che, se il sopradetto Creatore si riposò il settimo giorno perché quelli erano i tempi, non è detto che il lavoratore che non si riposa il settimo non si riposi il quarto o il quinto. In una nuova organizzazione mondiale del lavoro in cui si produce solo quando c’è domanda, e ci si ferma quando non c’è. Figuriamoci se uno sta a pensare alla domenica. E in una produzione a ciclo continuo in cui consegnare un’auto il giorno dopo significa perdere un settimo della produzione, cioè il 14 per cento, mica pinzillacchere.

 Il mondo è cambiato, non ci sono più le sacralità di quando non pare che il rispetto di certe sacralità si traducesse sempre in maggior rispetto della dignità dell’uomo. Non sembrerà vero a tutti i disfattisti della Terra, ma mai la dignità dell’uomo ha fatto tanti progressi come ora. Frutto delle lotte, se questo termine non sarà anch’esso comunista. Comprese quelle della chiesa. Anche se la domenica si finisce per non poter andare alla messa come prima, e Dio voglia che sia solo perché sono aperte una Fiat o una Elettrolux (che ha anch’essa chiesto la domenica lavorativa per non perdere una produzione richiesta in questo momento e domani chissà). E del resto, se chiudono le grandi o piccole aziende, lavorano ristoranti e compagnia senza che ciò dispiaccia a nessuno tranne forse agli interessati.

 La vera domenica è vivere non solo di beni materiali. Riservarsi una domenica dello spirito. Anche senza il ragù, il vestito buono, le rimpatriate di famiglia. Se è così, viva mons. Todisco. Anche perché la domenica festiva finisce per farci odiare il lunedì del ritorno. Non è ingiusto verso un giorno altrettanto benedetto?