Al Sud occorrono soprattutto ago e filo

Venerdì 11 settembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Piccolo bilancio. Una Babele è stata la vigilia del giorno ferale per il Sud: domani quando Renzi verrà alla Fiera del Levante a rivelare la sua ricetta (ma lo farà?). Si è letto di ministri chiamati uno per uno a indicare cosa, quanto, dove, come fare per rilanciarlo, questo Sud. Si è letto di possibile credito d’imposta (agevolazione fiscale) per chi investe al Sud. Si è letto di taglio Ires (imposta sui redditi delle imprese), leggendo però sùbito dopo che avrebbe scarso impatto al Sud (per penuria di materia prima, cioè le imprese). Si è letto di fiscalità di vantaggio (meno fisco) ma bisognerebbe capire che ne pensa l’Europa mastina della concorrenza. Si è letto di proroga degli incentivi solo per chi assume al Sud (ma non si è accertato che ne pensino al Nord).

 Ancòra. Si è letto di meno burocrazia (ma sarebbe l’ora per tutt’Italia). Si è letto di nuovo Piano Marshall da 70-80 miliardi (non dimenticando che quello del dopoguerra destinato soprattutto al Sud andò soprattutto al Nord). Si è letto di riproporre i vincoli del 45 per cento degli investimenti pubblici nazionali e dell’85 per cento di spesa dei fondi europei al Sud (non essendo mai stato spiegato perché finora non si siano rispettati).

 Nel frattempo. Alla Festa dell’Unità, il Sud finisce nell’angolo di un solo seminario alle 10 del mattino (quando non ci va nessuno) e presieduto dalla friulana Serracchiani: la quale dice che il Sud deve ripartire dal capitale umano, come dire che la Terra è rotonda. Fallisce prima di partire la Santa Alleanza fra i governatori del Sud, tutti del Pd: al laboratorio Cgil di Potenza assenti quelli di Campania, Sardegna e Puglia. I quali, più che fare squadra, si squadernano fra renziani e antirenziani (e in Puglia si fidanzano chissà quanto d’amore Emiliano e il suo ex nemico numero uno, Fitto).

 Il vero problema dei Piani o Masterplan per il Mezzogiorno da una settantina d’anni non sono stati i soldi (molti meno di quanto si ciancica) o le idee (molte più del necessario). E’ stata appunto la Babele. A cominciare dalla Cassa per il Mezzogiorno. Prima fase, grandi opere infrastrutturali: Sud rivoluzionato. Seconda fase, industrie: al Sud le cattedrali nel deserto di acciaio e chimica che non volevano al Nord (il quale per conservare il suo monopolio ostacolò la nascita delle piccole e medie imprese manifatturiere). Terza fase: sostegno ai redditi personali (Sud più consumatore che produttore con assistenza usata per ottenere voti più che sviluppo).

 Ora si annusa aria simile. Per decenza escludiamo che l’attesa dell’Avvento e l’Annunciazione del Masterplan si risolvano nella intimazione a usare più e meglio i fondi europei: che si devono aggiungere alla spesa nazionale non sostituirla (perché al Nord una scuola si fa con i soldi del governo e al Sud con quelli dell’Europa?). Ma la speranza è che la giostra non si risolva neanche in solo sostegno alle imprese invece che in cambiamento delle condizioni impervie in cui lavorano: cioè risarcimento del territorio con opere pubbliche (infrastrutture) e servizi (sanità, università, trasporti, asili, sostegno sociale, telecomunicazioni). L’impresa può prendere l’incentivo e poi chiudere (è avvenuto in passato), l’autostrada fra Bari e Lecce rimane e serve anche alle imprese future.

 Per il Sud occorrono ago e filo. Contro la Desertificazione. Deserto umano (niente più figli e 70 mila giovani all’anno emigrati), economico (recessione per 7 anni, un terzo di reddito perso, triplo di disoccupati), sociale (servizi da ultimi posti della qualità della vita causa minore spesa pubblica dello Stato rispetto al Nord). Al Sud manca il tessuto per cucirne un’unica area. Per collegare fra loro le tante eccellenze isolate. Per collegarle al Nord e all’Europa. Non c’è un treno diretto fra Bari e Napoli. Non c’è una strada jonica decente fra Bari e Reggio Calabria. Il porto di Taranto non ha i binari dietro. Matera non ha le Ferrovie dello Stato. Fra le città meridionali non ci sono aerei. L’alta velocità ferroviaria si ferma al Tirreno e a Salerno. La banda larga per i computer è meno larga che al Nord. Il credito costa il doppio. E conseguente domanda: perché tanti meridionali si affermano altrove dove c’è tanto più di tutto questo?

 Al Sud non serve più Stato imprenditore, anzi. Piuttosto concorrenza. Ma serve più Stato di cantieri pubblici. Meno soldi più opere di bene. E serve più Stato di diritto. Contro le mafie. Contro le connivenze della cattiva politica. Contro le illegalità diffuse (anche se l’Italia è tutta una illegalità). Lo Stato non può essere la parrocchia o l’associazione di volontari. E a Napoli contro i 17enni che sparano e dettano legge nelle strade servono poliziotti ma anche progetti sociali.

 C’è tanto meglio Sud nel quale Cristo si è mosso da Eboli. Il Sud si attende che si muova anche Renzi. Con questi piccoli appunti, non piagnistei.

               

Piccolo bilancio. Una Babele è stata la vigilia del giorno ferale per il Sud: domani quando Renzi verrà alla Fiera del Levante a rivelare la sua ricetta (ma lo farà?). Si è letto di ministri chiamati uno per uno a indicare cosa, quanto, dove, come fare per rilanciarlo, questo Sud. Si è letto di possibile credito d’imposta (agevolazione fiscale) per chi investe al Sud. Si è letto di taglio Ires (imposta sui redditi delle imprese), leggendo però sùbito dopo che avrebbe scarso impatto al Sud (per penuria di materia prima, cioè le imprese). Si è letto di fiscalità di vantaggio (meno fisco) ma bisognerebbe capire che ne pensa l’Europa mastina della concorrenza. Si è letto di proroga degli incentivi solo per chi assume al Sud (ma non si è accertato che ne pensino al Nord).

 Ancòra. Si è letto di meno burocrazia (ma sarebbe l’ora per tutt’Italia). Si è letto di nuovo Piano Marshall da 70-80 miliardi (non dimenticando che quello del dopoguerra destinato soprattutto al Sud andò soprattutto al Nord). Si è letto di riproporre i vincoli del 45 per cento degli investimenti pubblici nazionali e dell’85 per cento di spesa dei fondi europei al Sud (non essendo mai stato spiegato perché finora non si siano rispettati).

 Nel frattempo. Alla Festa dell’Unità, il Sud finisce nell’angolo di un solo seminario alle 10 del mattino (quando non ci va nessuno) e presieduto dalla friulana Serracchiani: la quale dice che il Sud deve ripartire dal capitale umano, come dire che la Terra è rotonda. Fallisce prima di partire la Santa Alleanza fra i governatori del Sud, tutti del Pd: al laboratorio Cgil di Potenza assenti quelli di Campania, Sardegna e Puglia. I quali, più che fare squadra, si squadernano fra renziani e antirenziani (e in Puglia si fidanzano chissà quanto d’amore Emiliano e il suo ex nemico numero uno, Fitto).

 Il vero problema dei Piani o Masterplan per il Mezzogiorno da una settantina d’anni non sono stati i soldi (molti meno di quanto si ciancica) o le idee (molte più del necessario). E’ stata appunto la Babele. A cominciare dalla Cassa per il Mezzogiorno. Prima fase, grandi opere infrastrutturali: Sud rivoluzionato. Seconda fase, industrie: al Sud le cattedrali nel deserto di acciaio e chimica che non volevano al Nord (il quale per conservare il suo monopolio ostacolò la nascita delle piccole e medie imprese manifatturiere). Terza fase: sostegno ai redditi personali (Sud più consumatore che produttore con assistenza usata per ottenere voti più che sviluppo).

 Ora si annusa aria simile. Per decenza escludiamo che l’attesa dell’Avvento e l’Annunciazione del Masterplan si risolvano nella intimazione a usare più e meglio i fondi europei: che si devono aggiungere alla spesa nazionale non sostituirla (perché al Nord una scuola si fa con i soldi del governo e al Sud con quelli dell’Europa?). Ma la speranza è che la giostra non si risolva neanche in solo sostegno alle imprese invece che in cambiamento delle condizioni impervie in cui lavorano: cioè risarcimento del territorio con opere pubbliche (infrastrutture) e servizi (sanità, università, trasporti, asili, sostegno sociale, telecomunicazioni). L’impresa può prendere l’incentivo e poi chiudere (è avvenuto in passato), l’autostrada fra Bari e Lecce rimane e serve anche alle imprese future.

 Per il Sud occorrono ago e filo. Contro la Desertificazione. Deserto umano (niente più figli e 70 mila giovani all’anno emigrati), economico (recessione per 7 anni, un terzo di reddito perso, triplo di disoccupati), sociale (servizi da ultimi posti della qualità della vita causa minore spesa pubblica dello Stato rispetto al Nord). Al Sud manca il tessuto per cucirne un’unica area. Per collegare fra loro le tante eccellenze isolate. Per collegarle al Nord e all’Europa. Non c’è un treno diretto fra Bari e Napoli. Non c’è una strada jonica decente fra Bari e Reggio Calabria. Il porto di Taranto non ha i binari dietro. Matera non ha le Ferrovie dello Stato. Fra le città meridionali non ci sono aerei. L’alta velocità ferroviaria si ferma al Tirreno e a Salerno. La banda larga per i computer è meno larga che al Nord. Il credito costa il doppio. E conseguente domanda: perché tanti meridionali si affermano altrove dove c’è tanto più di tutto questo?

 Al Sud non serve più Stato imprenditore, anzi. Piuttosto concorrenza. Ma serve più Stato di cantieri pubblici. Meno soldi più opere di bene. E serve più Stato di diritto. Contro le mafie. Contro le connivenze della cattiva politica. Contro le illegalità diffuse (anche se l’Italia è tutta una illegalità). Lo Stato non può essere la parrocchia o l’associazione di volontari. E a Napoli contro i 17enni che sparano e dettano legge nelle strade servono poliziotti ma anche progetti sociali.

 C’è tanto meglio Sud nel quale Cristo si è mosso da Eboli. Il Sud si attende che si muova anche Renzi. Con questi piccoli appunti, non piagnistei.

               

Piccolo bilancio. Una Babele è stata la vigilia del giorno ferale per il Sud: domani quando Renzi verrà alla Fiera del Levante a rivelare la sua ricetta (ma lo farà?). Si è letto di ministri chiamati uno per uno a indicare cosa, quanto, dove, come fare per rilanciarlo, questo Sud. Si è letto di possibile credito d’imposta (agevolazione fiscale) per chi investe al Sud. Si è letto di taglio Ires (imposta sui redditi delle imprese), leggendo però sùbito dopo che avrebbe scarso impatto al Sud (per penuria di materia prima, cioè le imprese). Si è letto di fiscalità di vantaggio (meno fisco) ma bisognerebbe capire che ne pensa l’Europa mastina della concorrenza. Si è letto di proroga degli incentivi solo per chi assume al Sud (ma non si è accertato che ne pensino al Nord).

 Ancòra. Si è letto di meno burocrazia (ma sarebbe l’ora per tutt’Italia). Si è letto di nuovo Piano Marshall da 70-80 miliardi (non dimenticando che quello del dopoguerra destinato soprattutto al Sud andò soprattutto al Nord). Si è letto di riproporre i vincoli del 45 per cento degli investimenti pubblici nazionali e dell’85 per cento di spesa dei fondi europei al Sud (non essendo mai stato spiegato perché finora non si siano rispettati).

 Nel frattempo. Alla Festa dell’Unità, il Sud finisce nell’angolo di un solo seminario alle 10 del mattino (quando non ci va nessuno) e presieduto dalla friulana Serracchiani: la quale dice che il Sud deve ripartire dal capitale umano, come dire che la Terra è rotonda. Fallisce prima di partire la Santa Alleanza fra i governatori del Sud, tutti del Pd: al laboratorio Cgil di Potenza assenti quelli di Campania, Sardegna e Puglia. I quali, più che fare squadra, si squadernano fra renziani e antirenziani (e in Puglia si fidanzano chissà quanto d’amore Emiliano e il suo ex nemico numero uno, Fitto).

 Il vero problema dei Piani o Masterplan per il Mezzogiorno da una settantina d’anni non sono stati i soldi (molti meno di quanto si ciancica) o le idee (molte più del necessario). E’ stata appunto la Babele. A cominciare dalla Cassa per il Mezzogiorno. Prima fase, grandi opere infrastrutturali: Sud rivoluzionato. Seconda fase, industrie: al Sud le cattedrali nel deserto di acciaio e chimica che non volevano al Nord (il quale per conservare il suo monopolio ostacolò la nascita delle piccole e medie imprese manifatturiere). Terza fase: sostegno ai redditi personali (Sud più consumatore che produttore con assistenza usata per ottenere voti più che sviluppo).

 Ora si annusa aria simile. Per decenza escludiamo che l’attesa dell’Avvento e l’Annunciazione del Masterplan si risolvano nella intimazione a usare più e meglio i fondi europei: che si devono aggiungere alla spesa nazionale non sostituirla (perché al Nord una scuola si fa con i soldi del governo e al Sud con quelli dell’Europa?). Ma la speranza è che la giostra non si risolva neanche in solo sostegno alle imprese invece che in cambiamento delle condizioni impervie in cui lavorano: cioè risarcimento del territorio con opere pubbliche (infrastrutture) e servizi (sanità, università, trasporti, asili, sostegno sociale, telecomunicazioni). L’impresa può prendere l’incentivo e poi chiudere (è avvenuto in passato), l’autostrada fra Bari e Lecce rimane e serve anche alle imprese future.

 Per il Sud occorrono ago e filo. Contro la Desertificazione. Deserto umano (niente più figli e 70 mila giovani all’anno emigrati), economico (recessione per 7 anni, un terzo di reddito perso, triplo di disoccupati), sociale (servizi da ultimi posti della qualità della vita causa minore spesa pubblica dello Stato rispetto al Nord). Al Sud manca il tessuto per cucirne un’unica area. Per collegare fra loro le tante eccellenze isolate. Per collegarle al Nord e all’Europa. Non c’è un treno diretto fra Bari e Napoli. Non c’è una strada jonica decente fra Bari e Reggio Calabria. Il porto di Taranto non ha i binari dietro. Matera non ha le Ferrovie dello Stato. Fra le città meridionali non ci sono aerei. L’alta velocità ferroviaria si ferma al Tirreno e a Salerno. La banda larga per i computer è meno larga che al Nord. Il credito costa il doppio. E conseguente domanda: perché tanti meridionali si affermano altrove dove c’è tanto più di tutto questo?

 Al Sud non serve più Stato imprenditore, anzi. Piuttosto concorrenza. Ma serve più Stato di cantieri pubblici. Meno soldi più opere di bene. E serve più Stato di diritto. Contro le mafie. Contro le connivenze della cattiva politica. Contro le illegalità diffuse (anche se l’Italia è tutta una illegalità). Lo Stato non può essere la parrocchia o l’associazione di volontari. E a Napoli contro i 17enni che sparano e dettano legge nelle strade servono poliziotti ma anche progetti sociali.

 C’è tanto meglio Sud nel quale Cristo si è mosso da Eboli. Il Sud si attende che si muova anche Renzi. Con questi piccoli appunti, non piagnistei.