Se una foto cambia il mondo

Sabato 12 settembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Sembrava che dormisse sulla spiaggia, e che la risacca lo cullasse. Ma aveva il viso sulla sabbia e le spalle alla terra come se la rifiutasse. Può una foto cambiare il mondo? Lo ha fatto il corpicino di Aylan, siriano di tre anni annegato in acque turche mentre la sua famiglia fuggiva dalla martoriata Kobane verso l’isola greca di Kos. E una Deposizione alla Michelangelo è parso il soldato che lo ha preso in braccio, una Pietà maschile del 21mo secolo. Uno scandalo, sono i bambini nelle guerre. E se migliaia ne arrivano soli ogni anno in Sicilia, se centinaia come Aylan ce ne restituisce il mare, se altri piangono mentre passano di mano da una barca all’altra, se tanti girano scalzi nelle tendopoli del Libano, la foto di un unico bambino è diversa. Quel bambino è nostro figlio. Gli altri sono numeri.

 ANNEGATO IN MARE Una foto così tragicamente perfetta da aver fatto chiedere ai tanti sorpresi dalla sua eco come mai la fotografa Nilufer Demir fosse proprio là. E come mai non fossero sgualciti i vestiti di Aylan inzuppati d’acqua. E come mai avesse tutto sommato delle belle scarpine. E come mai fosse proprio lì anche il gendarme turco che lo ha raccolto, anche lui tanto ben messo da sembrare un attore in scena. Insomma l’accusa di una creazione ad arte perché facesse il giro del globo su giornali, tv, Facebook, smartphone. E ottenesse l’effetto desiderato nel momento desiderato.

 Perché non erano bastati foto e film sull’Olocausto in Mediterraneo. Come non sono bastate in questi stessi giorni le foto dal cupo ricordo dei numeri marchiati sui polsi dei migranti a Budapest. Né quelle del loro passaggio sotto il filo spinato. Né quella del ragazzo nascosto tra radiatore e batteria di un’auto nella sua fuga impossibile. Né quella della giovane famiglia riversa sui binari della stazione ungherese di Bicske. Né quelle della lunga marcia dei profughi sull’autostrada da Budapest verso la Terra Promessa della Germania. Finché è arrivato Aylan, piccolo inconsapevole eroe del nostro tempo. Quello giusto per sfondare il Muro dell’indifferenza.

 Nostro tempo tanto incattivito dal fastidio di vedere, quanto capace di sospettare anche del simbolo di un bambino sottratto ai giochi e alla vita, quanto rabbioso davanti a ciò che avrebbe voluto fosse nascosto. Pudore occorreva con lui, si è detto. Il pudore è l’ipocrisia delle cittadelle fortificate attorno al proprio egoismo, si risponde. E del resto anche la potenza di una sola foto è il segno di un’ingiustizia verso una tragedia epocale davanti alla quale si chiudevano le finestre. Si sono dovute consumare tremila vite nella tomba del Mare Mostrum per arrivare a un Aylan: che forse ha colpito il generico cuore universale più per se stesso che per tutti gli altri.

 STRAZIO DELLA GUERRA Le foto del resto ci sono perché ci sono le guerre. E anche i fotografi e i giornalisti che pagano col sacrificio personale. Foto diventate icone di ogni tempo e ogni luogo. Il miliziano di Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola. La bambina nuda che fugge piangendo dal suo villaggio bruciato dagli americani in Vietnam. Jackie Kennedy che si china sul marito colpito a morte in auto a Dallas nel 1963. Il cinese che a mani nude ferma la colonna di carri armati a Pechino nel 1989. L’uomo che si lancia dal World Trade Center di New York l’11 settembre 2001. Ci volle il grande Ungaretti a racchiudere lo strazio in pochi scultorei versi: “con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio”.

 Certe immagini sono una svolta perché racchiudono il tutto. Aylan per la catacombe dei migranti. Aylan per la sua coetanea Prosperi della Sierra Leone sbarcata a Palermo con l’orsacchiotto in mano dopo aver perso la mamma in mare. Aylan per la bambina appena partorita da una siriana e che hanno chiamato Shems, Speranza. Foto che urlano. Dopo di loro non si può più far finta di niente. Chissà che non sia emersa in questi giorni memoria di un’altra tristemente famosa foto, il bambino del ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alla soldataglia nazista. Ma la comunicazione ha una sua chimica segreta che provoca la reazione quando non te l’aspetti. E che la virtù della buona politica, quella del bene comune, coglie d’istinto.

 Non è perciò casuale che la Merkel, anch’ella emigrante dalla ex Germania comunista, mostri proprio ora il volto inaspettato del Paese cattivo d’Europa. Che accoglie i rifugiati, li festeggia nelle stazioni, li ospita nelle case, ha dolcini per ciascuno degli Aylan venuti dall’inferno della guerra. La Merkel fa in fondo un investimento per la sua economia a caccia di braccia e di consumatori. La storia insegna che si è grandi quando si sa accogliere hostes, peregrinos e victos (nemici, pellegrini e sconfitti). Ma un brivido corre al pensiero che sia tutto frutto di una foto. Forse non è solo una foto, Aylan è un angelo sceso dal cielo.