Quel mondo oscuro dei briganti del Sud

Martedì 1 settembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Sei proprio un brigante. E’ una espressione usuale al Sud che la dice lunga su cosa ci è rimasto dentro del brigantaggio. Una leggenda tanto più radicata quanto più ammantata di mito e mistero. Che fa parte della memoria popolare come un cromosoma trasmesso di padre in figlio. Laddove brigante non è solo chi non sta alle regole, diciamo alla legge. Ma uno che facendolo oltraggia l’odiato potere a nome di tutti. Un eroe popolare, senza esagerare con l’eroismo. Ma che di sicuro interpreta un comune sentire. Ci intrigano i briganti, di tanto in tanto vorremmo esserlo anche noi.

 Figuriamoci quando vengono dalla miseria e si battono contro una ingiustizia. Come quella della conquista piemontese che piaccia o non piaccia resta una cicatrice addosso al Sud. Ma che racchiude in sé anche un perenne difficile rapporto con lo Stato che da queste parti ha avuto sempre la faccia del dominatore che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Un Robin Hood al contrario.

 Non meraviglia quindi che non ci sia contrada del Sud che non abbia il suo brigante di riferimento, come ha il suo santo protettore e la sua gloria locale. Compresi canti, filastrocche, poesie. E non meraviglia che non ci sia contrada del Sud che non abbia le sue rievocazioni, le sue serate, le sue inevitabili cene brigantesche. Specie in Basilicata, che del brigantaggio cosiddetto post-unitario fu fra gli scenari principali. Ecco così soprattutto “La storia bandita” alla Grancia di Brindisi di Montagna, in campo da anni in più o meno tribolate condizioni che somigliano molto al Sud. Ecco la contrada potentina di Dragonara. Dove (come ci ha raccontato il nostro Massimo Brancati) la partecipazione non regolata e l’organizzazione sommaria si sono purtroppo tradotte in tragedia. Per la quale resta sospesa la domanda sul perché si usino fucili veri nella messinscena. Ma verso la quale va tutta la nostra partecipe pietà.

 Quanto questi spettacoli corrispondano alla realtà, è altro discorso. Da un lato la tradizione orale che trasmette di generazione in generazione molto deformando. Dall’altro le esigenze teatrali che non troppo coincidono con la verità o la filologia, la fedeltà ai fatti o alle fonti. Chi scrive i testi spesso va all’ingrosso. La fiaba se non la telenovela hanno il sopravvento. A volte avanspettacolo di toni stonati.

 In una di queste epopee si sono visti briganti allegramente bicchierare in un’osteria. Un errore blu, visto che i briganti tutto potevano consentirsi tranne che incontri conviviali. Vivevano una vita randagia, sempre in movimento, sempre all’aperto, sempre alla ricerca di un nuovo nascondiglio, senza poter accendere un fuoco perché il fumo li avrebbe traditi, senza poter cucinare il loro pasto. Specie dopo quella infame legge Pica per la quale bastava un sospetto per finire al muro senza processo e senza un fiore. Tutto questo non rende in palcoscenici che richiedono luci e azione più che buio e invisibilità. E nei quali finiscono per avere il sopravvento amori e brigantesse da fare invidia a Beatiful.

 Ora inutile qui imbarcarsi nella secolare discussione su cosa fosse davvero il brigantaggio. Ancor meno su cosa significò per il Sud e per l’unità d’Italia. Se gli fece più bene o più male. Ci sono in proposito biblioteche più sterminate che risolutive. La sensazione è che l’Italia sia nata con una guerra civile, anche se ciò non vuol dire che l’Italia non si dovesse fare. Ma già allora un problema più sociale che criminale fu affrontato solo come un problema di ordine pubblico. Le baionette invece dello sviluppo decantato. Così contro il brigantaggio fu schierato mezzo esercito piemontese quando invece sarebbe stato meglio mantenere la promessa garibaldina della terra ai contadini e non ammazzare di tasse gente allora povera così come nel resto d’Italia.

 Non ci sono dubbi che fra i briganti ci fosse una quota di sanguinari farabutti. Non ci sono dubbi che ci fossero i nostalgici del Borbone che volevano tornare indietro. Ciò che antimeridionalmente non si volle capire fu la natura di banditismo sociale, come ha scritto anche il noto sociologo inglese Hobsbawm: un intreccio fra diseredati e ribelli tipico anche di altre epoche e altre latitudini. Un bandito sociale che non metterà mai mano sul raccolto dei contadini. E se talvolta per sopravvivere ne sarà costretto, attenderà il momento per restituire.

 Ecco, se c’è qualcosa che nelle varie romantiche serate brigantesche non è stravolto, è questo Sud. Per intenderci, quello che non vorrebbe buttare a mare gli immigrati.            

    

Sei proprio un brigante. E’ una espressione usuale al Sud che la dice lunga su cosa ci è rimasto dentro del brigantaggio. Una leggenda tanto più radicata quanto più ammantata di mito e mistero. Che fa parte della memoria popolare come un cromosoma trasmesso di padre in figlio. Laddove brigante non è solo chi non sta alle regole, diciamo alla legge. Ma uno che facendolo oltraggia l’odiato potere a nome di tutti. Un eroe popolare, senza esagerare con l’eroismo. Ma che di sicuro interpreta un comune sentire. Ci intrigano i briganti, di tanto in tanto vorremmo esserlo anche noi.

 Figuriamoci quando vengono dalla miseria e si battono contro una ingiustizia. Come quella della conquista piemontese che piaccia o non piaccia resta una cicatrice addosso al Sud. Ma che racchiude in sé anche un perenne difficile rapporto con lo Stato che da queste parti ha avuto sempre la faccia del dominatore che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Un Robin Hood al contrario.

 Non meraviglia quindi che non ci sia contrada del Sud che non abbia il suo brigante di riferimento, come ha il suo santo protettore e la sua gloria locale. Compresi canti, filastrocche, poesie. E non meraviglia che non ci sia contrada del Sud che non abbia le sue rievocazioni, le sue serate, le sue inevitabili cene brigantesche. Specie in Basilicata, che del brigantaggio cosiddetto post-unitario fu fra gli scenari principali. Ecco così soprattutto “La storia bandita” alla Grancia di Brindisi di Montagna, in campo da anni in più o meno tribolate condizioni che somigliano molto al Sud. Ecco la contrada potentina di Dragonara. Dove (come ci ha raccontato il nostro Massimo Brancati) la partecipazione non regolata e l’organizzazione sommaria si sono purtroppo tradotte in tragedia. Per la quale resta sospesa la domanda sul perché si usino fucili veri nella messinscena. Ma verso la quale va tutta la nostra partecipe pietà.

 Quanto questi spettacoli corrispondano alla realtà, è altro discorso. Da un lato la tradizione orale che trasmette di generazione in generazione molto deformando. Dall’altro le esigenze teatrali che non troppo coincidono con la verità o la filologia, la fedeltà ai fatti o alle fonti. Chi scrive i testi spesso va all’ingrosso. La fiaba se non la telenovela hanno il sopravvento. A volte avanspettacolo di toni stonati.

 In una di queste epopee si sono visti briganti allegramente bicchierare in un’osteria. Un errore blu, visto che i briganti tutto potevano consentirsi tranne che incontri conviviali. Vivevano una vita randagia, sempre in movimento, sempre all’aperto, sempre alla ricerca di un nuovo nascondiglio, senza poter accendere un fuoco perché il fumo li avrebbe traditi, senza poter cucinare il loro pasto. Specie dopo quella infame legge Pica per la quale bastava un sospetto per finire al muro senza processo e senza un fiore. Tutto questo non rende in palcoscenici che richiedono luci e azione più che buio e invisibilità. E nei quali finiscono per avere il sopravvento amori e brigantesse da fare invidia a Beatiful.

 Ora inutile qui imbarcarsi nella secolare discussione su cosa fosse davvero il brigantaggio. Ancor meno su cosa significò per il Sud e per l’unità d’Italia. Se gli fece più bene o più male. Ci sono in proposito biblioteche più sterminate che risolutive. La sensazione è che l’Italia sia nata con una guerra civile, anche se ciò non vuol dire che l’Italia non si dovesse fare. Ma già allora un problema più sociale che criminale fu affrontato solo come un problema di ordine pubblico. Le baionette invece dello sviluppo decantato. Così contro il brigantaggio fu schierato mezzo esercito piemontese quando invece sarebbe stato meglio mantenere la promessa garibaldina della terra ai contadini e non ammazzare di tasse gente allora povera così come nel resto d’Italia.

 Non ci sono dubbi che fra i briganti ci fosse una quota di sanguinari farabutti. Non ci sono dubbi che ci fossero i nostalgici del Borbone che volevano tornare indietro. Ciò che antimeridionalmente non si volle capire fu la natura di banditismo sociale, come ha scritto anche il noto sociologo inglese Hobsbawm: un intreccio fra diseredati e ribelli tipico anche di altre epoche e altre latitudini. Un bandito sociale che non metterà mai mano sul raccolto dei contadini. E se talvolta per sopravvivere ne sarà costretto, attenderà il momento per restituire.

 Ecco, se c’è qualcosa che nelle varie romantiche serate brigantesche non è stravolto, è questo Sud. Per intenderci, quello che non vorrebbe buttare a mare gli immigrati.            

    

Sei proprio un brigante. E’ una espressione usuale al Sud che la dice lunga su cosa ci è rimasto dentro del brigantaggio. Una leggenda tanto più radicata quanto più ammantata di mito e mistero. Che fa parte della memoria popolare come un cromosoma trasmesso di padre in figlio. Laddove brigante non è solo chi non sta alle regole, diciamo alla legge. Ma uno che facendolo oltraggia l’odiato potere a nome di tutti. Un eroe popolare, senza esagerare con l’eroismo. Ma che di sicuro interpreta un comune sentire. Ci intrigano i briganti, di tanto in tanto vorremmo esserlo anche noi.

 Figuriamoci quando vengono dalla miseria e si battono contro una ingiustizia. Come quella della conquista piemontese che piaccia o non piaccia resta una cicatrice addosso al Sud. Ma che racchiude in sé anche un perenne difficile rapporto con lo Stato che da queste parti ha avuto sempre la faccia del dominatore che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Un Robin Hood al contrario.

 Non meraviglia quindi che non ci sia contrada del Sud che non abbia il suo brigante di riferimento, come ha il suo santo protettore e la sua gloria locale. Compresi canti, filastrocche, poesie. E non meraviglia che non ci sia contrada del Sud che non abbia le sue rievocazioni, le sue serate, le sue inevitabili cene brigantesche. Specie in Basilicata, che del brigantaggio cosiddetto post-unitario fu fra gli scenari principali. Ecco così soprattutto “La storia bandita” alla Grancia di Brindisi di Montagna, in campo da anni in più o meno tribolate condizioni che somigliano molto al Sud. Ecco la contrada potentina di Dragonara. Dove (come ci ha raccontato il nostro Massimo Brancati) la partecipazione non regolata e l’organizzazione sommaria si sono purtroppo tradotte in tragedia. Per la quale resta sospesa la domanda sul perché si usino fucili veri nella messinscena. Ma verso la quale va tutta la nostra partecipe pietà.

 Quanto questi spettacoli corrispondano alla realtà, è altro discorso. Da un lato la tradizione orale che trasmette di generazione in generazione molto deformando. Dall’altro le esigenze teatrali che non troppo coincidono con la verità o la filologia, la fedeltà ai fatti o alle fonti. Chi scrive i testi spesso va all’ingrosso. La fiaba se non la telenovela hanno il sopravvento. A volte avanspettacolo di toni stonati.

 In una di queste epopee si sono visti briganti allegramente bicchierare in un’osteria. Un errore blu, visto che i briganti tutto potevano consentirsi tranne che incontri conviviali. Vivevano una vita randagia, sempre in movimento, sempre all’aperto, sempre alla ricerca di un nuovo nascondiglio, senza poter accendere un fuoco perché il fumo li avrebbe traditi, senza poter cucinare il loro pasto. Specie dopo quella infame legge Pica per la quale bastava un sospetto per finire al muro senza processo e senza un fiore. Tutto questo non rende in palcoscenici che richiedono luci e azione più che buio e invisibilità. E nei quali finiscono per avere il sopravvento amori e brigantesse da fare invidia a Beatiful.

 Ora inutile qui imbarcarsi nella secolare discussione su cosa fosse davvero il brigantaggio. Ancor meno su cosa significò per il Sud e per l’unità d’Italia. Se gli fece più bene o più male. Ci sono in proposito biblioteche più sterminate che risolutive. La sensazione è che l’Italia sia nata con una guerra civile, anche se ciò non vuol dire che l’Italia non si dovesse fare. Ma già allora un problema più sociale che criminale fu affrontato solo come un problema di ordine pubblico. Le baionette invece dello sviluppo decantato. Così contro il brigantaggio fu schierato mezzo esercito piemontese quando invece sarebbe stato meglio mantenere la promessa garibaldina della terra ai contadini e non ammazzare di tasse gente allora povera così come nel resto d’Italia.

 Non ci sono dubbi che fra i briganti ci fosse una quota di sanguinari farabutti. Non ci sono dubbi che ci fossero i nostalgici del Borbone che volevano tornare indietro. Ciò che antimeridionalmente non si volle capire fu la natura di banditismo sociale, come ha scritto anche il noto sociologo inglese Hobsbawm: un intreccio fra diseredati e ribelli tipico anche di altre epoche e altre latitudini. Un bandito sociale che non metterà mai mano sul raccolto dei contadini. E se talvolta per sopravvivere ne sarà costretto, attenderà il momento per restituire.

 Ecco, se c’è qualcosa che nelle varie romantiche serate brigantesche non è stravolto, è questo Sud. Per intenderci, quello che non vorrebbe buttare a mare gli immigrati.            

    

Sei proprio un brigante. E’ una espressione usuale al Sud che la dice lunga su cosa ci è rimasto dentro del brigantaggio. Una leggenda tanto più radicata quanto più ammantata di mito e mistero. Che fa parte della memoria popolare come un cromosoma trasmesso di padre in figlio. Laddove brigante non è solo chi non sta alle regole, diciamo alla legge. Ma uno che facendolo oltraggia l’odiato potere a nome di tutti. Un eroe popolare, senza esagerare con l’eroismo. Ma che di sicuro interpreta un comune sentire. Ci intrigano i briganti, di tanto in tanto vorremmo esserlo anche noi.

 Figuriamoci quando vengono dalla miseria e si battono contro una ingiustizia. Come quella della conquista piemontese che piaccia o non piaccia resta una cicatrice addosso al Sud. Ma che racchiude in sé anche un perenne difficile rapporto con lo Stato che da queste parti ha avuto sempre la faccia del dominatore che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Un Robin Hood al contrario.

 Non meraviglia quindi che non ci sia contrada del Sud che non abbia il suo brigante di riferimento, come ha il suo santo protettore e la sua gloria locale. Compresi canti, filastrocche, poesie. E non meraviglia che non ci sia contrada del Sud che non abbia le sue rievocazioni, le sue serate, le sue inevitabili cene brigantesche. Specie in Basilicata, che del brigantaggio cosiddetto post-unitario fu fra gli scenari principali. Ecco così soprattutto “La storia bandita” alla Grancia di Brindisi di Montagna, in campo da anni in più o meno tribolate condizioni che somigliano molto al Sud. Ecco la contrada potentina di Dragonara. Dove (come ci ha raccontato il nostro Massimo Brancati) la partecipazione non regolata e l’organizzazione sommaria si sono purtroppo tradotte in tragedia. Per la quale resta sospesa la domanda sul perché si usino fucili veri nella messinscena. Ma verso la quale va tutta la nostra partecipe pietà.

 Quanto questi spettacoli corrispondano alla realtà, è altro discorso. Da un lato la tradizione orale che trasmette di generazione in generazione molto deformando. Dall’altro le esigenze teatrali che non troppo coincidono con la verità o la filologia, la fedeltà ai fatti o alle fonti. Chi scrive i testi spesso va all’ingrosso. La fiaba se non la telenovela hanno il sopravvento. A volte avanspettacolo di toni stonati.

 In una di queste epopee si sono visti briganti allegramente bicchierare in un’osteria. Un errore blu, visto che i briganti tutto potevano consentirsi tranne che incontri conviviali. Vivevano una vita randagia, sempre in movimento, sempre all’aperto, sempre alla ricerca di un nuovo nascondiglio, senza poter accendere un fuoco perché il fumo li avrebbe traditi, senza poter cucinare il loro pasto. Specie dopo quella infame legge Pica per la quale bastava un sospetto per finire al muro senza processo e senza un fiore. Tutto questo non rende in palcoscenici che richiedono luci e azione più che buio e invisibilità. E nei quali finiscono per avere il sopravvento amori e brigantesse da fare invidia a Beatiful.

 Ora inutile qui imbarcarsi nella secolare discussione su cosa fosse davvero il brigantaggio. Ancor meno su cosa significò per il Sud e per l’unità d’Italia. Se gli fece più bene o più male. Ci sono in proposito biblioteche più sterminate che risolutive. La sensazione è che l’Italia sia nata con una guerra civile, anche se ciò non vuol dire che l’Italia non si dovesse fare. Ma già allora un problema più sociale che criminale fu affrontato solo come un problema di ordine pubblico. Le baionette invece dello sviluppo decantato. Così contro il brigantaggio fu schierato mezzo esercito piemontese quando invece sarebbe stato meglio mantenere la promessa garibaldina della terra ai contadini e non ammazzare di tasse gente allora povera così come nel resto d’Italia.

 Non ci sono dubbi che fra i briganti ci fosse una quota di sanguinari farabutti. Non ci sono dubbi che ci fossero i nostalgici del Borbone che volevano tornare indietro. Ciò che antimeridionalmente non si volle capire fu la natura di banditismo sociale, come ha scritto anche il noto sociologo inglese Hobsbawm: un intreccio fra diseredati e ribelli tipico anche di altre epoche e altre latitudini. Un bandito sociale che non metterà mai mano sul raccolto dei contadini. E se talvolta per sopravvivere ne sarà costretto, attenderà il momento per restituire.

 Ecco, se c’è qualcosa che nelle varie romantiche serate brigantesche non è stravolto, è questo Sud. Per intenderci, quello che non vorrebbe buttare a mare gli immigrati.