Genitori confusi figli sbattuti

Sabato 15 ottobre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.

 SCUOLA E TELEFONINI Non si è fatto però in tempo ad accennare al dettato, che nella Sagra delle Parole in libertà in tema ragazzini è partito il rilancio: non è il dettato che manca, ma il riassunto. Altra sacra verità, mancando in realtà sia il dettato che il riassunto. Se non sai riassumere, vuol dire che non hai capito, al massimo sai scrivere tweet da 140 caratteri come Renzi. E che dire delle poesie a memoria, “Silvia rimembri ancòra quel tempo…”? Mancano anche quelle, sempre tenendo conto del pronto soccorso dello smartphone. E poi, nella Sagra dei dubbi: davvero il personal computer a scuola aiuta a imparare? No: secondo una ricerca Ocse (Paesi occidentali) chi lo usa molto ha risultati peggiori, consente di isolarsi anche se si fa a gara per averli in ogni classe. Il fatto è che non puoi volerli e continuare a spiegare all’antica snocciolando nozioni che il più depresso dei computer sa meglio di te. Ma discussione velocemente passata e svanita dai giornali, impegnati con le porcate contro le donne in Parlamento.

 Così come, siccome i ragazzini rendono anche nella Sagra mammista, altri riflettori su altra vitale questione: è giusto o sbagliato spiare telefonini e pc dei figli? Immemori di quando i figli dovevano tenere sotto chiave il loro diario personale scritto a mano, e idem madri e padri quando erano figli anch’essi. E via belliche istruzioni per l’uso: strategie da 007 a favore degli adulti, contromisure difensive a favore dei figli. Con la scoperta straordinaria che se quegli aggeggi permettono più controlli, consentono anche più sotterfugi. E che in ogni caso mai come in questo caso la battaglia genitoriale è persa a favore di una generazione che nasce digitalizzata, non ha polpastrelli ma tastini. Allora meglio non invadere la sfera intima ma alimentare sempre il dialogo. E fare attenzione ai segnali di disagio. Ovvio come gli orologi del Comune che sono sempre fermi.

 Così, cinematografando e cinematografando, chiacchierando e chiacchierando sulla loro testa e magari guadagnandoci, i nostri ragazzini se ne vanno da una parte e noi dall’altra. Ma non è sempre avvenuto? Tanto è avvenuto che non abbiamo imparato mai.   

  

     

Quante se ne fanno sulla testa dei nostri ragazzini. Esempio, questo celebrato film di animazione “Inside out”. In programmazione dal 16 settembre. Con due sale quotidiane a disposizione. Con folle vocianti di figli portati a vederlo, secchielli di pop corn e beveroni di coca alla mano (e necessità della Protezione civile finale). E imbarcate di scolaresche. Da tutti celebrato come un capolavoro, anzi dopo averlo visto nulla sarà più come prima. L’assicurazione che, non temete, è anche per voi grandi, andateci senza travestirvi. Paginate sui giornali con prose memorabili manco avessero eletto un papa donna. L’apocalisse. Tanto che anche un Guastafeste come questo rischia moltissimo ad avventurarsi fuori dal coro.

 UN FILM BLUFF Ma insomma, è peccato mortale parlarne male? Cartone animato (si diceva un tempo) noiosissimo, lentissimo, tristissimo per quanto coloratissimo. E trama complicatissima anche per un premio Nobel. Laddove si narra la storia di una tale bambina Riley (in realtà la figlia undicenne del regista Pete Docter) alle prese con le sue cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Che si alternano combattendosi nella sua mente quando la sua famiglia deve spostarsi dal natìo Minnesota a San Francisco, con tanto di disagio della piccola lontana dai suoi amici, dal suo hockey su ghiaccio, dai suoi giochi.

 Un antipasto precoce in epoca di migrazioni. E trama con corollario di Quartier Generale dei Ricordi, di Ricordi Base, di Isole della Personalità, di Baratro della Memoria, di Pensiero Astratto, di Immagilandia, di Zona Chiusa del Subcosnscio, di Consolle delle Idee. Tanto che, siccome anche i grandi ci sono andati per darsi un tono (compreso il pollo che scrive), negli spettacoli serali meno bambineschi era tutto un interrogarsi fra i grandi medesimi per chiedere che significa. Non capendosi infine se il suddetto “Inside out” (dalla impervia traduzione “fuori ciò che c’è dentro”) sia roba per bambini ancorché accompagnati, per ragazzini, per grandi o per l’eletta schiera dal QI (Quoziente Intelligenza) siderale.

 Ma non è l’ultimo più recente attentato contro la sana crescita dei nostri sopraddetti ragazzini. Come la scuola, dove scoprono all’improvviso che forse è stato sbagliato eliminare il dettato. Non da tutti eliminato. Anche se, di fronte a una parola che non sanno trascrivere, i ragazzini contemporanei non si fanno un pianto come noi in passato ma corrono sùbito a vederlo sullo smartphone. Dettato fondamentale, riscoperto solo perché lo hanno fatto in Francia dove però la raccomandazione è stata di dettare roba patriottica che parli bene del loro Paese ora alle pezze.